- Chi: Mariam Soulakiotis, nata Marina Soulakiotou (Keratea, 1883 circa – Atene, 23 novembre 1954).
- Soprannome: “la Rasputin donna” o “Madre Rasputin”.
- Dove: nel monastero della Panagia Pefkovounogiatrissa, vicino a Keratea, a una cinquantina di chilometri da Atene.
- Vittime: 27 secondo le stime più diffuse, 177 contando anche i malati morti senza cure.
- Condanne: in tutto 14 anni di carcere; morì in prigione prima della fine dei processi.
Mariam Soulakiotis è stata una badessa e criminale greca, famosa per essere una delle serial killer con più vittime.
La storia di Mariam Soulakiotis
Mariam, il cui vero nome era Marina, nasce intorno al 1883 a Keratea, in Grecia, ma poco si sa della sua infanzia. Le poche notizie riportano che è cresciuta in una famiglia povera e che ha lavorato in una fabbrica prima di farsi suora, intorno al 1900.
Diventa presto la confidente del suo superiore, il vescovo ortodosso Matteo Karpathakis. Nel 1923 la Chiesa greca adotta il nuovo calendario gregoriano e Matteo, che è contrario, si mette a capo di uno dei gruppi dei “Vecchi Calendaristi”, rifiutato sia dalla Chiesa ufficiale sia dagli altri Vecchi Calendaristi. Mariam lo segue.
Nel 1927 i due fondano un monastero vicino a Keratea, la Panagia Pefkovounogiatrissa, la “Madonna guaritrice del monte dei pini”. Ufficialmente serviva anche a curare i malati di tubercolosi che non potevano permettersi un sanatorio, grazie all’aria di montagna: dal 1938 si presentava come un centro di cura gratuito.
Mariam grazie al suo carattere forte prende presto il controllo del monastero. Dal 1939, quando Matteo ha ormai 78 anni ed è malato, ne prende di fatto il comando, e alla sua morte, nel 1950, ne diventa ufficialmente la badessa.
Ora che è l’unica al potere comincia un’aggressiva politica di reclutamento e spinge i suoi adepti a cercare nuovi proseliti. Devono essere preferibilmente donne facoltose e disposte a lasciare ogni bene al monastero. Al massimo del suo potere arriva ad avere più di 400 seguaci.
Una volta reclutati, i nuovi adepti cominciavano una vita di reclusione e penitenze. Dovevano sopportare lunghi digiuni e penitenze per scacciare il diavolo e guadagnarsi il paradiso.
A volte Mariam stessa prendeva parte alle loro flagellazioni, trasformandole di fatto in torture.
La forte personalità della monaca obbligava tutti al silenzio e qualsiasi contatto all’esterno del monastero era proibito. Chi voleva andarsene veniva chiuso in cella per mesi, con pochissimo cibo, finché non firmava la cessione dei suoi beni.
A causa di questo trattamento molti adepti morivano per la malnutrizione, il duro lavoro al quale erano costretti e le torture. I malati di tubercolosi non ricevevano nessuna cura e nessun medico li visitava. Secondo i registri, cinquecento persone avevano lasciato tutto al monastero ed erano poi morte lì.
Il potere di Mariam continua durante tutti gli anni Quaranta dello scorso secolo, ma alla fine di quel decennio qualcosa comincia a cedere.
L’arresto

La polizia riceve molte segnalazioni riguardo a orribili grida provenienti dal monastero e, in seguito alla denuncia della figlia di un’adepta, decide di controllare.
La notte del 4 dicembre 1950 più di ottantacinque agenti fanno irruzione nel monastero. Trovano donne anziane seminude, denutrite e malate, legate negli scantinati, e portano via i trentasei bambini che vivevano lì, tra cui una ragazza alla quale era stato fatto credere di essere orfana.
All’inizio Mariam fu arrestata solo per reati minori, come l’esportazione illegale di olio d’oliva a Cipro e l’importazione di pneumatici, ma con le testimonianze le accuse diventarono sempre più gravi: omicidio, frode, falsificazione di testamenti, ricatto e tortura.
I processi
Ne seguirono tre processi. Nel primo, tra il 1951 e il 1952, la monaca, soprannominata “la Rasputin donna”, venne condannata a 26 mesi di carcere, anche per la custodia illegale della ragazza ritrovata nel monastero.
Fu riconosciuta colpevole di sette omicidi. Tra le vittime c’erano i coniugi Baka, che avevano lasciato i loro beni al monastero: quando la moglie volle andarsene con i figli, Mariam la fece rinchiudere per sei mesi in una cella dove erano stati dei malati di tubercolosi, finché non morì; poi toccò anche al marito. Altri due coniugi morirono di fame dopo aver ceduto la casa, e due suore morirono per le percosse ordinate da lei come penitenza.
Nel 1953 venne condannata a 10 anni di prigione per appropriazione indebita, frode, detenzione e maltrattamento degli adepti, e in un terzo processo le vennero aggiunti altri 4 anni.
Mariam negò tutto fino alla fine, definendo le accuse “invenzioni sataniche”, e accolse le condanne senza emozione, facendosi il segno della croce e mormorando una “preghiera di vendetta” a san Matteo.
Morì nel carcere Averoff di Atene il 23 novembre 1954, secondo alcune fonti a 71 anni, prima che si concludessero tutti i processi. Fu sepolta nel monastero, accanto al vescovo Matteo.
Mariam è stata una delle più prolifiche serial killer della storia, usando la sua grande personalità per manipolare e portare alla morte i suoi adepti. Le vittime accertate sono 27, ma sono 177 se si contano anche i malati morti senza cure.
Eppure il monastero esiste ancora: nel 2022 ci vivevano ancora delle suore convinte della sua innocenza, che la venerano come una santa.
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