Nella notte tra il 13 e il 14 luglio 1966, a Chicago, Richard Speck entrò in una casa che faceva da dormitorio per studentesse infermiere e ne uccise otto. La nona, Corazon Amurao, si salvò nascondendosi sotto un letto e lo fece condannare. Condannato a morte nel 1967, la pena fu poi trasformata in carcere, dove morì nel 1991.
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L’aria era densa di sudore e paura. Corazon Amurao, detta Cora, una studentessa infermiera di 23 anni, si era infilata di nascosto sotto a un letto, mentre dall’altra parte della porta sentiva i rumori che non avrebbe mai più dimenticato: le sue amiche che venivano uccise una ad una.
Erano circa le 23 del 13 luglio 1966 quando l’uomo biondo con un marcato accento del sud era entrato nella loro casa-dormitorio al 2319 di East 100th Street, a Chicago. Aveva un coltello e una pistola, anche se per uccidere avrebbe usato solo il coltello, e parlava con una calma spaventosa. “Nessuno si farà male se obbedite”, aveva detto mentre legava le ragazze con strisce di lenzuola strappate.
L’uomo, che avrebbe poi scoperto chiamarsi Richard Speck, portava via le sue compagne una alla volta. Prima Pamela, poi Suzanne, poi Mary Ann… Ogni volta, dopo qualche minuto, sentiva un tonfo sordo, a volte un rantolo, poi l’acqua del rubinetto che scorreva. Tra un omicidio e l’altro passavano venti, trenta minuti. Prima che l’uomo separasse le ragazze, chiudendole in stanze diverse, Cora decide di strisciare sotto al letto. Ha il cuore in gola e cerca di non fare nemmeno il minimo rumore mentre sente le sue amiche morire una ad una.
“Quando ha preso Valentina, l’ultima prima di me, ho sentito dire ‘Masakit!’ “Fa male!” in filippino”, racconterà Cora anni dopo. Poi, il silenzio. Per cinque interminabili ore rimase immobile, convinta che sarebbe stata la prossima. L’assassino però era ubriaco e sotto effetto di droghe e non si era accorto che quando era entrato in casa, le ragazze erano 9. Avendo visto gli 8 letti del dormitorio e avendo ucciso 8 ragazze, aveva pensato di averle uccise tutte, ma non sapeva che proprio quella notte un’amica delle studentesse aveva deciso di andare a trovarle, andando, inconsapevolmente, incontro alla sua morte. Ecco perché Cora si è salvata.
Solo all’alba, quando il sole iniziò a filtrare dalle finestre, Corazon trovò il coraggio di strisciare fuori. La scena che la accolse era un incubo: Gloria Davy, nuda e senza vita sul divano, violentata e strangolata. Le altre ragazze giacevano nelle stanze vicine, ognuna uccisa in modo diverso.
Affacciata alla finestra, Cora urlò quello che sarebbe diventato il grido più famoso di Chicago:
Oh mio Dio, sono tutte morte!
La sua testimonianza sarebbe stata cruciale per inchiodare Speck. Ma per Cora, quella notte non finì mai davvero.
L’uomo con il coltello e la voce ipnotica

Speck non irruppe come un tornado di violenza. Entrò con metodo, quasi educatamente, usando la sua voce profonda e l’accento texano come un’arma psicologica. “State tranquille, non vi farò nulla se obbedite”, ripeteva mentre legava le ragazze con una precisione quasi professionale.
Le infermiere, inizialmente paralizzate dalla paura, tentarono di ragionare con quell’uomo che parlava con voce calma mentre le legava. Con toni concilianti che nascondevano il terrore, una dopo l’altra gli offrirono ciò che potevano come i loro risparmi o promesse di aiuto per trovare lavoro. Ma ogni parola cadeva nel vuoto di quella mente ormai irraggiungibile, mentre Speck continuava il suo lavoro con metodica precisione, come se quelle voci supplicanti fossero solo rumore di fondo. Tagliava le lenzuola con lo stesso coltello da caccia con cui poco dopo avrebbe ucciso Pamela Wilkening e le altre. Le vittime furono Gloria Davy, Patricia Matusek, Nina Jo Schmale, Pamela Wilkening, Suzanne Farris, Mary Ann Jordan, Merlita Gargullo e Valentina Pasion. Gargullo e Pasion, come Cora, erano infermiere arrivate dalle Filippine con un programma di scambio. Le ragazze furono accoltellate o strangolate, alcune sgozzate.
Speck agiva con una metodicità inquietante che rivelava una tecnica crudele e calcolata. Le sue mani, addestrate durante gli anni in marina, creavano nodi tanto perfetti quanto letali. Isolava le vittime in stanze diverse, una strategia freddamente efficace per prevenire qualsiasi tentativo di resistenza collettiva. La sua violenza seguiva un ritmo spietato: colpi rapidi e mortali per la maggior parte, ma con terribili eccezioni. Gloria Davy fu costretta a un’agonia prolungata, tenuta in vita per ore come ultima, tragica vittima di quella notte di orrore, prima di essere violentata e strangolata. Ogni gesto, ogni decisione rivelava una mente che aveva pianificato l’orrore con lucida determinazione.
Quella notte, Speck non perse mai il controllo. Anzi, sembrava a suo agio, come se finalmente avesse trovato il suo vero scopo. Poi sparì nel buio, lasciandosi dietro il più brutale massacro nella storia di Chicago.
L’infanzia che fabbricò un mostro
Benjamin Franklin Speck, il padre biologico di Richard, rappresenta forse l’unico punto di luce nella vita del futuro assassino. Morì improvvisamente per un infarto nel 1947, quando Richard aveva solo sei anni. Operaio onesto e padre affettuoso, Benjamin lavorava come imballatore alla Western Stoneware a Monmouth, Illinois. La sua morte prematura lasciò il piccolo Richard in balia di Carl Lindberg, il nuovo marito alcolizzato e violento della madre. Quando si ubriacava, Lindberg sfogava la sua rabbia violenta su Speck. Il bambino andava male a scuola e bighellonava sempre con ragazzi più grandi, diventando ben presto un criminale. Prima del famoso massacro, infatti, aveva già una lunga lista di crimini alle sue spalle.
Forse, se Benjamin fosse sopravvissuto avrebbe potuto rappresentare un freno alla deriva criminale del figlio. Invece, la sua assenza creò un vuoto che nessuno, certamente non il brutale patrigno, avrebbe mai colmato. Quell’uomo gentile, che Richard ricordava con rari momenti di tenerezza, divenne solo un fantasma del passato, mentre il ragazzo scivolava sempre più nell’oscurità.
Nel 1961 conobbe Shirley Malone, che aveva solo 15 anni, alla fiera statale del Texas. Lei rimase incinta dopo tre settimane e i due si sposarono nel gennaio 1962. La loro vita insieme fu segnata dall’alcol, dalla violenza e dagli arresti, e anche Shirley raccontò in seguito di aver subito abusi dal marito. Nel 1963 Speck finì in carcere per falso e furto, e nel 1965, uscito da pochi giorni, aggredì una donna con un coltello da 43 centimetri in un parcheggio. Nel gennaio 1966, finalmente, Shirley chiese il divorzio, appena sei mesi prima del massacro delle studentesse. Quello stesso mese accoltellò un uomo in una rissa al bar, e a marzo rapinò un negozio. Ricercato per furto, il 9 marzo 1966 la sorella Carolyn lo accompagnò alla stazione degli autobus di Dallas, da dove partì per Chicago. Da lì tornò a Monmouth, la città della sua infanzia. Ad aprile, in città, una donna di 65 anni fu violentata in casa da un uomo biondo e “molto educato” con l’accento del sud, e pochi giorni dopo fu trovata morta una barista, Mary Kathryn Pierce, uccisa da un colpo all’addome che le aveva spappolato il fegato. Speck frequentava il suo locale e fu interrogato, ma riuscì a interrompere l’interrogatorio con una scusa, promettendo di tornare.
Quando dopo diversi giorni non si ripresentò per terminare l’interrogatorio, la polizia andò all’albergo dove alloggiava, ma Speck se n’era già andato.
Il giorno del massacro, Speck aveva bevuto per ore nelle taverne. Aveva violentato e derubato una donna e poi, ubriaco e armato, aveva vagato per le strade di Chicago per poi fare irruzione nella casa del massacro verso le 11 di notte.
La caccia all’uomo e quel tatuaggio maledetto
Dopo gli omicidi, per due interminabili giorni Chicago visse nel terrore mentre la polizia setacciava ogni angolo della città alla ricerca del mostro che aveva sterminato otto infermiere. Intanto, Richard Speck si muoveva come un’ombra tra i bassifondi, inconsapevole che l’arresto era vicino.
La svolta arrivò nelle prime ore del 17 luglio, quando Claude Lunsford, un senzatetto con cui Speck aveva condiviso una serata di bevute, lo riconobbe grazie ad un identikit pubblicato su un giornale. Lunsford chiamò la polizia, ma nessuno si presentò all’hotel dove alloggiava. Poco dopo però, l’assassino venne ritrovato sanguinante dopo un goffo tentativo di suicidio. Portato d’urgenza al Cook County Hospital, fu il giovane medico LeRoy Smith a notare quel particolare che avrebbe cambiato tutto: sul braccio sinistro di Speck, appena visibile sotto il sangue, c’era un tatuaggio con la scritta “Born to Raise Hell” – “Nato per seminare il caos”, un particolare notato da Amurao e presente su tutti i giornali.
Sulla scena del crimine, inoltre, erano state trovate le sue impronte digitali. Quel tatuaggio che si era fatto da ragazzo per sembrare più duro si rivelò la prova che lo portò dritto alla condanna a morte. Il destino volle che l’orgoglio criminale che lo aveva spinto a marchiarsi la pelle divenisse la firma che lo consegnò alla giustizia.
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