- Chi: Gilles de Laval, barone di Rais (Champtocé, 1405 circa – Nantes, 26 ottobre 1440).
- Chi era: uno dei nobili più ricchi di Francia, maresciallo di Francia e compagno d’armi di Giovanna d’Arco.
- Accuse: eresia, sodomia e l’omicidio di numerosi bambini, tra 140 e 200 secondo le stime.
- Fine: impiccato e bruciato a Nantes nel 1440.
- Leggenda: spesso associato a Barbablù, anche se il legame con la fiaba di Perrault non è dimostrato.
Gilles de Rais è stato un nobile e militare del XV secolo, condannato per aver rapito, torturato e ucciso decine di bambini. Venne in seguito soprannominato Barbablù, come il protagonista della fiaba di Perrault del 1697, e molti pensano che ne sia stato l’ispirazione, anche se non è mai stato dimostrato.
Le sue vittime erano bambini e ragazzi, e per rispetto nei loro confronti in questo articolo non descrivo le violenze che subirono.
Storia di Gilles de Rais
Gilles de Laval, barone di Rais, nacque intorno al 1405 nella “Torre Nera” del castello di Champtocé, in una delle famiglie più ricche e antiche della Bretagna. Ricevette un’ottima istruzione sia scolastica che militare.
All’età di 11 anni perse il padre, il che lo rese erede di un’immensa ricchezza, che aumentò ancora quando sposò Catherine de Thouars, una sua ricca cugina. Durante la guerra dei Cent’anni combatté nell’esercito francese e nel 1429 partecipò alle stesse campagne di Giovanna d’Arco, fino al fallito assedio di Parigi. Quello stesso anno fu nominato maresciallo di Francia.
Si è raccontato a lungo che fosse legatissimo a Giovanna d’Arco e che la sua morte sul rogo, nel 1431, lo avesse sconvolto. In realtà dei loro rapporti si sa pochissimo, e la loro grande amicizia è soprattutto un’invenzione dei romanzi e dei film.
Negli anni Trenta del Quattrocento si allontanò sempre di più dalla vita militare e si rinchiuse nei suoi castelli, soprattutto in quello di Tiffauges.
Il cambiamento di Gilles
Cominciò dunque con feste sfrenate e spese folli, tanto che la sua famiglia lo accusò di dilapidare l’eredità e nel 1435 il re Carlo VII bloccò i suoi beni. Le spese eccessive lo obbligarono ben presto a vendere molte proprietà.
Preoccupato per le molte perdite, e senza possibilità di guadagnare altro denaro, provò con l’alchimia.
Fece costruire un laboratorio nel castello e cominciò la ricerca della pietra filosofale per trasformare i metalli in oro. Nel 1438 un prete del suo seguito, Eustache Blanchet, portò da Firenze un chierico toscano, François Prelati, che secondo le testimonianze al processo cercò di evocare un demone chiamato “Barron” per conto del barone.
Dato che non otteneva nessun risultato, si convinse che per riavere le sue ricchezze avrebbe dovuto chiedere aiuto al Diavolo.
Gli omicidi

Secondo le confessioni, i primi omicidi sarebbero stati compiuti proprio per stringere un patto con il demonio, sacrificandogli dei bambini. Non successe nulla.
Questi delitti però gli fecero scoprire una passione fino ad allora sconosciuta: la tortura e l’omicidio.
Le sue vittime erano bambini e ragazzi, e si calcola che ne abbia uccisi tra 140 e 200, ma il numero potrebbe essere più alto.
Già dagli anni Trenta del Quattrocento, e soprattutto dall’estate del 1438, cominciarono a sparire bambini da Nantes e dai villaggi vicini, e la maggior parte delle scomparse avveniva vicino ai castelli del barone di Rais. A volte erano bambini che chiedevano l’elemosina al castello. Per spiegare le sparizioni, i servi di un parente del barone mettevano in giro la voce che fossero stati rapiti dagli inglesi.
Al processo, i suoi servi e lui stesso descrissero in modo dettagliato le torture e gli omicidi, compreso il macabro rituale di conservare le teste di alcune vittime. Per rispetto delle vittime non riporto quei racconti.
L’arresto
Ben presto la gente di Nantes cominciò a sospettare di Gilles per i frequenti rapimenti, ma essendo un personaggio importante, ed essendo le vittime di umile origine, nessuno aveva il coraggio di formulare accuse dirette.
Alla fine fu lui stesso a firmare la sua condanna. Nel maggio 1440 aggredì un alto ecclesiastico nella chiesa di Saint-Étienne-de-Mer-Morte e occupò il castello vicino, violando l’immunità della Chiesa e sfidando il suo signore, il duca di Bretagna Giovanni V, che fece partire un’indagine.
Il 13 settembre 1440 Gilles de Rais venne arrestato. Fu processato a ottobre sia dal tribunale del duca sia da quello della Chiesa, con le accuse di eresia, sodomia e omicidio di numerosi bambini. Le testimonianze delle famiglie dei bambini scomparsi furono decine.
Interrogato, all’inizio non volle confessare, ma quando gli dissero che sarebbe stato scomunicato confessò tutto in cambio della possibilità di redimersi. Si dichiarò colpevole di tutti i capi d’imputazione.

Nel libro “El Mariscal de las Tinieblas” di Juan Antonio Cebrián troviamo alcune dichiarazioni rilasciate da Gilles al processo (un libro in italiano a tal proposito è “Il processo di Gilles de Rais”, che puoi scaricare qui).
La confessione
“Io, Gilles de Rais, confesso che tutto quello di cui sono accusato è vero. È vero che ho commesso la più ripugnante delle offese contro molti esseri innocenti, bambini e bambine, e che nel corso di molti anni ne ho rapiti o fatti rapire molti. Una cosa di cui mi vergogno molto è che non ricordo il numero esatto, e con loro ho commesso molti crimini e peccati. […]
Cominciai a uccidere perché ero annoiato e ho continuato a farlo perché così sfogavo la mia energia. La morte è diventata la mia divinità, la mia sacra bellezza.
Vivo con la morte da quando mi sono accorto che potevo respirare. Il mio gioco preferito è immaginarmi morto e mangiato dai vermi.
Sono una di quelle persone attratte da tutto ciò che ha a che fare con la morte e la sofferenza, è una forza terribile che spinge verso il basso. Se potessi descriverlo o esprimerlo, probabilmente non avrei mai peccato. Io ho fatto sì che altri uomini possano sognare. Io sono il vostro incubo.”
Esecuzione
Il 26 ottobre 1440 venne portato insieme a due complici al patibolo, a Nantes, per essere impiccato e arso. Sul patibolo si pentì pubblicamente, invitando tutti a non seguire il suo esempio e chiedendo perdono ai genitori delle sue vittime. Morì aggrappandosi disperatamente alla sua fede cristiana.
Colpevole o innocente?
Nel corso dei secoli qualcuno ha messo in dubbio la sua colpevolezza: secondo alcuni il processo sarebbe servito ai suoi nemici per liberarsi di lui e delle sue terre. Nel 1992 lo scrittore Gilbert Prouteau organizzò perfino un finto “nuovo processo” che lo assolse, ma era soprattutto un’iniziativa pubblicitaria. La maggior parte degli storici oggi respinge l’ipotesi della sua innocenza: le testimonianze delle famiglie dei bambini scomparsi sono troppe e troppo dettagliate.
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