Nella notte tra il 17 e il 18 aprile 1991, a Montecchia di Crosara (Verona), il diciannovenne Pietro Maso uccise i genitori Antonio e Maria Rosa con l’aiuto di tre amici, Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato, per impossessarsi dell’eredità. Condannato a 30 anni con il riconoscimento della seminfermità mentale, è uscito dal carcere nel 2013. I complici maggiorenni ebbero 26 anni, il minorenne Burato 13.
Pietro Maso è un criminale italiano colpevole di avere ucciso, con l’aiuto di alcuni amici, i genitori per poter intascare l’eredità.
Biografia
Pietro Maso nasce a San Bonifacio, in provincia di Verona, il 16 luglio 1971, ed è il terzo figlio e unico maschio di Antonio Maso, agricoltore, e Maria Rosa Tessari, casalinga. La famiglia vive a Montecchia di Crosara ed è benestante. Le due sorelle, Laura e Nadia, si sposano verso i vent’anni e vanno a vivere altrove.
L’infanzia di Pietro non è semplice: da piccolo si ammala di una grave meningite che lo porta quasi alla morte, tanto che gli viene data l’estrema unzione. Dopo la guarigione viene mandato in seminario a Vicenza, ma viene allontanato per lo scarso rendimento. Si iscrive poi all’istituto agrario di Cologna Veneta, che lascia al terzo anno, e viene riformato dal servizio militare.
La sua vita di paese non gli basta più, è sempre più attratto dai soldi e dalla bella vita. Con un gruppo di amici comincia a frequentare locali, discoteche e il Casinò di Venezia, spendendo moltissimo.
Negli ultimi mesi prima del delitto i genitori sono preoccupati: Pietro ha lasciato il lavoro da commesso in un supermercato e la sua collaborazione con una concessionaria d’auto è solo saltuaria. I soldi però non gli bastano mai e prende una decisione drastica: uccidere i genitori per intascare l’eredità.
I primi tentativi

Pietro comincia a pianificare l’omicidio con alcuni amici: Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza, di 18 anni, e Damiano Burato, di 17. Insieme architettano diversi piani, che però falliscono uno dopo l’altro.
All’inizio di marzo 1991 Carbognin propone di trovare un killer che uccida i genitori al posto loro. I ragazzi vanno a cercarlo nelle zone peggiori di Vicenza, ma si rendono conto che è inutile. Comprano allora sonniferi e veleno per topi per avvelenare il cibo dei coniugi Maso, ma temono che se ne accorgano dall’odore e buttano via tutto.
Le bombole di gas
Il 3 marzo 1991 Pietro sistema due bombole di gas nella cantina della casa. Accanto mette la centralina di alcune luci psichedeliche da discoteca, di quelle che si attivano con i suoni, e una sveglia puntata pochi minuti più tardi. Nel camino spento sistema invece cuscini e coperte per ostruirlo.
Il piano è quello di far riempire la stanza di gas e aspettare che la sveglia faccia scattare le luci, la cui scintilla farebbe saltare in aria la casa. Le coperte nel camino servono a impedire all’aria di uscire, rendendo l’esplosione ancora più potente.
Pietro però commette un errore: toglie la sicura alle bombole ma si dimentica di aprire le manopole. La madre trova tutto poco prima che la sveglia suoni e gli chiede spiegazioni. Lui risponde che serviva tutto per una festa. Anni dopo, nel suo libro, dirà invece che gli era mancato il coraggio.
Il batticarne
Pochi giorni prima del delitto la madre trova circa 2 milioni di lire nella tasca dei pantaloni del figlio. Pietro non lavora più, com’è possibile che abbia tutti quei soldi? Lui risponde che sono le ultime provvigioni della concessionaria e, per rassicurarla, si offre di accompagnarla lì a chiedere conferma.
In realtà in auto con loro c’è anche Giorgio Carbognin che, d’accordo con Pietro, deve colpire Rosa in testa con un batticarne.
Giorgio però non ha il coraggio e Pietro è costretto a inventare un’altra bugia: racconta alla madre di aver scoperto che un conoscente era coinvolto in un traffico di computer e che gli aveva dato quei soldi perché non lo denunciasse. Rosa sceglie di credergli, ma è sempre più preoccupata.
Un ultimo tentativo prevede che Giorgio colpisca i genitori di Pietro nel garage, al loro ritorno a casa. Ancora una volta però il giovane non trova il coraggio di agire.
L’omicidio

Quei 2 milioni venivano da un prestito di 24 milioni che Carbognin aveva chiesto in banca per comprare una Lancia Delta Integrale usata. Quando la sua famiglia si era opposta all’acquisto, invece di restituire i soldi li aveva sperperati con Pietro in ristoranti, discoteche, bar e gioiellerie.
Per aiutare l’amico a ripagare il debito, Pietro aveva staccato un assegno da 25 milioni dal conto della madre, falsificandone la firma. Doveva uccidere i genitori prima che lei scoprisse l’ammanco.
Il piano prevedeva anche la spartizione dell’eredità: 200 milioni a testa per Cavazza e Burato, il resto diviso tra Pietro e Carbognin. Il 17 aprile 1991 i coniugi Maso partecipano a un incontro dei neocatecumenali nel convento di San Daniele, a Lonigo. Quella sera Pietro e i complici si ritrovano a discutere gli ultimi dettagli, poi vanno insieme a casa ad aspettare i genitori. Con loro c’è anche un quinto amico, che li accompagna fino alla casa convinto fino all’ultimo che si tratti di uno scherzo, e poi se ne va.
Antonio e Rosa rientrano verso le 23. Antonio prova ad accendere la luce, ma Pietro aveva svitato la lampadina. Pensando a un problema elettrico, sale al primo piano per controllare il contatore. Lì, nascosto, c’è il figlio ad aspettarlo.
Appena il padre entra in cucina, Pietro lo colpisce con un tubo di ferro e Damiano con una pentola. Antonio non cade subito e i due continuano a colpirlo, anche con calci alla testa, fino a ucciderlo.
Poco dopo anche Rosa, allarmata, sale le scale e subisce la stessa sorte. La donna non muore subito e i ragazzi la soffocano infilandole del cotone in gola. Antonio aveva 55 anni, Rosa 48.
Dopo l’omicidio mettono a soqquadro la casa per simulare una rapina e si tolgono le tute insanguinate. Cavazza e Burato tornano a casa, mentre Pietro e Carbognin vanno in discoteca per crearsi un alibi. Qualche ora dopo Pietro rientra e inscena la finta scoperta: dice ai vicini di aver visto le gambe dei genitori stese a terra, e uno di loro entra in casa e trova i corpi.
Le indagini
Inizialmente si pensa a una rapina finita male, ma ben presto gli inquirenti capiscono che il furto è simulato. Anche le sorelle Laura e Nadia cominciano a sospettare quando scoprono l’uscita dei 25 milioni dal conto della madre.
Lo strano comportamento di Pietro dopo il delitto, e il fatto che i suoi stessi amici avessero cominciato a parlarne in giro, portano gli investigatori dritti a lui.
Pietro viene arrestato il 19 aprile 1991 e confessa poco dopo. Dopo di lui vengono arrestati anche i complici.
Il processo
Il caso suscita una reazione mediatica enorme e il processo viene seguito da tutta la stampa. L’accusa è di duplice omicidio volontario premeditato, con le aggravanti della crudeltà, dei futili motivi e, per Pietro, del vincolo di parentela. La perizia psichiatrica viene affidata al famoso psichiatra veronese Vittorino Andreoli, che ritiene tutti gli imputati capaci di intendere e di volere: per Pietro parla di disturbo narcisistico della personalità, che però non è una forma di infermità mentale.
Per mesi Pietro reclama la sua parte di eredità, ma il suo avvocato gli consiglia di rinunciarvi se non vuole rischiare l’ergastolo.
Il pubblico ministero chiede l’ergastolo, ma il 29 febbraio 1992 la Corte d’assise di Verona condanna Pietro a 30 anni, riconoscendogli la seminfermità mentale. Cavazza e Carbognin vengono condannati a 26 anni ciascuno, mentre Burato, minorenne, viene condannato a 13 anni dal tribunale dei minori di Venezia. Le pene vengono confermate in appello e in Cassazione.
Pietro Maso oggi
In carcere, a Opera, Pietro studia, partecipa a programmi rieducativi e a un corso di teatro, e dice di essersi riavvicinato alla fede. Nel 2007 racconta a Repubblica che molti ragazzi gli scrivono dicendo di voler fare quello che ha fatto lui, e che lui li invita a fermarsi. Non tutti però credono al suo pentimento: la scrittrice Cinzia Tani sostiene che in carcere pensasse soprattutto alla cura del suo aspetto e che ricevesse lettere da migliaia di fan.
Dal 2008 ottiene la semilibertà e va a lavorare in un’azienda di computer. Con l’indulto la fine della pena viene anticipata al 2015, ma il 15 aprile 2013 Pietro Maso viene rimesso in libertà, dopo 22 anni di detenzione. Lo stesso mese esce il libro Il male ero io, scritto con la giornalista Raffaella Regoli.
Nel gennaio 2016 viene indagato per tentata estorsione: le sorelle, che lui aveva minacciato, vengono messe sotto scorta. A marzo viene ricoverato in una clinica psichiatrica per problemi mentali e dipendenza dalla cocaina.
In seguito ha lavorato come giardiniere e collaborato con una ONLUS in un percorso di reinserimento sociale. Nel 2019 è stato protagonista del documentario Pietro Maso – Io ho ucciso sul canale Nove, e nel 2021 ha denunciato per diffamazione il rapper Fedez, che lo aveva citato in una canzone; il caso è stato archiviato nel 2024. Alla sua storia sono stati dedicati anche il film I pavoni (1994) e una puntata del podcast Indagini di Stefano Nazzi.
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