Il delitto Casati Stampa – nobiltà scabrosa

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In breve
Il 30 agosto 1970, nella sua casa di via Puccini a Roma, il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante di lei, Massimo Minorenti, e poi si tolse la vita. L’inchiesta rivelò che per anni il marchese aveva spinto la moglie ad avere rapporti con giovani da lui scelti e pagati, che lui guardava e fotografava. Quando Anna si innamorò davvero di uno di loro, il gioco finì in tragedia.

Il 30 agosto 1970 il marchese Camillo Casati Stampa, sua moglie Anna e un amico vengono ritrovati morti, uccisi con colpi di arma da fuoco. Ma chi è il responsabile? L’indagine non solo scoprirà che l’assassino è stato lo stesso marchese, che poi si è tolto la vita, ma che la vita di coppia dei marchesi nascondeva uno scabroso segreto.

Cenni biografici

Anna Fallarino nasce il 19 marzo 1929 ad Amorosi, in provincia di Benevento. Suo padre è un impiegato e sua madre una casalinga.

Dopo la guerra decide di sfuggire alla miseria trasferendosi a Roma. In quegli anni le ragazze del popolo potevano sognare di diventare dive del cinema, e anche lei sogna di diventarlo.

Si dice che sia apparsa in una piccola parte nel film Tototarzan, ma la sua carriera si ferma lì. Sposa poi l’ingegnere Giuseppe “Peppino” Drommi, titolare di una piccola industria alimentare e grande amico del marchese Casati Stampa, un uomo facoltoso che la introduce nella vita mondana: le compra abiti d’atelier, pellicce e gioielli, ed è così che Anna comincia la sua scalata sociale.

Camillo Casati Stampa di Soncino, nato l’8 gennaio 1927, è invece l’erede di una delle più antiche famiglie patrizie di Milano, proprietario di palazzi e ville in tutta la Lombardia. Anche lui è sposato, con la ballerina Letizia Izzo, conosciuta come Lydia Holt, da cui ha avuto una figlia, Anna Maria, nata a Roma nel 1951. Le fonti non concordano sull’anno delle nozze (1949 o 1950); la coppia abitava a Roma, a palazzo Barberini.

Camillo e Anna si incontrano per la prima volta a Cannes nel 1958 (alcune fonti parlano invece del 1955) e diventano amanti. Secondo diversi racconti, a far scoccare la scintilla fu una serata finita male: un playboy importunò Anna e Camillo intervenne per difenderla, scatenando una rissa con tavoli rovesciati e vetri in frantumi. Alcune fonti identificano quel playboy con il celebre Porfirio Rubirosa.

C’era però un problema: erano sposati entrambi, e in Italia il divorzio non esisteva ancora (sarebbe diventato legge solo nel dicembre 1970, pochi mesi dopo la loro morte). L’unica strada era la Sacra Rota, il tribunale della Chiesa che può dichiarare nullo un matrimonio. Pochi mesi dopo la rissa Camillo avviò la pratica, e nel gennaio 1959 ottenne l’annullamento delle nozze con Letizia Izzo. Alla ex moglie riconobbe una liquidazione da centinaia di milioni di lire, una grande casa e gli alimenti per la figlia. Per anni si è mormorato che, per arrivare così in fretta alla sentenza, il marchese avesse speso in tutto circa un miliardo di lire, una parte anche in “regali” a prelati influenti: è una voce mai provata, ma che circolò a lungo.

Anche Anna ottenne dalla Sacra Rota l’annullamento del matrimonio con Drommi, e nel 1959 i due si sposarono. Nel suo testamento, scritto nel 1961, il marchese ricorda di averla sposata in chiesa il 21 giugno di quell’anno.

Lo scabroso segreto dei marchesi

delitto Casati Stampa

Secondo le ricostruzioni, è durante il viaggio di nozze che il marchese rivela alla moglie i suoi gusti sessuali.

Il marchese era un voyeur e pagava giovani di bell’aspetto, scelti personalmente da lui, perché avessero rapporti sessuali con la moglie mentre lui guardava e scattava fotografie.

Si racconta che tutto sarebbe cominciato addirittura la prima notte di nozze, quando il marchese avrebbe chiamato un cameriere in camera e l’avrebbe fatto andare a letto con la moglie. Gli incontri venivano poi annotati con dovizia di particolari in un quaderno ricoperto di raso verde, che diventerà famoso come il “diario verde”. Esistono anche le testimonianze di alcuni dei partecipanti, come quella di un bagnino. In una delle pagine più citate del diario il marchese scriveva: «Oggi Anna mi ha fatto impazzire di piacere».

Il marchese sceglieva personalmente gli uomini: erano giovani, aitanti e spesso di ceto sociale basso. Perché questa fantasia? All’epoca alcuni psicologi provarono a dare delle interpretazioni.

Forse il marchese era impotente e usava i giovani per sostituirsi a lui, o forse era attratto dagli uomini. O forse ancora, secondo un’interpretazione psicanalitica, non riusciva ad avere rapporti con la moglie perché la identificava con la madre, e usava altri uomini per aggirare il tabù.

In ogni caso a Camillo Casati Stampa piaceva avere il controllo. Controllava la moglie scegliendo per lei gli uomini da frequentare e, secondo i racconti, la fece sottoporre a un intervento per aumentare il seno, per renderla ancora più attraente.

Anna aveva accettato il gioco e, a quanto pare, non le dispiaceva. O forse era così forte la sua voglia di successo e prestigio che avrebbe fatto qualsiasi cosa per compiacere il marito?

Il palcoscenico preferito di questo gioco era un’isola. Negli anni Sessanta i marchesi presero in affitto dallo Stato l’unico edificio di Zannone, piccola isola dell’arcipelago pontino vicino a Ponza: una villa bianca in cima alla collina più alta. Ogni fine settimana vi attraccavano gli yacht di nobili, industriali e milionari, e secondo le cronache dell’epoca gli ospiti praticavano nudismo e scambi di coppia. Ma il gioco continuava anche in città: a teatro, per esempio, il marchese faceva sedere la moglie in minigonna accanto a uomini sconosciuti e la osservava da un palco, incitandola a provocarli. Le fotografie che le scattava, raccolte in album, sarebbero state centinaia, secondo alcune fonti più di millecinquecento.

La fine del gioco

Massimo Minorenti

Il loro segreto andò avanti per anni. Poi Anna cominciò a organizzare dei festini, con molti invitati, e tra loro c’era spesso Massimo Minorenti, nato nel 1945, uno studente fuori corso di Scienze politiche già noto alle cronache mondane.

Anche Massimo era stato pagato dal marchese per avere rapporti con Anna. Qualcosa però va storto: Anna e Massimo si innamorano. Questo non fa parte del gioco e una sera, tra amici, il marchese sbotta: «È la prima volta che mia moglie mi tradisce con il cuore».

Anna continua a vedere Massimo, ma il marchese non è più l’artefice dei loro incontri, non controlla più la situazione, non è più lui al comando. Il 7 luglio 1970 scrive nel suo diario che è “la più grande delusione” della sua vita, che vorrebbe “essere morto e sepolto” e che pensava che fossero “l’unica coppia legata veramente”.

Pensa al suicidio e scrive ad Anna chiedendole di andare a trovarlo, una volta morto, nel mausoleo di famiglia al cimitero di Muggiò. Poi, però, ci ripensa.

L’omicidio-suicidio

Anna Fallarino e Camillo Casati Stampa

A fine agosto il marchese partecipa a una battuta di caccia nella tenuta dei Marzotto a Valdagno: secondo le ricostruzioni, in quel fine settimana abbatte quasi duecento anatre. Alle quattro del mattino del 30 agosto 1970 telefona a casa, a Roma, e a rispondere è Massimo Minorenti. Per il marchese il tradimento ormai è evidente. Richiama e questa volta risponde Anna: lui la minaccia pesantemente e poi si precipita a Roma.

Appena arrivato nella casa di via Giacomo Puccini 9 dice ai cinque domestici di non disturbarlo per nessun motivo. Sul retro di un calendario erotico scrive un ultimo messaggio: «Amore mio, vita mia, perdonami, ma quello che farò lo debbo fare. Addio, mia unica gioia passata».

Poi prende un fucile Browning calibro 12 ed entra nel salotto, dove Anna e Massimo lo stanno aspettando. Spara tre colpi alla moglie e due a Massimo, che ha afferrato un tavolino nel tentativo disperato di ripararsi. L’ultimo colpo lo usa per togliersi la vita.

I domestici, sentiti gli spari, chiamano la polizia senza entrare nella stanza. L’agente Domenico Scali racconterà che la prima che vide fu Anna, seduta sul divano con le gambe incrociate su uno sgabello, le mani in grembo e il volto sereno, tanto da sembrare ancora viva. L’unica nota stonata era una macchia di sangue sulla camicetta. Accanto a lei c’era Massimo, rannicchiato a terra dietro il tavolino. Secondo la perizia Anna morì sul colpo, al primo sparo.

Lo scandalo

All’inizio si pensò a una rapina finita male, o che fosse stato Minorenti a uccidere i coniugi. Ma presto la verità venne a galla, anche grazie al diario verde e agli interrogatori. Nei giorni successivi alcuni giornali pubblicarono foto della marchesa nuda, in pose provocanti, e la vicenda diventò uno dei più grandi scandali della cronaca italiana. Si disse anche che alcune di quelle immagini fossero arrivate ai giornalisti proprio attraverso uomini delle forze dell’ordine, e per settimane i quotidiani fecero a gara a pubblicare foto e pagine del diario.

Secondo la relazione dei magistrati, il marchese era arrivato a una concezione del suo rapporto con la moglie tale da tollerare i suoi amanti occasionali, e soprattutto da eccitarsi e godere della sua partecipazione.

Il marchese fu sepolto, come aveva chiesto, accanto ad Anna nel mausoleo di famiglia a Muggiò. Il suo patrimonio era stimato in oltre 2,4 miliardi di lire. Nel testamento aveva lasciato quasi tutto alla moglie, ma essendo morta prima di lui, l’eredità passò alla figlia Anna Maria, allora diciannovenne. La famiglia Fallarino la contestò, assistita dall’avvocato Cesare Previti, che poi passò a difendere la stessa Anna Maria. Tra i beni dei Casati c’era anche la villa San Martino di Arcore che, dal 1974, è di proprietà della famiglia Berlusconi.

Dopo il delitto

Quella che i giornali dell’epoca chiamarono “un dramma della gelosia”, oggi molti la chiamerebbero con un altro nome: femminicidio. Anna non era solo la protagonista di uno scandalo a luci rosse, ma la vittima di un uomo che per anni aveva deciso per lei, fino all’ultimo colpo di fucile.

Il caso, però, non ha mai smesso di affascinare. La figlia del marchese, Anna Maria, anni dopo ha scritto perfino un libro di parapsicologia sui fantasmi che, a suo dire, si aggirerebbero nella villa di famiglia ad Arcore. A Roma alcuni tour dedicati ai luoghi del crimine portano i visitatori davanti al palazzo di via Puccini, e nel 2020 la scrittrice Maria Pia Selvaggio ha dedicato alla vicenda il libro Il delitto di via Puccini.

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Fonti

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