Aquila di sangue – l’atroce tortura Vichinga

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L’aquila di sangue è stato un metodo di tortura ed esecuzione in vigore nei Paesi nordici, sopratutto fra la popolazione dei Vichinghi. Nonostante questo rituale sia descritto in vari testi antichi, alcuni studiosi sostengono che possa non essere mai stato usato.

Metodo di esecuzione

Il metodo di esecuzione di questa tortura vichinga è atroce e consisteva nel far piegare il condannato in avanti su un grosso masso o una pila di legno con mani e piedi legati. Successivamente un’aquila con le ali spiegate veniva disegnata sulla schiena della vittima e poi

veniva praticata un’incisione che esponeva la colonna vertebrale. Il passo successivo era quello di staccare le costole dalla spina dorsale con un’ascia,

una ad una, aprendole verso l’esterno con ancora la carne e i muscoli attaccati. A questo punto la vittima era ancora viva e le veniva sparso del sale sull’enorme ferita. In seguito si procedeva all’estrazione dei polmoni che venivano poi infilzati nelle costole aperte. Le costole, così aperte e insanguinate, sembravano le ali di un’aquila da cui il nome della tortura.

Aquila di sangue: mito o realtà

Incisione aquila di sangue

Questo metodo di tortura vichingo è attualmente spesso dibattuto. Nonostante siano state trovate menzioni scritte, alcuni studiosi pensano che in realtà questo rito non sia mai stato praticato. Questo equivoco sarebbe nato da una errata interpretazione dei versi degli scaldi, i poeti vichinghi, e da alcune figure retoriche o similitudini che sarebbero state erroneamente interpretate come un atroce rituale.

Tuttavia esiste un termine in lingua Nordica antica, blóthorn o blóðörn, che significa appunto aquila di sangue e che indicherebbe, effettivamente, che un rituale con questo nome sia davvero esistito.

Oggi però gli studiosi di storia vichinga restano divisi su questo punto.

La tesi scettica più famosa è quella della filologa Roberta Frank, che nel 1984 fece notare un dettaglio. Nel poema più antico che parla della morte del re Ælla, il verso dice più o meno che Ivarr “fece incidere un’aquila” sulla schiena del nemico. Per gli scaldi l’aquila era l’uccello che si nutre dei caduti in battaglia, e la frase poteva significare semplicemente che il re era stato ucciso e lasciato in pasto agli uccelli. Gli autori delle saghe, scritte secoli dopo, avrebbero preso alla lettera la metafora, trasformandola nel rituale che conosciamo.

Nel 2022, però, un gruppo di ricercatori dell’Università d’Islanda e dell’Università di Keele ha pubblicato sulla rivista Speculum uno studio anatomico. Conclusione: con gli strumenti dell’epoca vichinga l’aquila di sangue sarebbe stata fisicamente possibile, anche se la vittima sarebbe morta molto in fretta, probabilmente per soffocamento, ben prima che il rituale fosse completato. Possibile, quindi. Ma se sia mai stata davvero eseguita, resta un mistero.

La pietra figurata Stora Hammars I a Gotland, con una scena di sacrificio
La pietra figurata Stora Hammars I, a Gotland (VIII secolo): secondo alcuni studiosi una delle scene raffigura un sacrificio umano collegato all’aquila di sangue. Foto Berig, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Nella letteratura norrena si fa menzione di due esecuzioni tramite aquila di sangue. Una sarebbe stata quella del principe Halfdan Haaleg, figlio del re di Norvegia.

L’altra, nell’867, quella del re di Northumbria. Il re aveva ucciso il padre del capoclan vichingo Ivarr Ragnarsson e fu proprio quest’ultimo a uccidere il re con l’aquila di sangue.

Secondo lo studioso J.M. Wallace-Hadrill però altre potenziali vittime di questo barbaro metodo di esecuzione potrebbero essere state anche il re Maelgualai d’Irlanda e persino il martire Edmondo dell’Anglia orientale.

L’aquila di sangue è tornata famosa grazie alla serie televisiva Vikings, in cui viene mostrata l’esecuzione dello jarl Borg, e ai videogiochi ambientati nel mondo norreno. Ed è proprio la forza di quell’immagine, più che le prove storiche, a renderla ancora oggi una delle torture più conosciute.

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