- Dove: il Penitenziario del New Mexico, a sud di Santa Fe.
- Quando: dall’1:40 di notte del 2 febbraio 1980 al pomeriggio del 3 febbraio, per 36 ore.
- Bilancio: almeno 33 detenuti morti e più di 200 feriti; 12 agenti presi in ostaggio, nessuno ucciso.
- Perché è ricordata: è considerata la rivolta carceraria più violenta della storia degli Stati Uniti per il tipo di violenze, con torture, mutilazioni e smembramenti.
Quello di cui vi parlerò oggi non è, purtroppo, la trama di un film né una leggenda metropolitana, ma un fatto realmente accaduto nel penitenziario del New Mexico il 2 e 3 febbraio del 1980. Durante questi due giorni almeno 33 detenuti furono uccisi e più di 200 feriti.
La storia
Questo episodio rientra nelle classiche tragedie annunciate, infatti la prigione era sovrappopolata: quella notte c’erano 1.156 detenuti in una struttura che aveva meno di 1.000 posti letto. I detenuti alla prima condanna per reati non violenti non venivano separati da quelli violenti e recidivi, e molti dormivano in camerate affollate e sporche. Le guardie erano poche e poco addestrate, e dal 1975 le attività educative e ricreative per i detenuti erano state sospese, costringendoli a restare chiusi in cella per lunghi periodi.
I prigionieri avevano portato più volte questi problemi all’attenzione dei secondini, oltre a quelli delle pessime condizioni igieniche e del cibo, infestato da scarafaggi e topi, ma le loro richieste non erano mai state ascoltate. Un direttore in visita definì il penitenziario il carcere più sporco che avesse mai visto.
Nel 1976, durante uno sciopero dei detenuti, le guardie li avevano fatti uscire con i lacrimogeni e poi li avevano fatti correre nudi in un corridoio picchiandoli con dei manici d’ascia, in quella che fu chiamata “la notte dei manici d’ascia”. Un detenuto, Dwight Duran, scrisse a mano una denuncia di 99 pagine al tribunale federale, ma le cose non cambiarono.
Inoltre la prigione aveva favorito negli ultimi anni un sistema di spie, il cosiddetto “snitch game”: alcuni detenuti venivano costretti a fare da informatori per le guardie, e questo aveva fatto aumentare gli episodi di violenza tra i carcerati. Gli informatori venivano poi spostati in un’area speciale, il Blocco 4, per proteggerli.
L’inizio della sommossa
Nelle prime ore di sabato 2 febbraio 1980 molti detenuti della camerata E2 erano ubriachi di alcol fatto in casa. All’1:40, durante la conta notturna, una guardia lasciò la porta della camerata aperta e due detenuti la sopraffecero.
Data la scarsa preparazione del personale, non ci volle molto affinché i rivoltosi prendessero in ostaggio le guardie della camerata, e poi le altre che stavano chiudendo i blocchi del lato sud: in tutto, nel corso della rivolta, gli ostaggi furono 12.
A quel punto la sommossa avrebbe potuto essere contenuta, se il cancello che portava all’ala sud fosse stato chiuso. Era invece aperto, come anche quello vicino al centro di controllo, lasciato aperto quasi tutte le notti.
Alle 2:05 i detenuti avevano già il controllo totale della prigione: spaccarono con un estintore di ottone il vetro, che avrebbe dovuto essere antiproiettile, del centro di controllo, e si impadronirono delle chiavi e dei comandi delle porte, liberando anche i loro compagni.
La violenza inizia

Ben presto la situazione degenerò: le gang rivali cominciarono ad affrontarsi e si verificarono i primi omicidi. I rivoltosi saccheggiarono la farmacia della prigione, consumando e distribuendo grandi quantità di farmaci, e diedero fuoco agli uffici, compreso quello dove si trovavano le cartelle psicologiche usate per negare la libertà vigilata.
Alcuni dei criminali più pericolosi, appena liberati dall’isolamento, decisero di andare nel Blocco 4, l’area speciale usata non solo per gli informatori ma anche per i detenuti con malattie mentali, condannati per reati sessuali o comunque più vulnerabili, per cercare vendetta. In tutto c’erano 96 prigionieri.
Le celle di quest’area non si aprivano né con le normali chiavi né tramite il centro di controllo. Il caso volle però che proprio in quei giorni ci fossero dei lavori in corso nel vicino Blocco 5, e i detenuti trovarono delle fiamme ossidriche con le quali cominciarono a tagliare le grate. Ci vollero circa cinque ore.
A questo punto la notizia della sommossa era già di dominio pubblico e molti prigionieri del Blocco 4 supplicarono la polizia di Stato, appostata fuori dalla recinzione, di aiutarli a uscire. Il Blocco 4 aveva anche una porta sul retro, che avrebbe permesso di farli fuggire, ma essendo solo per le emergenze non veniva mai aperta e nessuno aveva le chiavi a portata di mano. La polizia, inoltre, si era accordata con i negoziatori: finché le guardie in ostaggio fossero rimaste vive, nessuno sarebbe entrato.
I leader della sommossa cominciarono allora a descrivere via radio, con i walkie-talkie dei secondini, quello che avrebbero fatto ai prigionieri del Blocco 4, ma nonostante questo nessuno intervenne. Un funzionario, sentendo parlare di quei detenuti, avrebbe detto: “Affari loro.”
Torture e omicidi

All’alba la cosiddetta “squadra della morte” riuscì a entrare nel Blocco 4. Il pannello che comandava le porte delle celle era stato bruciato, quindi ogni cella dovette essere aperta con la fiamma ossidrica, una alla volta. Le vittime venivano trascinate fuori, torturate, smembrate, impiccate o bruciate vive. Entro le 10 del mattino 12 dei 96 prigionieri erano stati identificati come informatori e uccisi; in tutto, nel Blocco 4, i morti furono 16.
Alcuni testimoni oculari descrissero ciò che videro: alcuni prigionieri vennero impiccati; uno di loro, Mario Urioste, finito in prigione per un taccheggio e trasferito nel Blocco 4 per la sua protezione, fu trovato impiccato, con la gola tagliata e i genitali amputati e messi in bocca.
Un altro uomo venne gettato dal ballatoio del secondo piano con un cappio al collo e quasi decapitato, poi il corpo venne trascinato giù e fatto a pezzi a colpi d’accetta. Alcuni vennero bruciati vivi, e nella palestra venne acceso un fuoco per bruciare una pila di cadaveri, che sfuggì al controllo e arrivò a bruciare il tetto. Per decenni sul pavimento sono rimasti visibili i segni delle bruciature.
Un altro detenuto, infine, venne tenuto fermo davanti a una finestra mentre gli veniva passata la fiamma ossidrica sulla faccia. Secondo un testimone intervistato dal programma Timewatch della BBC, la fiamma venne diretta sugli occhi finché la sua testa esplose.
Per quanto riguarda le guardie, alcune vennero protette e nutrite da alcuni detenuti, e due riuscirono a uscire travestite da carcerati, accompagnate da prigionieri solidali. Altre vennero invece picchiate, torturate e violentate: sette rimasero gravemente ferite, ma nessuna morì. I detenuti stessi portarono fuori su delle coperte le due guardie più gravi, perché non volevano che un agente morisse mentre era nelle loro mani.
Negoziazioni
Le negoziazioni cominciarono già nelle prime ore, via radio, ma furono caotiche, perché tra i detenuti non c’era un vero portavoce: diverse voci si contraddicevano e litigavano tra loro sulle frequenze. Dal lato delle autorità a trattare fu prima il vicedirettore Robert Montoya, lo stesso della “notte dei manici d’ascia”, e poi il segretario aggiunto del Dipartimento correzionale, Felix Rodriguez. Il governatore Bruce King decise di trattare invece di attaccare.
Le richieste dei prigionieri erano quelle di avere cibo migliore, migliori condizioni igieniche, risolvere il problema del sovraffollamento e della conseguente violenza, ripristinare i programmi educativi e ricreativi, e parlare con funzionari federali indipendenti e con i giornalisti.
Il giorno dopo, domenica, nessuna delle condizioni era stata accettata: la strategia delle autorità era prendere tempo. Alcuni detenuti a questo punto non vollero più far parte della sommossa e fuggirono nel cortile e fuori dalla recinzione, impauriti dal caos che regnava nel penitenziario. Secondo un’inchiesta successiva, la rivolta fu avviata e portata avanti da un piccolo gruppo di detenuti, mentre la maggior parte cercava solo di scappare.
Fine della sommossa
Domenica pomeriggio, 36 ore dopo l’inizio della sommossa, la polizia di Stato, pesantemente armata e accompagnata dagli agenti di Santa Fe, entrò nei resti carbonizzati del penitenziario, trovando almeno 33 morti e più di 200 feriti. Alcuni erano morti di overdose dopo il saccheggio della farmacia, gli altri erano stati uccisi. Secondo lo scrittore Roger Morris i morti potrebbero essere stati di più, perché diversi corpi erano stati bruciati o smembrati.
Dopo che i rivoltosi si furono arresi ci vollero giorni per ristabilire l’ordine. Solo pochi detenuti vennero processati, e la pena aggiuntiva più lunga fu di nove anni: secondo Morris, la maggior parte dei crimini rimase impunita. Molte prove andarono perse o distrutte, anche perché i rivoltosi avevano bruciato l’archivio.
Questo mise fine a una delle più grandi e peggiori sommosse nella storia degli Stati Uniti. Solo dopo anni, grazie alla causa avviata da Dwight Duran, il sistema carcerario del New Mexico venne riformato. Il vecchio edificio, chiuso da tempo, dal 2013 è aperto alle visite guidate.
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