La tortura dell’acqua è antichissima: in Francia la “domanda” costringeva i condannati a bere litri d’acqua, in Germania la “bevanda svedese” risale alla Guerra dei Trent’anni. Il waterboarding moderno nasce con la “water cure” usata dagli americani nelle Filippine nel 1899-1902, fu condannato come crimine di guerra dopo il 1945 e reintrodotto dalla CIA dopo l’11 settembre, fino al divieto di Obama nel 2009.
Le torture più terribili sono spesso portate a termine con mezzi ed elementi semplici, reperibili ovunque. Questo è il caso della tortura dell’acqua e waterboarding, molto usata da popoli diversi durante la storia e che può causare danni sia fisici che psicologici.
Da questa forma di tortura antica si è poi sviluppato il waterboarding, considerato dalla CIA come una delle “Tecniche di interrogatorio avanzate”, una sorta di tortura “legittimata”.
La tortura dell’acqua
Questa denominazione può riferirsi a vari metodi di tortura. Il più semplice, ma che crea comunque molti danni, è quello di forzare il condannato a bere grandi quantità di acqua in poco tempo.
In Francia era conosciuta come “la domanda”. Quando a qualcuno veniva posta “la domanda” significava che sarebbe stato forzato a bere circa 3 litri e mezzo d’acqua. La “domanda straordinaria”, invece, prevedeva quasi sette litri e mezzo.
Prima di forzare la vittima a bere, questa veniva legata su un cavalletto, sdraiata, oppure con la schiena inarcata. In questo modo l’addome rimaneva ben teso. Poi la bocca veniva tenuta forzatamente aperta con delle tenaglie aperte.
Dopo avere ingerito grandi quantità di liquido questa posizione, di per sé già scomoda, diventava molto dolorosa.
A volte veniva anche picchiettato l’addome pieno e teso, causando forti dolori.
Una delle vittime più famose della “domanda” fu Marie-Madeleine d’Aubray, marchesa di Brinvilliers, la nobildonna che aveva avvelenato il padre e due fratelli per impadronirsi dell’eredità. Nel luglio 1676, a Parigi, prima dell’esecuzione fu sottoposta alla tortura dell’acqua per farle confessare i nomi dei complici. Secondo le cronache, guardando le brocche preparate per lei, avrebbe commentato che non sarebbe mai riuscita a berle tutte, perché era così piccola. Poi fu decapitata e il suo corpo bruciato.

In Germania una tortura simile era conosciuta col nome di “bevanda svedese”.
La “bevanda svedese”, o Schwedentrunk, deve il suo nome alla Guerra dei Trent’anni (1618-1648), quando i soldati la usavano sui contadini per farsi rivelare dove avessero nascosto soldi e provviste. Spesso al posto dell’acqua usavano liquami, acqua sporca o urina, e non era raro che le vittime morissero.
In Spagna invece, durante l’Inquisizione, troviamo una forma di tortura con l’acqua molto simile all’odierno waterboarding.
La vittima veniva legata e le veniva fatta ingerire una grande quantità d’acqua. A volte però, prima di versare l’acqua, i torturatori mettevano un panno in bocca al condannato, di modo che avvertisse una sensazione di annegamento.
Altre versioni in diverse parti del mondo includono tutte la posizione reclinata e il pezzo di stoffa sulla bocca, in modo da causare soffocamento.
L’acqua è stata usata anche come mezzo per verificare se una persona fosse o meno una strega, attraverso l’ordalia dell’acqua.
Waterboarding
Il termine waterboarding viene usato per la prima volta negli anni 70.
La vittima viene legata su una tavola, che viene reclinata all’indietro, e un panno viene posizionato sulla bocca. Poi sulla stoffa viene versata dell’acqua, impedendo al prigioniero di respirare.
In questo modo il prigioniero non può respirare, ma solo risucchiare l’acqua di cui è impregnato il panno.
Dopo circa 30 o 40 secondi la vittima veniva fatta respirare, facendole prendere tre o quattro boccate d’aria e poi il supplizio continua.
Di solito questo metodo di tortura dura una ventina di minuti e se protratto può causare la morte per asfissia.
Questa tortura non lascia segni evidenti, ma crea gravissimi danni psicologici o, se l’assenza di ossigeno viene prolungata, anche cerebrali.
Questo metodo di tortura è stato usato in moltissime parti del mondo come ad esempio Francia, Spagna, Stati Uniti, Giappone, Cile e Medio Oriente.
Dalla water cure alla CIA
Il waterboarding moderno ha una storia precisa. Durante la guerra tra Stati Uniti e Filippine (1899-1902) i soldati americani usavano sui prigionieri filippini la cosiddetta water cure, la “cura dell’acqua”, per ottenere informazioni. La notizia fece scandalo in patria: nel 1902 il Senato aprì un’inchiesta e alcuni ufficiali furono processati.

Dopo la Seconda guerra mondiale furono gli stessi Stati Uniti a condannare il waterboarding come crimine di guerra. Nel 1947 un ufficiale giapponese, Yukio Asano, fu condannato a quindici anni di lavori forzati anche per averlo usato su prigionieri americani.
Poi, dopo l’11 settembre 2001, la CIA lo reintrodusse tra le sue “tecniche di interrogatorio avanzate”. Secondo i documenti ufficiali, Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente degli attentati, fu sottoposto al waterboarding 183 volte in un mese, e Abu Zubaydah 83 volte. Nel 2009 il presidente Barack Obama lo vietò con un ordine esecutivo, e nel 2014 un rapporto della Commissione Intelligence del Senato concluse che quelle tecniche erano state brutali e inutili.
Nel 2008 il giornalista Christopher Hitchens, che aveva espresso dubbi sul fatto che fosse davvero tortura, si fece sottoporre al waterboarding per un articolo su Vanity Fair. Resistette pochi secondi prima di chiedere di smettere. Il titolo del suo pezzo lasciava pochi dubbi: credetemi, è tortura.
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