La tortura bianca: i danni che può causare

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In breve
La tortura bianca è una forma di tortura psicologica basata sulla deprivazione sensoriale: il prigioniero è chiuso in una cella tutta bianca, insonorizzata, con la luce sempre accesa e cibo bianco e senza sapore. Provoca allucinazioni e danni psicologici permanenti. È associata soprattutto al carcere di Evin, in Iran, ma tecniche simili sono state usate anche in Europa, negli Stati Uniti e in Venezuela.

L’uomo è famoso per ingegnarsi sempre nel cercare nuovi metodi di tortura. La tortura bianca, una forma di tortura moderna, è frutto di questo terribile ingegno.

Di solito quando pensate alla parola tortura pensate al dolore fisico, tuttavia la tortura bianca è una potentissima forma di sevizia psicologica.

Usata soprattutto in Iran ci sono testimonianze del suo uso anche in Irlanda, negli Stati Uniti, in Venezuela e in alcune parti d’Europa.

Cos’è la tortura bianca?

La tortura bianca consiste essenzialmente nella deprivazione sensoriale.

Il prigioniero è rinchiuso in una stanza completamente bianca con isolamento sonoro. Il bianco è usato per colpire tutti i sensi:

  • La vista:

Le luci bianche vengono da tubi al neon posizionati in modo da non creare ombra alcuna e il prigioniero è vestito con abiti completamente bianchi.

  • L’udito:

La stanza è insonorizzata oppure si trova in un luogo remoto dove non è possibile udire voci e in questo caso le guardie staranno in silenzio e useranno calzature speciali imbottite per non provocare rumori.

  • Il tatto:

Tutte le superfici sono lisce

  • Il gusto e l’olfatto:

Ogni giorno sarà servito del cibo bianco, di solito riso scondito per deprivare i sensi del gusto e dell’olfatto.

Per quanto possa sembrare meno temibile di altre pene corporali, questa tortura porta in poco tempo ad avere allucinazioni e ha degli effetti negativi a lungo termine. I prigionieri possono essere tenuti in questo stato per mesi o addirittura anni e una volta usciti dalla stanza avranno conseguenze psicologiche permanenti.

In Iran la tortura bianca è associata soprattutto alla prigione di Evin, a Teheran, e in particolare alla sezione 209, gestita dal Ministero dell’Intelligence, dove vengono rinchiusi i prigionieri politici. Molti ex detenuti raccontano di aver passato settimane o mesi in celle di isolamento senza finestre, con la luce sempre accesa, senza sapere che ora o che giorno fosse.

L'ingresso della prigione di Evin a Teheran
L’ingresso della prigione di Evin, a Teheran. Foto Ehsan Iran, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

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Testimonianze

Amir Abbass Fakhravar

Amir Abbas Fakhravar viene considerato il primo ad aver subito questo tipo di tortura dal governo iraniano. Ad Amnesty International racconta che le celle non avevano finestre, e tutto era bianco. I pasti consistevano in riso bianco servito su di un piatto di carta, anch’esso bianco. Per usare il bagno doveva passare un foglio di carta bianco sotto la porta per avvertire le guardie e gli era proibito parlare con chiunque. Anche la luce era bianca e rimaneva accesa 24 ore su 24, non sentiva nessuna voce e nessun odore. Dopo otto mesi così, una volta liberato, racconta di non riuscire più a ricordare i volti dei suoi genitori.

Ulrike Meinhof

Giornalista e terrorista tedesca, raccontò che dopo la sua cattura negli anni ’70 venne messa in una cella d’isolamento, lontana da qualsiasi centro abitato e situata in un’ala del carcere completamente isolato, in modo da non sentire nessun rumore né nessuna voce.

Tutta la cella e l’arredamento erano dipinti di bianco, ad eccezione della porta d’entrata e l’unica finestra presente non poteva essere aperta che di qualche millimetro, ma la visuale era comunque ostruita da una fitta zanzariera. L’illuminazione proveniva da tubi al neon e non veniva spenta nemmeno di notte.

Inoltre il riscaldamento non veniva mai acceso, nemmeno d’inverno.

Ulrike scrisse che durante la sua prigionia aveva la sensazione che la testa le esplodesse, che la scatola cranica si sollevasse e si spezzasse.

Scrisse anche che aveva la sensazione che la sua cella fosse in viaggio e che si “fermasse” solo quando, a volte, entravano dei raggi di sole dalla finestra. La sensazione che la stanza fosse in viaggio però non finiva mai.

Aveva la sensazione di ammutolire, non riusciva più a distinguere la semantica delle parole, parlare era quasi impossibile e aveva forti dolori alla testa. Gli agenti, le visite e il cortile sembravano fatti di carta e mezz’ora dopo le visite, una volta in cella, non sapeva se qualcuno l’avesse visitata lo stesso giorno o una settimana prima.

Nel maggio 1976, quasi quattro anni dopo la cattura, Ulrike fu trovata morta nella sua cella del carcere di Stammheim. La versione ufficiale parlò di suicidio, anche se alcuni indizi hanno fatto pensare che sia stata uccisa.

Seyyed Ebrahim Nabavi

Giornalista e prigioniero politico iraniano racconta che dopo la tortura bianca non riesce più a dormire senza l’ausilio di sonniferi. La solitudine non lo abbandona mai, neanche dopo essere stato liberato, nel 2004.

Racconta anche che non è stato solo privato sensorialmente, ma è stato anche manipolato. Gli è stato fatto credere che la moglie fosse stata rapita e che i suoi amici avessero detto alla polizia menzogne su di lui.

A quel punto qualcosa comincia a rompersi dentro, e quando questo avviene la polizia ha il prigioniero in pugno.

Non solo in Iran

Le tecniche di deprivazione sensoriale sono state usate anche da governi democratici. Nel 1971, durante il conflitto in Irlanda del Nord, l’esercito britannico sottopose quattordici uomini arrestati senza processo a quelle che furono chiamate le “cinque tecniche”: costretti a stare in piedi contro un muro per ore, la testa coperta da un cappuccio, un rumore bianco continuo nelle orecchie, niente sonno, poco cibo e poca acqua. Sono passati alla storia come gli “uomini incappucciati”. Nel 1978 la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì che quelle tecniche erano un trattamento “inumano e degradante”, ma non vera e propria tortura. Una decisione molto criticata, che decenni dopo fu citata anche per giustificare le tecniche usate dalla CIA. Nel 2021 la Corte Suprema del Regno Unito ha riconosciuto che, con gli standard di oggi, sarebbero considerate tortura.

In Venezuela, invece, i prigionieri politici parlano della “Tumba”, la tomba: celle bianche costruite cinque piani sotto terra nella sede del servizio di intelligence, a Caracas, con luce artificiale sempre accesa, aria condizionata gelida e nessun rumore dall’esterno.

E proprio dall’Iran arriva una delle denunce più forti. Narges Mohammadi, attivista per i diritti umani più volte arrestata e rinchiusa a Evin, ha raccolto le testimonianze di altre donne detenute nel libro White Torture. Nel 2023 ha ricevuto il premio Nobel per la pace, ritirato dai suoi figli perché lei era ancora in carcere. Rilasciata temporaneamente per motivi di salute, è stata arrestata di nuovo nel dicembre 2025 e nel febbraio 2026 è stata condannata ad altri sette anni e mezzo di carcere. Dopo due sospetti infarti in cella, nel maggio 2026 è stata scarcerata su cauzione per essere curata in ospedale.

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Fonti

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