Anatoly Slivko (1938-1989) era il capo di un club giovanile per ragazzi a Nevinnomyssk, nel sud della Russia. Per oltre vent’anni, fingendo di fare degli “esperimenti” o di girare dei filmati, abusò di decine di ragazzini e tra il 1964 e il 1985 ne uccise sette, tra gli 11 e i 15 anni. Fu scoperto dopo la scomparsa di Sergey Pavlov, condannato a morte nel 1986 e giustiziato il 16 settembre 1989.
Anatoly Slivko è stato un serial killer sovietico che, tra il 1964 e il 1985, uccise sette ragazzini tra gli 11 e i 15 anni. Era il capo di un club per ragazzi, e filmava e fotografava i suoi crimini.
Nota: in questo articolo ho scelto di non descrivere le violenze sessuali e le mutilazioni subite dalle vittime, tutte bambini e ragazzi. Ho anche rimosso il link a un video che circolava in rete, che non deve essere guardato né diffuso.
Anatoly Slivko
Anatoly Yemelianovich Slivko nasce il 28 dicembre 1938 a Izerbash, in Daghestan, il primo di due figli di una famiglia poverissima. Il padre è un alcolista e i genitori litigano spesso. Da piccolo è un bambino intelligente ma malaticcio, soffre d’insonnia e cresce isolato, in mezzo alla fame e alla guerra: durante l’invasione tedesca assiste a molte atrocità.
Da ragazzo si vergogna di sé e tiene nascosti a tutti la sua omosessualità e i suoi problemi sessuali. Dopo un servizio militare finito male, nel 1961 si trasferisce nel territorio di Stavropol, dove lavora come tecnico telefonico. Nel 1962 la sorella gli presenta una collega, Lyudmila, che sposa l’estate seguente. La coppia si trasferisce a Nevinnomyssk, dove ha due figli e diventa una famiglia stimata da tutti.
L’incidente che scatenò le fantasie
Nel 1961, a 23 anni, Anatoly assistette a un terribile incidente stradale in cui morì un ragazzo che indossava l’uniforme dei Giovani Pionieri, l’organizzazione giovanile sovietica.
Quella scena, il sangue, la benzina sull’asfalto e il fuoco, lo colpì in modo morboso e risvegliò in lui delle fantasie violente che non lo abbandonarono più. Per tutta la vita cercò di ricreare quella scena.
Trovare le vittime non era un problema, perché era il capo di un club per ragazzi, chiamato Chergid, simile agli scout, che organizzava escursioni e attività all’aperto. I genitori lo lodavano perché teneva i figli lontani dai guai.
Gli “esperimenti”
Slivko si guadagnava la fiducia dei ragazzi del club e poi proponeva loro di partecipare a dei “filmati”, in cui recitavano la scena di un partigiano giustiziato dai nazisti, o a degli “esperimenti” che avrebbero dovuto allungare la colonna vertebrale e farli crescere.
In realtà li impiccava fino a far loro perdere i sensi, e mentre erano incoscienti ne abusava, filmando e fotografando tutto. Poi li rianimava: molti ragazzi si risvegliavano senza ricordare niente e pensavano che l’esperimento fosse riuscito.
In 22 anni coinvolse in questo modo 43 ragazzi. Almeno 36 sopravvissero, ma subirono abusi senza saperlo.
Gli omicidi

Il 2 giugno 1964 Slivko commise il suo primo omicidio: la vittima era Nikolai Dobryshev, un quindicenne scappato di casa. Slivko sostenne che fosse stato un incidente, perché non era riuscito a rianimarlo. Ne bruciò il corpo e distrusse le foto, ma tenne le sue scarpe.
Le vittime successive vennero uccise di proposito. Nel maggio 1965 toccò ad Aleksei Kovalenko, un ragazzo del club. Poi, dopo una lunga pausa, Aleksandr Nesmeyanov nel 1973 e altri ragazzi negli anni seguenti, fino a Vyacheslav Khovistik, 15 anni, nell’autunno del 1984. La polizia diceva ai genitori che i figli erano scappati di casa.
Il 23 luglio 1985 Slivko uccise la sua ultima vittima, Sergey Pavlov, 13 anni, che prima di sparire aveva detto a un vicino che stava andando a incontrare il capo del Chergid per girare un filmato.
L’arresto

Anche questa volta la polizia disse alla madre di Sergey che il figlio era scappato, ma i genitori non ci credettero. Interrogarono Slivko, che negò tutto, e poi parlarono con gli altri ragazzi del club. Così scoprirono che molti di loro avevano partecipato agli “esperimenti” di impiccagione e avevano avuto delle perdite di memoria.
La polizia cominciò a indagare e nei locali del club trovò una camera oscura, corde, coltelli, seghe e asce, insieme alle foto e ai filmati dei crimini. Fino a quel momento Slivko era considerato un buon padre di famiglia e un membro stimato della comunità.
Anatoly venne arrestato alla fine del 1985 e accusato di sette omicidi, sette casi di abusi e sette di necrofilia. Nei mesi seguenti indicò agli inquirenti dove aveva nascosto i resti delle vittime. Al processo, a Nevinnomyssk nel giugno 1986, si dichiarò innocente sostenendo che tutte le morti erano state accidentali, ma fu riconosciuto colpevole e condannato a morte.
Mentre si trovava nel braccio della morte, il procuratore Issa Kostoyev andò a interrogarlo per avere aiuto nella caccia a un altro assassino che stava terrorizzando l’Unione Sovietica, il mostro di Rostov, Andrei Chikatilo, che sarebbe stato arrestato solo nel novembre 1990. I suoi consigli, però, non portarono a nessuna svolta.
Il 16 settembre 1989, poche ore dopo l’ultimo colloquio con Kostoyev, Anatoly Slivko venne giustiziato nel carcere di Novocherkassk.
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