La Ghigliottina

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La ghigliottina è stata un metodo di esecuzione della pena di morte usato in vari Paesi, tra cui la Francia, l’Italia, il Belgio, la Germania e la Svezia. In Francia è rimasta in funzione per quasi due secoli, dal 1792 al 1977.

Storia

La decapitazione come metodo d’esecuzione risale a molto prima dell’invenzione della ghigliottina e veniva eseguita con spade o asce. Per secoli fu considerata la morte “nobile”: ai condannati di alto rango si tagliava la testa, mentre i poveri finivano impiccati o peggio.

Questo strumento diventò famoso a partire dal 1792 in Francia grazie alla Rivoluzione francese, ma già in altri Paesi era utilizzato un sistema molto simile per le esecuzioni. Questo perché durante le normali esecuzioni, fatte con la spada o con l’ascia, il condannato doveva rimanere perfettamente immobile sul ceppo e collaborare per permettere al boia un taglio netto; in caso contrario il boia avrebbe potuto sbagliare il colpo e ferirlo alle spalle o al volto, facendolo soffrire inutilmente. Le cronache sono piene di esecuzioni finite male, con boia inesperti o ubriachi che dovevano colpire più volte.

Restare però calmi su un patibolo deve essere molto difficile e molti giustiziati erano scossi da forti tremiti e alcuni provavano persino a scappare.

Ecco quindi che in tutta Europa cominciano a diffondersi delle macchine che prevedono l’immobilizzazione del collo della persona da giustiziare. Un esempio è il patibolo di Halifax, diffuso in Inghilterra, o la mannaia, diffusa in Italia, entrambi precursori della moderna ghigliottina che si differenziano da quest’ultima principalmente per la forma della lama.

Il patibolo di Halifax, nello Yorkshire, fu usato fino al 1650, e in Scozia una macchina simile, chiamata the Maiden, la “fanciulla”, rimase in funzione fino al 1710. A Roma, invece, il boia più famoso dello Stato Pontificio, Giovanni Battista Bugatti detto Mastro Titta, eseguì oltre cinquecento condanne tra il 1796 e il 1864, molte delle quali con la mannaia e poi con la ghigliottina.

La replica del patibolo di Halifax, l'antenato inglese della ghigliottina
La replica dello Halifax Gibbet, la macchina per decapitare usata a Halifax fino al 1650. Foto August Schwerdfeger, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Invenzione

L’inventore della ghigliottina è un francese ma non è, come molti credono, Joseph-Ignace Guillotin, bensì il chirurgo Antoine Louis, segretario dell’Accademia di chirurgia, che ne disegnò il progetto. Il primo prototipo lo costruì un fabbricante di clavicembali tedesco, Tobias Schmidt, e all’inizio la macchina fu chiamata “Louisette” o “Louison”, dal nome di Louis.

La ghigliottina ha preso però il suo nome definitivo, con il quale è conosciuta ancora oggi, da Guillotin, un medico e deputato dell’Assemblea nazionale costituente il quale, essendo contrario alla pena di morte, nel 1789 propose che, finché esisteva, fosse almeno il meno cruenta possibile e uguale per ogni reato e per ogni persona, di qualsiasi ceto sociale facesse parte. Era un’idea rivoluzionaria: per la prima volta il nobile e il ladro sarebbero morti nello stesso modo.

La lama obliqua, più efficace di quella curva usata nei primi esperimenti, fu provata su pecore e su cadaveri all’ospedale di Bicêtre, a Parigi, nell’aprile del 1792. Pochi giorni dopo la macchina era pronta.

Ritratto del medico Joseph-Ignace Guillotin
Ritratto anonimo di Joseph-Ignace Guillotin, Musée Carnavalet, Parigi. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Il destino di Guillotin

Una leggenda molto diffusa racconta che Guillotin finì giustiziato proprio dalla macchina che porta il suo nome. Non è vero: morì nel suo letto, a Parigi, il 26 marzo 1814, a 75 anni. Ma per tutta la vita soffrì del fatto di essere associato a quello strumento di morte. Dopo la sua scomparsa i figli chiesero al governo di cambiare il nome alla macchina; quando la richiesta fu respinta, furono loro a cambiare cognome.

Il Terrore

Il primo ad essere giustiziato con la ghigliottina fu un ladro, Nicolas Jacques Pelletier, il 25 aprile 1792, in place de Grève a Parigi. Secondo le cronache il pubblico rimase deluso: tutto era durato troppo poco. Il primo condannato politico fu Collenot d’Angremont, nell’agosto dello stesso anno.

Dal 1793 al 1794, durante il Regno del Terrore, il Tribunale rivoluzionario condannò alla ghigliottina migliaia di oppositori politici, veri o presunti. Le condanne a morte ufficiali furono circa diciassettemila in tutta la Francia, e molte altre persone morirono in prigione o senza processo. Il popolo la chiamava con un macabro soprannome: “Madame Guillotine”, o “il rasoio nazionale”.

Sulla ghigliottina salirono il re Luigi XVI, il 21 gennaio 1793, e la regina Maria Antonietta, il 16 ottobre dello stesso anno. Si racconta che la regina, salendo sul patibolo, pestò per sbaglio il piede del boia e gli chiese scusa: sarebbero state le sue ultime parole. Morirono così anche Charlotte Corday, che aveva ucciso Marat, e lo scienziato Antoine Lavoisier, il padre della chimica moderna. E alla fine anche molti dei rivoluzionari che l’avevano usata, da Danton a Robespierre, giustiziato il 28 luglio 1794.

Le esecuzioni erano eseguite dalla famiglia Sanson, una dinastia di boia che si tramandava il mestiere di padre in figlio. Charles-Henri Sanson, che giustiziò Luigi XVI, mandò a morte quasi tremila persone.

Stampa dell'esecuzione di Maria Antonietta con la ghigliottina il 16 ottobre 1793
L’esecuzione di Maria Antonietta in place de la Révolution, il 16 ottobre 1793, in una stampa d’epoca. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

In Italia e in Germania

In Italia la ghigliottina arrivò con le truppe di Napoleone e restò in uso in diversi Stati anche dopo la sua caduta, soprattutto nello Stato Pontificio, dove era chiamata “la macchina”. L’ultima esecuzione nello Stato della Chiesa avvenne a Palestrina il 9 luglio 1870, pochi mesi prima della presa di Roma.

La ghigliottina non fu solo francese. In Germania, con il nome di Fallbeil, fu usata soprattutto durante il nazismo: tra il 1933 e il 1945 i tribunali del regime fecero decapitare circa sedicimila persone, molte delle quali oppositori politici. Tra loro c’erano Sophie Scholl e suo fratello Hans, i giovani studenti del gruppo della Rosa Bianca, ghigliottinati a Monaco il 22 febbraio 1943 per aver distribuito volantini contro Hitler. Sophie aveva 21 anni. Secondo i testimoni, andò incontro alla morte con grande calma.

Le ultime esecuzioni

L’ultima esecuzione tramite ghigliottina in pubblico è quella di Eugen Weidmann e risale invece al 17 giugno 1939, a Versailles. La folla si comportò in modo così scomposto, e le foto scattate dalle finestre fecero tanto scandalo, che pochi giorni dopo il governo francese vietò le esecuzioni pubbliche. Da quel momento la ghigliottina fu usata solo all’interno delle prigioni.

L’ultima esecuzione in Francia mediante ghigliottina è stata quella di Hamida Djandoubi, il 10 settembre 1977, nel carcere delle Baumettes a Marsiglia. Fu anche l’ultima esecuzione capitale in tutta l’Europa occidentale. La Francia ha poi abolito la pena di morte nel 1981, su proposta del ministro della Giustizia Robert Badinter.

La testa dopo la decapitazione

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La ghigliottina, come già accennato, venne inventata per non far soffrire le persone condannate a morte.

Ma cosa succede alla testa mozzata?

Con la ghigliottina la separazione della testa dal corpo è immediata. Molti spettatori giurano di aver visto le teste muovere gli occhi e le palpebre e c’è chi afferma addirittura di averle sentite emettere suoni.

A tal proposito riporto l’esperienza del Dottor Beaurieux che nel 1905 studiò attentamente questo fenomeno.

L’esperienza di Beaurieux

“Questo è quello che ho osservato immediatamente dopo la decapitazione: le palpebre e le labbra del decapitato sono state mosse da contrazioni ritmiche per circa cinque o sei secondi. Questo fenomeno è stato notato da tutti coloro che si sono trovati nella mia attuale posizione di osservatori di questo fenomeno…

Ho aspettato vari secondi. I movimenti spasmodici sono terminati. […] E’ stato allora che ho chiamato, con voce forte e chiara, “Languille!”. Ho visto le palpebre alzarsi, senza nessuno spasmo – particolare sul quale insisto – ma con un unico movimento, abbastanza normale, come succede quotidianamente quando qualcuno si sveglia.

Successive osservazioni

Successivamente gli occhi di Languille si fissano definitivamente nei miei e le pupille mettono a fuoco. Non ero in presenza dello sguardo vago e privo di espressione che si osserva nelle persone moribonde. Avevo a che fare con degli occhi vivi che mi stavano guardando. Dopo qualche secondo le palpebre si richiusero di nuovo.

A quel punto lo chiamai ancora e ancora una volta, senza nessuno spasmo, lentamente, le palpebre si alzarono e senz’ombra di dubbio degli occhi vivi si fissarono nei miei […]. Poi le palpebre si richiusero. Provai a chiamare una terza volta ma non ci furono più movimenti.“

Questo esperimento fu ripreso e discusso da altri medici per decenni: nel 1956 due medici legali francesi, Piedelièvre e Fournier, sostennero che la morte per decapitazione non è istantanea. Le prove però sono costituite solo da aneddoti e osservazioni isolate, e non sono mai state verificate in modo scientifico. Secondo i medici di oggi, la caduta improvvisa della pressione del sangue nel cervello provoca la perdita di coscienza in pochi secondi, e quindi la morte.

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Fonti

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