Nel maggio 1933 circa 6.000 deportati, in gran parte cittadini di Mosca e Leningrado arrestati perché senza passaporto interno, furono abbandonati sull’isola di Nazino, sul fiume Ob in Siberia, con poca farina e senza attrezzi né ripari. In 13 settimane oltre 4.000 morirono o scomparvero tra fame, malattie, violenze e cannibalismo. La vicenda fu tenuta segreta fino al 1988, quando la rese pubblica l’associazione Memorial.
Nel 1933 circa 6.000 persone vennero deportate dal governo sovietico a Nazino, un’isola remota della Siberia. Qui, lasciate senza riparo né cibo a sufficienza, cominciarono a verificarsi episodi di cannibalismo. Dopo poche settimane i sopravvissuti erano circa 2.000, quasi tutti in condizioni disperate. L’isola è ora conosciuta come “isola dei cannibali” o “isola della morte”.
La storia
Negli anni ’30 Stalin aveva voluto un progetto di rapida industrializzazione del Paese, e per finanziarlo tutta la ricchezza prodotta dall’agricoltura doveva essere destinata all’industria. Le terre dei contadini vennero collettivizzate e i raccolti sequestrati, senza lasciare loro nemmeno il minimo indispensabile per sopravvivere.
Questo, insieme alla “dekulakizzazione”, che in tre anni deportò circa due milioni di contadini considerati benestanti, diede origine a una gravissima carestia che fece milioni di morti, soprattutto in Ucraina.
Molti contadini, ormai privi della loro terra e affamati, cominciarono a spostarsi verso le città. Il 27 dicembre 1932 il Politburo introdusse allora il passaporto interno obbligatorio per i residenti delle grandi città: l’obiettivo dichiarato era “ripulire” Mosca, Leningrado e gli altri centri urbani dagli “elementi superflui”, dai kulaki, dai criminali e dagli “elementi socialmente pericolosi”.
Chi non aveva il passaporto poteva essere arrestato e deportato con una semplice procedura amministrativa, di solito nel giro di due giorni. Tra marzo e luglio 1933 vennero arrestate e deportate per questo motivo 85.937 persone solo a Mosca. Tra loro c’erano ex commercianti, contadini in fuga dalla carestia, piccoli criminali e chiunque non rientrasse nell’ideale della classe operaia.
Il rapporto di un funzionario locale, Vasily Velichko, cita molti casi di persone arrestate per sbaglio: un autista di Mosca premiato tre volte al lavoro, uscito a fumare una sigaretta mentre la moglie si preparava per il cinema; un’anziana venuta in città a comprare un vestito per il marito; un operaio fermato mentre andava a vedere una partita di calcio, che aveva lasciato il passaporto a casa.
L’affare Nazino
Nel febbraio 1933 il capo della polizia segreta Genrich Jagoda e il responsabile dei Gulag Matvei Berman presentarono a Stalin un “grandioso progetto”: trasferire fino a due milioni di persone in “insediamenti speciali” in Siberia e in Kazakistan, per coltivare un milione di ettari di terre vergini e diventare autosufficienti in due anni. Il piano fu approvato l’11 marzo 1933, anche se poco dopo il numero dei deportati previsti fu ridotto a un milione.
I deportati dovevano passare per i campi di transito di Tomsk, Omsk e Achinsk. Il campo di Tomsk poteva contenerne 15.000, ma ad aprile ne arrivarono più di 25.000, prima ancora che fosse finito. I convogli partiti da Mosca e Leningrado il 29 e 30 aprile arrivarono a Tomsk il 10 maggio. La razione giornaliera durante il viaggio era di 300 grammi di pane a testa.
I criminali presenti tra i deportati picchiavano gli altri e rubavano loro cibo e vestiti.
Il 14 maggio circa 5.000 deportati furono caricati su quattro chiatte per il trasporto del legname e mandati verso l’isola di Nazino, una piccola isola paludosa sul fiume Ob, 800 chilometri a nord di Tomsk, in una zona abitata solo da pochi indigeni ostiachi. Circa un terzo erano criminali, mandati lì per “sfollare le prigioni”. Sulle chiatte c’erano venti tonnellate di farina, circa 4 chili a persona, ma nessun altro cibo, nessun utensile per cucinare e nessun attrezzo. Anche le guardie erano state reclutate da poco e non avevano né scarpe né uniformi.
L’arrivo sull’isola

Il pomeriggio del 18 maggio 1933 i deportati sbarcarono sull’isola, lunga 3 chilometri e larga 600 metri. Furono contati 322 donne e 4.556 uomini, più 27 cadaveri di persone morte durante il viaggio. Più di un terzo era troppo debole per stare in piedi. Non c’era alcun riparo, la prima notte nevicò e per quattro giorni non fu distribuito cibo. Il primo giorno furono sepolte 295 persone.
Quando la farina venne scaricata scoppiò una rissa e le guardie spararono sulla folla. Da quel momento la farina venne distribuita tramite dei “brigadieri”, ognuno a capo di una brigata di circa 150 persone. Spesso erano criminali, che approfittavano del loro ruolo e tenevano tutto per sé.
Non c’erano forni per cuocere il pane, così molti mescolarono la farina con l’acqua del fiume e la mangiarono così. Questo provocò un’epidemia di dissenteria.
Alcuni costruirono delle zattere di fortuna per scappare, ma la maggior parte si sfasciò e centinaia di cadaveri finirono sulle rive a valle dell’isola. Le guardie davano la caccia ai fuggitivi e li uccidevano come se fossero animali. Chi riusciva ad attraversare il fiume si ritrovava comunque nella taiga, senza alcun modo di tornare a casa, e fu considerato morto. Il 27 maggio arrivarono altri 1.200 deportati.
Il cannibalismo
Sull’isola l’ordine crollò in pochi giorni. La maggior parte dei deportati veniva dalle città e non sapeva nulla di agricoltura. Si formarono delle bande che terrorizzavano i più deboli: si uccideva per un po’ di cibo o di denaro e ai cadaveri venivano strappati i denti d’oro, scambiati poi con cibo e sigarette. Le guardie, a loro volta, estorcevano i deportati e li giustiziavano per infrazioni minime.
Il 21 maggio i tre medici presenti sull’isola contarono settanta nuovi morti e, in cinque casi, segni di cannibalismo. Nelle settimane successive il cannibalismo si diffuse al punto che si cominciò a uccidere le persone solo per mangiarle. In un mese le guardie arrestarono una cinquantina di persone per cannibalismo.
Nel 1989 un testimone ostiaco raccontò all’associazione Memorial cosa aveva visto. I deportati in fuga chiedevano dove fosse la ferrovia, dove fossero Mosca e Leningrado, posti di cui gli ostiachi non avevano mai sentito parlare. Raccontò anche la storia di una ragazza protetta da una giovane guardia, Kostia Venikov, che si era innamorato di lei. Un giorno lui dovette allontanarsi e la affidò a un compagno, che non riuscì a proteggerla.
Alcuni deportati la presero, la legarono a un pioppo e le tagliarono il seno, i muscoli e tutto quello che si poteva mangiare. Quando Kostia tornò era ancora viva. Cercò di salvarla, ma aveva perso troppo sangue.
La fine del progetto
Poco dopo l’arrivo dei deportati a Nazino, lo stesso Stalin aveva respinto il piano di Jagoda e Berman. All’inizio di giugno l’insediamento sull’isola fu sciolto e i 2.856 sopravvissuti furono trasferiti in insediamenti più piccoli lungo il fiume Nazina, lasciando sull’isola 157 persone troppo malate per essere spostate. Diverse centinaia morirono durante il trasferimento, e chi arrivò dovette affrontare un’epidemia di tifo.
In 13 settimane, dei circa 6.000 deportati destinati a Nazino, tra 1.500 e 2.000 morirono di fame, freddo, malattie, omicidi o incidenti. Altri 2.000 sparirono nel nulla e furono considerati morti. Secondo il rapporto di Velichko, inviato a Stalin e distribuito da Kaganovič ai membri del Politburo, su circa 6.700 deportati ne sopravvissero solo 2.200. A ottobre una commissione del Partito stimò che dei circa 2.000 sopravvissuti metà era malata e costretta a letto e solo 200-300 erano in grado di lavorare.
Alcuni funzionari locali e guardie cercarono di contestare il rapporto, ma furono condannati a pene tra uno e tre anni di carcere. Il caso Nazino portò alla fine dei grandi piani di colonizzazione con i deportati e all’abbandono dell’idea di usare “elementi declassati” e criminali per i nuovi insediamenti.
La riscoperta
Per decenni la tragedia fu nascosta e solo pochi sopravvissuti, funzionari e testimoni ne conoscevano l’esistenza. Nel 1988, negli anni della glasnost, i suoi dettagli divennero di dominio pubblico grazie all’associazione per i diritti umani Memorial, che nel 2002 pubblicò anche i documenti della commissione speciale del 1933.
Nel 2006 lo storico francese Nicolas Werth, tra gli autori del Libro nero del comunismo, ha dedicato alla vicenda il libro L’Île aux cannibales (L’isola dei cannibali), da cui nel 2009 è stato tratto un documentario.
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