La poena cullei, la “pena del sacco”, era la punizione romana per i parricidi: il condannato, frustato e incappucciato, veniva cucito in un sacco di cuoio con un gallo, un cane, una scimmia e una vipera e gettato in mare o nel Tevere. Il primo caso documentato è del 101 a.C. La pena fu ripresa da Costantino e Giustiniano e sopravvisse in Germania fino al Settecento.
Poena Cullei viene dal latino e significa “pena del sacco”. Era usata nell’Antica Roma per punire i parricidi ed è una pena alquanto strana.
Il condannato veniva infatti chiuso in un sacco impermeabile con diversi animali vivi e poi veniva buttato in mare o nel Tevere.
La Poena Cullei
Il primo caso ben documentato di questa tortura risale al 101 a.C., anche se gli storici tendono a concordare sul fatto che fosse già usata prima di quella data.
Il protagonista di quel primo caso documentato si chiamava Publicio Malleolo: nel 101 a.C. uccise la propria madre e fu il primo, secondo le fonti, a finire cucito nel sacco e gettato in mare. Qualche anno più tardi, nell’80 a.C., un giovane Cicerone difese in tribunale Sesto Roscio, accusato di aver ucciso il padre e quindi a rischio della stessa fine. Nella sua arringa Cicerone spiega il senso della pena: il parricida veniva chiuso nel sacco perché non toccasse più nulla della natura, né il cielo, né la terra, né l’acqua, e perché il suo corpo non contaminasse nemmeno il mare.
Ma in cosa consisteva esattamente la pena del sacco?
La tecnica della pena del sacco ha subito nei cambiamenti durante la storia, ma la tecnica più usata era quella che ti descriverò qui sotto.
Gli animali potevano variare, potevano essere diversi o meno soprattutto data la scarsa reperibilità della scimmia. Per il resto, il procedimento era pressoché identico.
Dopo essere stato condannato, il parricida veniva condotto in carcere con indosso degli zoccoli di legno e un cappuccio fatto di pelle di lupo. Poi veniva frustato con delle verghe e cucito in un sacco di cuoio insieme a degli animali vivi.
Non animali qualsiasi, ma specificamente un gallo, un cane, una scimmia una vipera. Poi il sacco veniva gettato in mare o nel Tevere. Gli animali però erano così inferociti che raramente la persona arrivava viva in acqua, venendo sbranata e dilaniata fra atroci dolori molto prima.
Il rituale
Prima di arrivare al sacco, il condannato doveva attraversare un vero e proprio rituale. Secondo la ricostruzione dello storico Theodor Mommsen, basata sulle fonti antiche, il parricida veniva frustato con verghe “color sangue”, gli si copriva la testa con un cappuccio di pelle di lupo, perché era considerato indegno di respirare l’aria comune, e gli si mettevano ai piedi degli zoccoli di legno, perché non toccasse la terra. Poi veniva caricato su un carro trainato da buoi neri e portato fino al fiume o al mare.
Perché proprio questi animali?

Gli animali da mettere nel sacco insieme al parricida erano stati scelti per ciò che significavano: avevano un significato simbolico che ora ti andrò a spiegare.
- Il gallo: il gallo era considerato un animale molto feroce, tanto da spaventare persino i leoni. Quindi uno dei motivi per il quale veniva messo nel sacco era per la sua ferocia. In secondo luogo era stato scelto per il suo ruolo simbolico, legato a quello della vipera che ti spiegherò qui sotto. Si pensava infatti che il gallo uccidesse le vipere e la presenza di entrambi gli animali nel sacco poteva rappresentare una catena di uccisioni.
- La vipera: la vipera è stata scelta perché secondo Plinio questo animale partoriva una vipera al giorno per un totale di 23. Non tutte le piccole vipere, però, volevano aspettare e quindi dilaniavano l’interno della madre uscendo dal suo ventre, uccidendola. Qui il simbolo del parricida è chiaro.
- Il cane: il cane era considerato un animale impuro, vile, immondo e ignobile. Tutte qualità che potevano attribuirsi tranquillamente anche al parricida.
- La scimmia: la scimmia era considerata la caricatura dell’uomo. Inoltre Plinio sosteneva che le scimmie amavano talmente i loro cuccioli da soffocarli in uno dei loro abbracci.
Storia della poena cullei
La poena cullei è nata molto prima della legislazione romana, si pensa che il primo ad utilizzarla sia stato un re etrusco.
Le prime versioni includevano solo dei serpenti e gli altri animali sono stati descritti a partire dal secondo secolo d.C., sotto il regno dell’Imperatore Adriano.
Adriano contemplava due pene per i parricidi: la poena cullei o dare il colpevole in pasto alle bestie nell’arena.
Nel terzo secolo la pena cadde in disuso, ma all’inizio del quarto l’Imperatore Costantino la riportò in vigore, questa volta con i soli serpenti nel sacco. Più di 200 anni dopo l’Imperatore Giustiniano la reintrodusse con tutti e quattro gli animali. La pena rimase in uso per circa 400 anni, poi venne sostituita con il rogo.
La pena del sacco dopo Roma
L’idea di annegare un condannato chiuso in un sacco non scomparve con l’Impero. Nella Germania del Medioevo e dell’età moderna l’annegamento nel sacco, il Säcken, era una pena usata soprattutto per le donne colpevoli di infanticidio. In alcuni casi, come nell’antica Roma, nel sacco venivano messi anche degli animali vivi: in Sassonia questa pratica è documentata ancora nella prima metà del Settecento.

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- Poena cullei, Wikipedia
- Poena cullei, Wikipedia (inglese)
- Cicerone, Pro Sexto Roscio Amerino
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