Il 10 luglio 1955, sulla riva del lago Albano a Castel Gandolfo, venne trovato il corpo nudo e decapitato di una donna. Era Antonietta Longo, una domestica siciliana di quasi 30 anni che lavorava a Roma, uccisa probabilmente il 5 luglio dopo aver scritto alla famiglia che stava per sposarsi. La testa non fu mai ritrovata e l’assassino non è mai stato identificato. Il suo orologio è conservato al Museo Criminologico di Roma.
Antonietta Longo era una ragazza di 30 anni, ritrovata completamente nuda e decapitata sulle rive del lago di Castel Gandolfo. A tutt’oggi non si sa chi sia il colpevole di questo brutale omicidio.
Antonietta Longo

Antonietta Longo era nata il 25 luglio 1925 a Mascalucia, in provincia di Catania, ma si era trasferita a Roma per cercare lavoro e mettere da parte qualche soldo.
Da diversi anni lavorava come domestica in casa del dottor Cesare Gasparri. Le sorelle e i conoscenti la ricordano come una ragazza taciturna e sognatrice, che passava le domeniche libere nei punti di ritrovo di cameriere, studenti e soldati. Le amiche la descrivevano come una persona per bene, ma raccontavano che negli ultimi mesi era strana e diceva di avere problemi economici.
Pochi mesi prima di sparire aveva ritirato tutti i suoi risparmi, 331.000 lire, una somma ingente per l’epoca.
Il 4 aprile aveva depositato una valigia in una cassetta della stazione di Roma Termini. Il 24 giugno aveva comprato un’altra valigia, vestiti e biancheria, e il 26 aveva chiesto un mese di permesso ai suoi datori di lavoro. Il 30 giugno aveva ritirato una lettera al fermo posta. Il 1° luglio uscì di casa con un biglietto per la Sicilia, ma alla stazione non andò mai: passò invece alcune notti in una pensione.
Il 4 luglio lasciò la seconda valigia al deposito bagagli di Termini e il 5 luglio, alle 18, imbucò a Roma una lettera per la famiglia. Diceva di aver trovato l’amore e che stava per sposarsi. Purtroppo, però, poche ore dopo aver spedito la lettera Antonietta non troverà l’amore ma la morte.
Il ritrovamento del cadavere
Il 10 luglio 1955 Antonio Solazzi e Luigi Barboni decidono di fare una gita in barca sul lago Albano. Si fermano a riva in un punto isolato, vicino all’Acqua Acetosa.
Solazzi vede il cadavere nudo di una donna, decapitato, in avanzato stato di decomposizione e con varie ferite da taglio. L’unica cosa che indossa è un orologio da polso. La parte superiore del corpo è coperta da una copia del Messaggero del 5 luglio.
I due sono talmente spaventati che avvisano le forze dell’ordine solo due giorni più tardi, il 12 luglio. I carabinieri accertano che la donna, di un’età tra i venticinque e i trent’anni, era stata accoltellata più volte all’addome e alla schiena e infine decapitata.
L’autopsia rivela che la donna aveva subito un aborto poco tempo prima della morte. Secondo il medico legale, inoltre, la testa era stata staccata con una tecnica che solo un medico o un esperto di anatomia poteva conoscere, e per questo si pensò che l’assassino fosse un medico.
Dai rilievi emerge che la donna è stata decapitata proprio nel punto in cui è stata trovata, perché il terreno sotto di lei era impregnato di sangue fino a 12 centimetri di profondità.
Tutti i giornali parlano del ritrovamento, ma l’identità della vittima rimane un mistero. Lo stato di decomposizione rende difficile anche prendere le impronte digitali. Alle indagini si uniscono perfino sedicenti medium e cartomanti, che però non concludono niente.
L’identificazione
L’unico vero indizio è l’orologio da polso: un modello molto particolare di marca Zeus, prodotto in soli 150 esemplari. I carabinieri girano gli orafi di Roma e dintorni e confrontano i dati con le denunce di scomparsa. Così arrivano a una domestica che non era più tornata a casa Gasparri.
Le sorelle la riconoscono da alcuni particolari delle mani e dei piedi, e il confronto con le impronte digitali prese in casa Gasparri conferma che il cadavere è proprio quello di Antonietta Longo.
Le indagini
Si scopre che tra il 4 e il 5 luglio Antonietta aveva incontrato un uomo e che, qualche giorno prima, aveva chiesto alla cassiera di un bar di telefonare a un certo Antonio. Era anche stata da un sarto insieme a un uomo per ordinare un vestito, e anni prima era stata fidanzata con un impiegato del ministero dell’Aeronautica. Vengono identificati altri corteggiatori e uomini con cui aveva avuto rapporti, alcuni poco raccomandabili, ma dell’uomo che avrebbe dovuto sposare nessuna traccia.
Il proprietario di una trattoria racconta di aver noleggiato il 5 luglio una barca a una coppia che non era più tornata al pontile. Il giorno dopo la barca venne ritrovata nel canneto, con un solo remo.
Si pensa a un uomo sposato che l’aveva sedotta per truffarla e poi l’aveva uccisa. Nel deposito di Termini vengono ritrovate le sue valigie, piene di un corredo da sposa, ma dei soldi ritirati nessuna traccia. Viene interrogato anche il presunto fidanzato, Antonio, ma senza prove sufficienti per incriminarlo. Il caso viene presto archiviato e Antonietta viene sepolta nel cimitero di Mascalucia.
Le piste successive
Due anni dopo un detenuto del carcere di Regina Coeli accusò il cognato, Giuseppe Bucceri, sostenendo che fosse abituato a truffare le donne promettendo di sposarle e che una volta avesse minacciato di tagliare la testa a una di loro. Ma anche questa pista si rivelò inattendibile.
Nel 1971 arrivarono alcune lettere anonime, una a casa Gasparri e due al procuratore generale della Corte d’appello di Roma. Secondo queste lettere Antonietta era morta di emorragia durante un aborto a cui era stata costretta dal suo fidanzato, un pilota civile a capo di una banda di contrabbandieri, già sposato.
Le ferite all’addome sarebbero servite a cancellare le tracce dell’intervento, mentre la testa sarebbe stata tagliata e sciolta nell’acido per impedire il riconoscimento. Il presunto fidanzato fu rintracciato, ma ancora una volta non c’erano prove e il caso fu chiuso definitivamente.
La testa non è mai stata ritrovata. Nel 1987 un pescatore trovò nel lago un cranio umano e si pensò che, dopo 32 anni, potesse finalmente essere quello di Antonietta, ma le analisi stabilirono che apparteneva a un uomo.
Il caso fece così scalpore che i cantastorie ne raccontarono la vicenda in versi e il film Il marito di Nanni Loy e Gianni Puccini (1958), con Alberto Sordi, vi fa riferimento. L’orologio e altri oggetti trovati sulla scena del delitto sono ancora oggi conservati al Museo Criminologico di Roma. Quello di Antonietta Longo rimane uno dei più grandi misteri della cronaca nera italiana.
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