- Chi: Enriqueta Martí i Ripoll (Sant Feliu de Llobregat, 2 febbraio 1871 – Barcellona, 12 maggio 1913).
- Soprannome: “la vampira di Barcellona” o “la vampira del Raval”.
- L’accusa: rapimento e omicidio di bambini, con i cui resti avrebbe preparato unguenti e pozioni.
- Cosa è provato: secondo studi recenti, solo il rapimento della piccola Teresita Guitart, nel 1912.
- Morte: in carcere, prima del processo; ufficialmente per malattia, secondo la leggenda linciata dalle altre detenute.
Enriqueta Martí è passata alla storia come una rapitrice e assassina di bambini spagnola, all’inizio del secolo scorso. Secondo la versione tradizionale, usava i resti dei bambini che uccideva per preparare pozioni magiche e pomate miracolose che vendeva ai benestanti di Barcellona. Ma, come vedremo, oggi alcuni studiosi mettono in dubbio gran parte della sua leggenda.
Cenni biografici
Enriqueta nacque il 2 febbraio 1871 a Sant Feliu de Llobregat, vicino a Barcellona, da una famiglia povera. Da giovane si trasferì in città, dove lavorò come bambinaia e poi cominciò a prostituirsi per fare qualche soldo. Nel 1895 sposò un pittore di poco successo, Joan Pujaló, ma il matrimonio fu tempestoso, e Joan lasciò Enriqueta per il suo carattere strano e imprevedibile e per la sua tendenza a frequentare bordelli e posti malfamati.
Nonostante questo Joan ritornò da lei, ma si riunirono e separarono ben sei volte, e alla data della cattura della vampira la coppia era separata da cinque anni. Non ebbero mai figli.
La doppia vita di Enriqueta Martí
Secondo i racconti dell’epoca, Enriqueta conduceva una doppia vita: di giorno mendicava nelle strade di Barcellona, nelle parrocchie e nei conventi, vestita di stracci, e di sera frequentava il Teatro del Liceu e i locali più rinomati, indossando abiti di lusso, cappelli e parrucche.
Nel 1909 venne arrestata nel suo appartamento di calle Minerva con accuse gravissime, ma grazie alle sue conoscenze potenti non andò mai in carcere.
Oltre a questo, la Martí era anche una fattucchiera: creava infatti pozioni magiche e pomate che vendeva a prezzi esorbitanti. Secondo l’accusa, questi unguenti, molti dei quali spacciati come rimedi per la tubercolosi, erano ricavati da ossa, sangue e grasso dei bambini che rapiva e uccideva.
L’ultimo sequestro

Il 10 febbraio 1912 sequestrò la sua ultima vittima, Teresita Guitart Congost. Approfittando di un momento di distrazione della madre la prese per mano, promettendole caramelle, ma appena Teresita si accorse di allontanarsi troppo dal suo quartiere volle tornare indietro.
Enriqueta la coprì dunque con un panno nero e la portò nel suo appartamento, al numero 29 di calle de Poniente, dove le tagliò i capelli e le cambiò nome in Felicidad, dicendole che non aveva più genitori e che lei era la sua matrigna.
Nell’appartamento la bimba conobbe un’altra bambina, Angelita. Entrambe venivano nutrite pochissimo, con patate e pane secco, e un giorno, curiosando in una stanza in cui era stato loro proibito di entrare, trovarono un sacco con dei vestiti da bambino sporchi di sangue e un coltello.
Per due settimane tutta Barcellona cercò Teresita. Il 17 febbraio una vicina della vampira, Claudia Elías, vide una bambina con i capelli rasati affacciata alla finestra del cortile interno, e chiese a Enriqueta chi fosse quella bambina mai vista prima.
La vampira chiuse in fretta la finestra senza rispondere alla domanda, e questo insospettì la vicina, che confidò quanto successo a un amico, il materassaio della stessa via.
L’arresto
La sparizione di Teresita era su tutti i giornali, e la gente era estremamente spaventata dalla sparizione di tanti bambini e arrabbiata con le autorità, che non sembravano fare nulla.
Questo portò l’amico di Claudia ad avvisare un agente, che a sua volta informò il suo capo, il brigadiere Ribot. Il 27 febbraio, con la scusa di una denuncia per delle galline tenute in casa, la polizia andò nell’appartamento di Enriqueta, dove trovò le due bambine sane e salve.
Riconobbero Teresita e portarono tutte e tre in commissariato. Teresita spiegò come era stata attirata dalla vampira e fu riconsegnata ai genitori. Anche Angelita fu interrogata e raccontò di come poco prima nell’appartamento ci fosse un altro bambino, Pepito, di cinque anni, e di aver visto Enriqueta ucciderlo sul tavolo della cucina. La bimba, per la paura, era corsa a letto e aveva fatto finta di dormire.
Fu molto difficile risalire all’identità di Angelita, dato che Enriqueta sosteneva che fosse sua figlia e la bimba non sapeva dire il proprio cognome. Fu chiamato allora Joan, che negò di essere il padre di Angelita e disse di non vivere più con la moglie da cinque anni. Una visita medica confermò che Enriqueta non aveva mai partorito. Alla fine confessò di averla presa appena nata dalla cognata, alla quale aveva fatto credere che la bambina fosse nata morta.
La scoperta dei resti

La polizia perquisì l’appartamento di Enriqueta e trovò, oltre al sacco con i vestiti e il coltello per disossare di cui parlavano le bambine, anche un altro sacco contenente una trentina di piccole ossa umane, con segni di esposizione al fuoco.
In un’altra stanza chiusa a chiave trovarono una cinquantina di barattoli e contenitori con resti umani conservati: grasso, sangue coagulato, capelli e ossa ridotte in polvere, insieme alle pozioni e agli unguenti già pronti per la vendita.
Interrogata, Enriqueta prima disse di fare studi di anatomia, poi confessò di essere una guaritrice. La polizia controllò quindi anche gli appartamenti dove la donna aveva vissuto in precedenza, e secondo le cronache dell’epoca anche lì trovò resti umani nascosti nelle pareti, nel soffitto o sotterrati in giardino.
Vennero ritrovati poi dei quaderni con annotazioni in codice, ricette per pozioni magiche e una lista di famiglie ricche e importanti di Barcellona, che si pensò fossero i clienti della vampira.
Il popolo si indignò, sapendo che se delle persone altolocate e potenti fossero state implicate, nessuno di loro sarebbe finito in carcere. Le autorità, che avevano ancora in mente le rivolte della Settimana Tragica del 1909, temevano disordini, e fecero pubblicare dal quotidiano ABC un articolo che diceva che i nomi sulla lista erano solo famiglie presso cui Enriqueta andava a mendicare, e che nulla avevano a che vedere con i bambini morti.
D’altro canto Enriqueta non disse mai i nomi dei suoi clienti, e non c’erano le prove per accusare nessun altro a parte lei.
La morte in carcere
Enriqueta venne rinchiusa nel carcere della Reina Amalia, a Barcellona, in attesa del processo. Processo però al quale non arrivò mai: morì il 12 maggio 1913, un anno e tre mesi dopo l’arresto, mentre l’istruttoria era ancora in corso.
Ufficialmente morì per una lunga malattia, probabilmente un cancro all’utero, ma secondo la versione più popolare venne linciata dalle altre detenute in uno dei cortili del carcere. Fu sepolta in una fossa comune nel cimitero del Sud-Ovest, sulla collina del Montjuïc, a Barcellona.
Una leggenda nera?
Nel 2014 lo scrittore barcellonese Jordi Corominas, nel libro “Barcelona 1912”, ha ricostruito il caso rileggendo tutti i giornali dell’epoca, e ha notato che i cronisti si erano concentrati sui dettagli più macabri dei primi giorni, senza poi verificare nulla.
Secondo Corominas, Enriqueta era una donna poverissima e disturbata, segnata dalla morte di un figlio di appena dieci mesi per malnutrizione, che rapì Teresita forse per dare una compagna ad Angelita. L’unico crimine davvero provato sarebbe proprio quel rapimento, per cui venne accusata. La figura della “vampira assassina” sarebbe invece una leggenda nera, nata in una Barcellona povera e disperata, e utile a coprire altri scandali.
Chi era davvero Enriqueta Martí? Un mostro che uccideva bambini, o una povera donna su cui una città spaventata ha scaricato tutte le sue paure? Probabilmente non lo sapremo mai.
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