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Il mostro della Maiella – Sono scappata mentre stuprava mia sorella

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In breve
Il 20 agosto 1997, sul monte Morrone, in Abruzzo, il pastore macedone Halivebi Hasani spara a tre escursioniste padovane. Diana Olivetti e Tamara Gobbo muoiono, mentre Silvia Olivetti, 17 anni, sorella di Diana, si salva fingendosi morta e lo fa arrestare. Condannato all’ergastolo nel 1999, dal 2016 sconta la pena in Macedonia.

La triste frase del titolo è quella proferita dall’unica sopravvissuta al massacro compiuto dal mostro della Maiella, Ali Hasani Aliyebi, nel 1997. A pronunciarla la appena diciassettenne Silvia Olivetti.

Silvia, Diana e Tamara

mostro della Maiella
Da sinistra: Silvia, Diana e Tamara

Silvia e Diana Olivetti sono due sorelle, amiche di Tamara Gobbo con la quale hanno in comune la passione per il trekking e le escursioni in montagna. Le tre ragazze lasciano Albignasego, in provincia di Padova, per una vacanza e si recano in Abruzzo, dove trascorrono qualche giorno immerse nella natura, dormendo in tenda. Decidono poi di accamparsi al campeggio “Colle dei Lupi” di San Giacomo e la mattina del 20 agosto vanno in macchina fino al rifugio del Passo San Leonardo, a una decina circa di chilometri dal loro campeggio, con l’idea di proseguire poi a piedi per un sentiero panoramico che le avrebbe portate al Monte Morrone.

Si mettono in cammino di buon’ora e dopo un paio d’ore incontrano sul loro cammino un ragazzo con due cavalli e un mulo, probabilmente un pastore della zona, e gli chiedono indicazioni per arrivare al Monte Morrone. Il giovane si offre di accompagnarle per un tratto, mettendole in guardia sulla presenza di alcuni cani randagi. Le ragazze lo ringraziano e si incamminano con lui, non sapendo che quello sarà il loro aguzzino e quelli saranno gli ultimi istanti della loro vita.

Il massacro

Il ragazzo le porta in un boschetto, dove estrae una pistola e la punta contro le tre amiche. Silvia gli offre dei soldi, ma non è questo che vuole Hasani. Silvia insiste e lui le spara al torace e alla spalla, facendola cadere al suolo. Diana, la sorella di Silvia, urla disperata credendo che la sorella sia morta, ma Hasani va da Silvia e la tira su per i capelli, dicendo: “Non è morta e stai attenta perché ho altri proiettili”. A questo punto a urlare è Tamara, spaventata, ed è a questo punto che Hasani esplode contro di lei altri due colpi. Tamara cade al suolo. A questo punto rimane solo Diana.

Hasani le ordina di spogliarsi, minacciandola con la pistola, e Diana obbedisce. Silvia è ancora viva e cosciente, ma si finge morta. Sente i due allontanarsi, apre gli occhi e vede poco lontano Hasani sopra a sua sorella. La sta violentando. Poi Silvia sente uno sparo, quello con cui Hasani uccide Diana colpendola al cuore, ed è in quel momento che capisce che deve scappare. Si rialza e corre via, nascondendosi dopo un po’ sotto a una roccia, terrorizzata. Ha il fiatone, è ferita, perde sangue e ha appena visto morire sua sorella e la sua amica. Piove e c’è la nebbia, ha paura di essere trovata dall’assassino, ma Hasani non la trova.

La ragazza inizia allora a correre, fino ad arrivare nella frazione di Marane, vicino Sulmona, dove viene soccorsa da alcune persone.

Il mostro della Maiella – Ali Hasani Aliyebi

Non appena arrivano i carabinieri, Silvia, nonostante la terribile esperienza, racconta tutto ciò che ricorda. Ogni particolare: l’aspetto del ragazzo, i suoi vestiti, ogni piccolo particolare e il suo accento.

Grazie alla sua minuziosa descrizione, gli inquirenti si concentrano sui pastori slavi, molto comuni in quella zona dove lavorano come aiutanti dei contadini. Silvia riconosce il suo aggressore tra le foto segnaletiche di diversi pastori e gli investigatori trovano il 23enne Halivebi Hasani, macedone, che tutti in zona conoscevano come Alì, nello stazzo isolato di Capoposto in cui viveva e lavorava, che dorme tranquillo. Non ha nemmeno cercato di fuggire né di nascondere le prove. Nello stazzo vengono trovati i vestiti che indossava quel giorno e tre pistole, che secondo lui appartenevano al suo datore di lavoro. Il 21 agosto, dopo aver tentato di giustificarsi, confessa i due omicidi e il tentato omicidio di Silvia, ma nega la violenza sessuale.

Nel 1999 la Corte d’Assise dell’Aquila lo ha condannato all’ergastolo, pena che ha iniziato a scontare in Italia. Ha però chiesto il trasferimento nella sua terra e nel 2016 è stato trasferito in Macedonia, dove sta scontando il resto della pena.

Nel bosco di Mandra Castrata, dove si è consumata la strage, oggi c’è un cippo in memoria di Diana e Tamara, e ogni anno i loro genitori si ritrovano lì a pregare. Il caso, che all’epoca i giornali paragonarono al massacro del Circeo, ha lasciato secondo alcuni giornalisti anche delle zone d’ombra mai del tutto chiarite, a partire dalle armi.

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Fonti

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