Le tecniche di esecuzione della crocifissione

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In breve
La crocifissione fu usata da Persiani, Fenici e Cartaginesi e diventò la pena simbolo di Roma, riservata a schiavi, ribelli e pirati: nel 71 a.C. Crasso fece crocifiggere seimila seguaci di Spartaco lungo la via Appia. La morte poteva arrivare dopo giorni, per asfissia o dissanguamento. Fu abolita da Costantino nel IV secolo. Le prove archeologiche sono rarissime.

La crocifissione è stata un metodo di esecuzione molto usato nell’antichità ed è sicuramente uno dei metodi che provocano più dolore in assoluto, anche perchè la morte, con questo metodo, può sopraggiungere anche dopo diversi giorni. La crocifissione prevede molte varianti, a partire dalla forma della croce.

Questo metodo di esecuzione è stato largamente usato nell’antichità, ma purtroppo a volte viene ancora usato in alcuni Paesi.

Un po’ di storia

La crocifissione la usavano già i Persiani, come racconta lo storico greco Erodoto, e la praticarono anche Fenici e Cartaginesi. Alessandro Magno, dopo aver conquistato la città di Tiro nel 332 a.C., secondo lo storico Curzio Rufo fece crocifiggere duemila dei suoi abitanti lungo la costa.

Ma furono i Romani a farne la pena simbolo del loro impero. Era riservata agli schiavi, ai ribelli, ai pirati e ai peggiori criminali: un cittadino romano, di norma, non poteva essere crocifisso. L’esempio più spaventoso è quello della rivolta di Spartaco. Nel 71 a.C., dopo la sconfitta degli schiavi ribelli, il generale Crasso fece crocifiggere seimila prigionieri lungo la via Appia, da Capua fino a Roma. Chi percorreva la strada camminava per circa duecento chilometri tra le croci.

Dipinto di Fëdor Bronnikov con schiavi crocifissi nel luogo delle esecuzioni dell'antica Roma
Fëdor Bronnikov, Il campo maledetto. Luogo delle esecuzioni nell’antica Roma. Schiavi crocifissi (1878), Galleria Tret’jakov. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La crocifissione fu abolita nell’Impero romano dall’imperatore Costantino, il primo imperatore cristiano, nel IV secolo, per rispetto verso la morte di Gesù.

Tecniche di esecuzione della crocifissione

La crocifissione è un metodo di esecuzione terribile. Il dolore è straziante e veniva usata proprio per questo: come deterrente.

Vedere una persona su una croce che muore di stenti fra atroci dolori che durano giorni, forse fa sì che gli spettatori ci pensino due volte prima di commettere un reato a loro volta.

Oltre ad essere molto dolorosa, la crocifissione era anche un metodo umiliante dato che si veniva crocifissi nudi. Nonostante nei dipinti si raffiguri la vittima con le parti intime coperte, questo nella realtà non avveniva.

I tipi di croce

Ci sono molti tipi di croce:

  • Il primo è semplicemente un palo infilzato nel terreno a cui il condannato veniva legato, con le braccia tese verso l’alto.
  • Poi c’era la croce con due pali, uno dei quali appoggiato orizzontalmente subito sopra il palo verticale, andando a formare una croce a T.
  • Questo palo orizzontale poteva a volte essere messo appena sotto l’estremità più alta del palo verticale, formando la croce che tutti conosciamo.
  • Poi c’era la croce a X
  • E infine la croce a Y

Nel caso di una croce a due pali, al condannato veniva fatto spesso portare il palo più corto, quello orizzontale che poteva pesare fino a 45 chili, fino al luogo dell’esecuzione. Poi veniva sistemato sul palo più piccolo e solo successivamente issato sul palo verticale.

Le torture sulla croce

Una volta che il condannato veniva messo sulla croce, con le mani e i piedi legati da una corda o inchiodati, poteva subire anche altri tormenti.

Uno dei più comuni era quello di venire impalato nella zona dell’inguine. Altre potevano includere semplicemente tormenti con le lance o tagli sul corpo.

Il filosofo romano Seneca, nel I secolo, scriveva di aver visto croci di ogni tipo: alcuni condannati appesi a testa in giù, altri trafitti nelle parti intime, altri con le braccia distese sul patibolo.

E i chiodi? Per secoli si è discusso se fossero davvero usati o se bastassero le corde. Una prova arriva dall’archeologia: nel 1968, a Gerusalemme, in una tomba del I secolo fu trovato l’osso del tallone di un uomo crocifisso, Yehohanan, ancora trapassato da un chiodo di ferro lungo circa undici centimetri. Il chiodo si era piegato contro un nodo del legno e non era stato possibile toglierlo. Nel 2017 un caso simile è stato scoperto in Inghilterra, a Fenstanton, nel Cambridgeshire: un altro tallone con un chiodo conficcato, una delle pochissime prove fisiche di crocifissione mai trovate. Molti studiosi pensano inoltre che i chiodi delle mani passassero in realtà dai polsi, perché il palmo da solo non avrebbe retto il peso del corpo.

Come sopraggiungeva la morte per crocifissione

crocifissione

Come accennavo prima, un prigioniero poteva sopravvivere anche per diversi giorni sulla croce, prima di morire.

La sopravvivenza dipendeva da vari fattori:

  • Dal metodo di crocifissione
  • Dallo stato di salute del condannato
  • Dall’ambiente (temperatura)

La morte di solito sopraggiungeva per asfissia, per ipovolemia (diminuzione del volume del sangue) o per embolia polmonare.

Quando volevano prolungare il dolore si assicuravano di mettere un sostegno sotto ai piedi della persona crocifissa, per dargli un punto d’appoggio. In questo modo il corpo evitava di scivolare verso il basso, portando all’asfissia e quindi a una morte “veloce”.

Quando poi i boia avevano deciso che il condannato poteva morire, allora gli frantumavano le ossa delle gambe con delle mazze per far cadere il corpo e provocare l’asfissia.Altre volte invece gli infilzavano il cuore con una lancia, altre volte accendevano un fuoco alla base della croce per asfissiarlo con il fumo.

Dopo la morte il corpo veniva lasciato sulla croce affinché il popolo lo vedesse per qualche giorno.

Tuttavia la crocifissione non era in uso solo nell’Antica Roma, ma anche in Oriente, come ad esempio in Giappone e nel Medio Oriente.

In Giappone la crocifissione, chiamata haritsuke, fu usata soprattutto tra il XVI e il XIX secolo. Il condannato veniva legato a una croce e poi trafitto con le lance. L’episodio più noto è quello dei 26 martiri di Nagasaki: il 5 febbraio 1597 ventisei cristiani, tra cui missionari europei e ragazzi giapponesi, furono crocifissi su una collina della città per ordine di Toyotomi Hideyoshi.

Dipinto giapponese del 1635 circa con la crocifissione dei 26 martiri di Nagasaki
La crocifissione dei 26 martiri di Nagasaki nel 1597, in un dipinto giapponese del 1635 circa. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La crocifissione oggi

Purtroppo la crocifissione è ancora contemplata in alcuni paesi come pena capitale, anche se non usata, e usata in altri.

Alcuni esempi di paesi in cui la crocifissione è stata usata negli anni 2000 sono:

  • il Myanmar
  • l’Iraq
  • l’Arabia Saudita
  • la Siria
  • L’Ucraina (ma attenzione: la notizia di un bambino crocifisso a Sloviansk, diffusa nel 2014 da una TV russa, si è poi rivelata falsa)

E’ inoltre legale negli Emirati Arabi Uniti, in Iran e in Sudan.

In Arabia Saudita, in realtà, la “crocifissione” consiste quasi sempre nell’esporre in pubblico il corpo del condannato dopo la decapitazione. In Siria e in Iraq, invece, tra il 2014 e il 2017 i miliziani dello Stato Islamico hanno crocifisso diverse persone, a volte lasciando i corpi esposti per giorni nelle piazze di Raqqa.

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Fonti

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