Pit Dernitz, l’uomo sbranato da un leone: la verità sulla scena di Ultime grida dalla savana

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Curiosando qua e là mi sono imbattuta in un film e più precisamente un mondo movie, un film documentario che tratta temi forti volti a scioccare lo spettatore. Molto famoso negli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo, il genere deve il nome al film “Mondo Cane” a cui ne seguirono molti altri.

Il film che ho visto io si chiama “Ultime grida dalla savana”, del 1975, famoso per le scene violente in generale ma per una in particolare: un uomo sbranato da un leone. Si dice che la sequenza sia reale e che l’uomo in questione sia Pit Dernitz.

Che cos’era un “mondo movie”

Il genere era nato nel 1962 con Mondo cane di Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi e Paolo Cavara, un documentario che metteva in fila usanze bizzarre, crudeltà e stranezze da ogni angolo del pianeta. Fu un successo internazionale, e da quel titolo nacque l’etichetta con cui ancora oggi si indicano questi film.

La formula è semplice ed efficace. Scene autentiche e scene ricostruite vengono montate insieme, senza dire quali siano quali. Una voce fuori campo autorevole commenta con tono serio, a volte moralista, a volte ironico. Lo spettatore ha la sensazione di vedere “la realtà nuda e cruda”, e paga il biglietto anche per questo. Negli anni Sessanta e Settanta i mondo movie diventano un piccolo filone industriale, sempre più spinto verso il sangue e lo scandalo.

Antonio Climati era uno degli uomini cresciuti dentro questo mondo: operatore di macchina per Jacopetti e Prosperi, conosceva bene le tecniche per rendere “vero” ciò che non lo era. Con il montatore Mario Morra, a metà degli anni Settanta, decide di fare un film tutto suo.

Da La grande caccia a Ultime grida dalla savana

All’inizio il progetto ha un titolo tranquillo: La grande caccia. È un documentario sul rapporto tra l’uomo e gli animali, prodotto dalla Titanus di Goffredo Lombardo. Il film esce, ma va male. La casa di produzione chiede ai registi di rimetterci mano.

Il nuovo montaggio è un’altra cosa. Arrivano scene più violente, più crude, più scioccanti; secondo varie ricostruzioni, a dare una mano senza firmare è proprio Franco Prosperi. Cambia anche il titolo, che diventa Ultime grida dalla savana. Il commento fuori campo è scritto da un nome che nessuno si aspetterebbe in un film del genere: lo scrittore Alberto Moravia. A leggerlo è l’attore e doppiatore Giuseppe Rinaldi. La musica è di Carlo Savina.

Il film esce in Italia il 24 ottobre 1975 e dura circa un’ora e mezza. Non ha una trama: salta dalla caccia al cervo in Patagonia alle manifestazioni contro la caccia alla volpe in Inghilterra, dai riti tribali alle battute di caccia con il falco, fino a una scena di mercenari che danno la caccia a indigeni in Sud America. In mezzo, quasi a metà, c’è il safari.

E stavolta funziona. In Italia il film chiude la stagione tra i primi quindici incassi; a Hong Kong, nel 1976, viene superato soltanto da Lo squalo; in Giappone è il secondo film straniero più visto dell’anno, dietro a King Kong.

Un leone maschio con un cucciolo nel Parco nazionale Etosha
Leoni nel Parco nazionale Etosha, in Namibia: una delle edizioni del film colloca la scena proprio in Namibia. Foto: Charles J. Sharp – Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

La scena: che cosa si vede

Il narratore introduce la sequenza come un filmato amatoriale, girato da altri turisti. Siamo, dice, in un parco naturale africano: in alcune edizioni è l’Angola, in altre la Namibia; in molte versioni che circolano online il parco viene chiamato “Wallasee” e viene indicata perfino una data precisa, il 18 febbraio 1975. Il protagonista è un turista olandese, Pit Dernitz o Pitt Doenitz, in vacanza con la famiglia.

Le auto si fermano vicino a un gruppo di leoni. L’uomo scende per filmare. Una leonessa si avvicina lentamente, poi lo attacca e lo trascina a terra. Altre leonesse arrivano. Le immagini mostrano le persone rimaste nelle auto, che non intervengono. La sequenza si chiude con dettagli che lo spettatore ricorda per sempre, compresa l’inquadratura di una leonessa con la cinepresa dell’uomo tra i denti.

Non serve aggiungere altro. Chi ha visto la scena ne ricorda soprattutto la lentezza e l’impotenza: nessuno grida, nessuno corre, tutto succede come in un brutto sogno.

Perché tutti ci credettero

Oggi è facile essere scettici. Nel 1975 lo era molto meno. Non c’era internet, non c’erano archivi online per verificare un nome o un luogo. Il film era presentato come un documentario, distribuito da una casa di produzione importante, con un testo firmato da uno dei più celebri scrittori italiani. La pellicola sgranata e muta sembrava proprio quella di una cinepresa amatoriale.

C’era anche un’altra ragione, più semplice: gli incidenti con i grandi felini nei parchi africani esistono davvero, e ogni tanto finiscono sui giornali. L’idea di un turista imprudente che scende dall’auto era, purtroppo, perfettamente credibile. Il dettaglio del nome, del luogo e della data faceva il resto.

Una leonessa nel Parco nazionale Etosha, in Namibia
Una leonessa nel Parco nazionale Etosha, in Namibia. Foto: Bibitono – Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Gli indizi del falso

Con il passare degli anni, però, chi ha riguardato la scena con attenzione ha cominciato a notare troppe cose che non tornavano.

  • Nessuna notizia. Non esiste alcun articolo di giornale dell’epoca su un turista olandese ucciso da una leonessa in Angola o in Namibia, né un necrologio, né una denuncia.
  • Il parco che non esiste. Non risulta alcun parco naturale chiamato “Wallasee” né in Angola né in Namibia, e il nome stesso non suona né africano né portoghese.
  • Il nome sbagliato. Pit Dernitz o Pitt Doenitz non è un nome tipicamente olandese, e cambia a seconda della versione.
  • La regia. Per essere un filmato amatoriale, la sequenza ha inquadrature e stacchi molto “cinematografici”: primi piani dei parenti, cambi di punto di vista, uno zoom al momento giusto.
  • Il paesaggio. Diversi spettatori hanno notato che la vegetazione sembra più mediterranea che africana.
  • Le leonesse. Gli animali si muovono con una calma insolita, quasi svogliata, più da animali abituati alle persone che da predatori selvatici.
  • Nessuno interviene. Nessuna auto si muove verso gli animali per spaventarli, nessuno suona il clacson. Il film giustifica questa scelta con il terreno, ma la spiegazione convince poco.

Chi crede ancora che il filmato sia autentico ha sempre risposto con argomenti comprensibili: la famiglia potrebbe aver voluto il silenzio, il nome del parco potrebbe essere stato trascritto male, il montaggio potrebbe essere stato fatto dopo. Ma nessuno, in cinquant’anni, ha mai trovato una prova concreta che Pit Dernitz sia esistito.

La confessione: Formia, leoni addomesticati e un manichino

La svolta arriva molti anni dopo. Nel 2011 Franco Prosperi, il cofondatore del genere che aveva collaborato al rimontaggio del film, racconta come sarebbe stata realizzata la scena. Secondo la sua versione, non fu girata in Africa ma in Italia, in un parco privato vicino a Formia, in provincia di Latina, con leoni addomesticati. La vittima non era una persona sola: il turista fu interpretato da tre persone diverse. E il corpo martoriato che si vede alla fine era un manichino realizzato da Carlo Rambaldi, il maestro degli effetti speciali che anni dopo avrebbe vinto l’Oscar per E.T. l’extra-terrestre.

Non tutte le testimonianze coincidono. Mario Morra, in un’intervista, parla di una scena preparata con un fornitore di animali per il cinema, poi sembra tornare sui suoi passi. Prosperi stesso ha ammesso che la produzione comprava spesso filmati amatoriali in 8 millimetri e li “gonfiava” per il cinema, senza però dire che fosse questo il caso. Alcuni studiosi del cinema di genere hanno ipotizzato che la sequenza possa essere almeno in parte autentica. Online circolano anche nomi di presunti stuntman, mai verificati.

Il quadro complessivo, però, è chiaro. Tra la testimonianza di Prosperi, l’assenza totale di riscontri e gli indizi visivi, la stragrande maggioranza degli storici del cinema considera la scena una messa in scena. E il dettaglio della leonessa con la cinepresa in bocca, che qualcuno ha letto come un ammiccamento finale allo spettatore, oggi sembra quasi una firma.

Non era l’unico trucco del film

La scena del leone non era un caso isolato. Anche altre parti di Ultime grida dalla savana sono considerate ricostruite o del tutto inventate: la campagna contro la caccia alla volpe guidata da una fantomatica associazione di animalisti, una manifestazione ecologista in cui compare una giovane Ilona Staller, e soprattutto la sequenza finale dei mercenari che uccidono indigeni in Sud America, presentata con didascalie che ne garantivano la veridicità. Alcune immagini, inoltre, erano riprese da Africa addio, il film di Jacopetti e Prosperi del 1966.

Era il meccanismo stesso del genere: mescolare vero e falso finché lo spettatore non riusciva più a distinguerli.

Censure, imitazioni e leggende online

All’uscita il film fece scandalo. In Australia fu vietato nel 1976 e tornò nelle sale, tagliato, solo dieci anni dopo. In Finlandia fu bandito del tutto. Nel Regno Unito fu distribuito con quasi dieci minuti di tagli. In Italia ebbe un divieto ai minori di 14 anni.

La scena del leone, intanto, cominciava una seconda vita. Fu ripresa nella serie di video Traces of Death, mentre il celebre Faces of Death (1978), un altro falso documentario sulla morte, ne mise in scena una versione con un orso. Climati e Morra, dal canto loro, continuarono con Savana violenta (1976), pubblicizzato come “più impressionante del primo”, e con Dolce e selvaggio (1983). Secondo diversi critici, il loro stile influenzò anche Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, uscito nel 1980, il film che portò il gioco del “falso vero” alle conseguenze estreme.

Con l’arrivo di internet il filmato è tornato a circolare, spesso tagliato e senza contesto, con titoli come “uomo sbranato da un leone video reale”. Molti lo vedono per la prima volta così, senza sapere nulla del film da cui proviene. E il nome di Pit Dernitz continua a essere cercato come quello di una vittima reale.

Perché vogliamo credere al peggio

La storia di Pit Dernitz dice molto più su di noi che sui leoni. Un nome, un luogo e una data bastano a rendere credibile quasi tutto. Un’immagine sgranata ci sembra più vera di una nitida, proprio perché sembra “rubata”. E una voce seria che ci assicura che “è successo davvero” spegne gran parte del nostro senso critico.

È lo stesso meccanismo che, decenni dopo, alimenta le catene di video “shock” sui social. La differenza è che negli anni Settanta qualcuno ci guadagnava al botteghino; oggi ci si guadagna in visualizzazioni. Il risultato, però, è identico: una storia che probabilmente non è mai accaduta continua a essere raccontata come cronaca.

Il turista che forse non è mai esistito

Forse un giorno salterà fuori un documento, una foto di scena, un attore anziano disposto a raccontare di essere stato “Pit Dernitz” per un giorno, su una collina vicino a Formia. Forse no. Per ora resta l’immagine di un uomo che scende da un’auto in una savana che, con buona probabilità, non era una savana.

Ed è forse questo il vero orrore di Ultime grida dalla savana: non la morte di un uomo, ma la facilità con cui milioni di persone hanno creduto di averla vista.

Se ti interessa il confine tra realtà e finzione nei filmati di morte, leggi anche il nostro approfondimento su che cosa sono i film snuff e l’articolo sui filmati snuff che circolano online.

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