- Chi: lo psicologo John B. Watson e la sua studentessa Rosalie Rayner, alla Johns Hopkins University.
- Quando: tra il 1919 e il 1920; i risultati furono pubblicati nel febbraio 1920.
- Cosa: insegnare a un bambino di 11 mesi ad avere paura di un topolino bianco, associandolo a un rumore fortissimo.
- Chi era Albert: ancora oggi è discusso; le due ipotesi principali sono Douglas Merritte e William Albert Barger.
Questo esperimento è stato condotto dallo psicologo statunitense John B. Watson e dalla sua collaboratrice Rosalie Rayner, alla Johns Hopkins University, su un bambino che all’inizio aveva 9 mesi, chiamato Albert, all’inizio degli anni ’20 dello scorso secolo.
Come scrive lo stesso Watson nel 1920, l’esperimento era mirato a dare risposta ai seguenti quesiti:
- Si può condizionare un bambino affinché provi paura per un animale quando gli viene mostrato insieme a un suono molto forte?
- Questa paura si trasferirà anche ad altri animali o oggetti inanimati?
- Quanto durerà la paura?
L’esperimento del piccolo Albert

L’esperimento, per quanto poco etico, voleva mostrare prove empiriche del riflesso condizionato (o pavloviano) negli esseri umani, seguendo le procedure che Ivan Pavlov aveva usato con i cani.
Watson condusse lo studio su Albert, un bimbo che sembrava sano ed emotivamente stabile, selezionato in un ospedale. A 9 mesi venne sottoposto a vari stimoli, come la vista di un topolino bianco, un coniglio, un cane, una scimmietta, maschere con e senza capelli, cotone, lana e giornali a cui avevano dato fuoco. Il bambino non era spaventato da nessuno di questi elementi.
Successivamente, quando Albert aveva 11 mesi, gli venne mostrato di nuovo il topolino bianco, ma questa volta provocando un forte rumore alle spalle del bimbo, battendo con un martello su una sbarra d’acciaio, ogni volta che questi toccava l’animale.
Ripeterono questo iter varie volte e poi mostrarono di nuovo ad Albert il topolino, questa volta senza nessun rumore. Il piccolo si mostrò subito nervoso alla sola vista dell’animale, piangendo e cercando di gattonare via. Il bimbo stava associando il rumore che l’aveva spaventato al topolino, e quindi uno stimolo prima neutro era ora diventato negativo.
Albert sembrò associare il rumore, e quindi la paura, anche ad altri stimoli come un cagnolino, un coniglio, una pelliccia e persino una maschera di Babbo Natale con la barba fatta di batuffoli di cotone. Lo stesso Watson ammise però che la paura che aveva provocato non era né molto forte né molto duratura, e che non si estendeva a tutto ciò che aveva il pelo.
La vita di Albert dopo l’esperimento

L’esperimento si concluse quando Albert aveva circa un anno, e oggi non avrebbe molto credito date le sue mancanze, in primis quella di essere stato condotto su un solo soggetto e senza nessun gruppo di controllo.
Poco dopo lo studio Albert lasciò l’ospedale: la madre, che non era stata informata bene di cosa stesse succedendo, lo ritirò dallo studio prima che Watson potesse cercare di eliminare la sua paura, e si pensa quindi che questa sia durata a lungo.
Tuttavia per decenni non si è conosciuta l’identità di Albert: alcuni sostenevano che fosse il figlio di un’infermiera che lavorava presso l’ospedale, altri il figlio di una balia, o ancora il figlio di una donna che lavorava nello stesso edificio di Watson.
Nel 2009 gli psicologi Hall P. Beck e Sharman Levinson lo identificarono in Douglas Merritte, figlio di una balia dell’ospedale, che soffriva di idrocefalo e morì a soli 6 anni. Se fosse stato lui, il bambino dell’esperimento non sarebbe stato affatto “sano”, come diceva Watson. Ma altri ricercatori, Russ Powell, Nancy Digdon e Ben Harris, hanno poi scoperto che Douglas era completamente cieco, cosa che non coincide con i filmati dell’esperimento.
Si giunse poi alla conclusione che potesse essere William Albert Barger, chiamato in famiglia “Albert”, nato a un giorno di distanza da Merritte, anche lui figlio di una donna che lavorava all’ospedale. Il suo peso e il suo sviluppo coincidevano con quelli descritti nello studio, e lasciò l’ospedale esattamente all’età indicata da Watson. Barger è morto nel 2007, a 87 anni, probabilmente senza mai sapere di essere stato il “piccolo Albert”.
I ricercatori riuscirono a contattare una nipote, che disse di essere stata molto legata allo zio quando era in vita, e di ricordare che avesse paura dei cani, tanto che era oggetto di scherzose prese in giro da parte della famiglia, soprattutto della moglie. Tuttavia non ricordava altre particolari fobie, e non è possibile dire se quella paura avesse qualcosa a che fare con l’esperimento.
Dall’esperimento nacque però anche qualcosa di buono. A una delle conferenze di Watson c’era una giovane studentessa, Mary Cover Jones, che qualche anno dopo riuscì a fare il contrario: aiutò un bambino di due anni, Peter, a superare la paura dei conigli, avvicinandoglieli a poco a poco. È considerata la “madre della terapia comportamentale”.
Inutile dire che è stato un esperimento fortemente criticato e ritenuto non etico. Grazie a questo esperimento e ad altri simili, si è giunti a una legislazione che impedisce questo tipo di studi.
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