I cannibali della Mignonette

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In breve

  • La nave: la Mignonette, uno yacht di 16 metri costruito nel 1867 e adatto solo alla navigazione costiera.
  • L’equipaggio: il capitano Tom Dudley, Edwin Stephens, Edmund Brooks e il mozzo Richard Parker, 17 anni.
  • Il naufragio: 5 luglio 1884, nell’Atlantico meridionale.
  • Il processo: R v Dudley and Stephens, che stabilì che lo stato di necessità non giustifica un omicidio.
  • La condanna: a morte, commutata in sei mesi di carcere.

La Mignonette era uno yacht che naufragò nel 1884 obbligando il suo equipaggio a ricorrere al cannibalismo per sopravvivere: i suoi marinai vengono ricordati come “i cannibali della Mignonette”.

La storia dei cannibali della Mignonette

L’avvocato australiano John Henry Want, detto Jack, decise di comprare la Mignonette durante una sua visita in Inghilterra nel 1883. Per portarla in Australia aveva bisogno di un equipaggio, ma faticò a trovarlo: lo yacht era lungo appena 16 metri, costruito per la navigazione vicino alla costa, e il viaggio era di circa 24.000 chilometri.

Alla fine però trovò un equipaggio formato da quattro persone: il capitano Tom Dudley, i marinai Edwin Stephens ed Edmund Brooks e il mozzo Richard Parker, un ragazzo di 17 anni alla sua prima esperienza in mare.

Il 19 maggio 1884 la Mignonette salpò da Southampton in direzione Sydney. Il 5 luglio, a circa 2.600 chilometri a nord-ovest del Capo di Buona Speranza, durante una burrasca un’onda sfondò la fiancata e il piccolo equipaggio dovette abbandonare la nave sull’unica scialuppa presente a bordo.

La nave affondò in cinque minuti. La scialuppa era fragile, lunga quattro metri, e si era bucata durante la discesa in mare. Dovettero abbandonare la nave in fretta e furia e non riuscirono a portare con loro né acqua né cibo, a parte gli strumenti di navigazione e due lattine di rape. La prima notte dovettero perfino tenere lontano uno squalo a colpi di remo. La terra più vicina, Sant’Elena o Tristan da Cunha, era a più di 1.000 chilometri.

Intorno al 9 luglio riuscirono a catturare una tartaruga: provarono a dissetarsi col suo sangue, che però si mescolò all’acqua di mare, e si cibarono della sua carne.

Con la tartaruga e la seconda lattina di rape tirarono avanti fino a metà luglio. Non riuscivano a raccogliere acqua piovana e la sete divenne insopportabile. Più il tempo passava, più le possibilità di sopravvivere scendevano e l’equipaggio lo sapeva bene.

L’idea del cannibalismo

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Il capitano cominciò dunque ad avanzare l’idea che qualcuno di loro avrebbe dovuto essere sacrificato per permettere agli altri di sopravvivere, tirando a sorte.

Nessun altro però si trovò d’accordo con lui e i giorni continuavano lenti.

Intorno al 20 luglio il più giovane del gruppo, Richard Parker, si ammalò gravemente dopo aver bevuto acqua di mare, e il capitano avanzò di nuovo la proposta di tirare a sorte chi sarebbe stato ucciso per sfamare gli altri.

Brooks si oppose. Quella notte Dudley ne parlò con Stephens: Parker stava probabilmente morendo, mentre loro due avevano moglie e figli. Il povero Richard invece, allora solo diciassettenne, non era sposato.

Considerando che era molto malato e senza forze, ormai quasi in coma, decisero che la vittima doveva essere lui.

Gli atti di cannibalismo

Il giorno dopo, intorno al 24 luglio, il capitano si avvicinò al ragazzo, pregò e lo uccise con un coltellino, mentre Stephens era pronto a tenerlo fermo. Brooks disse di non aver dato né il suo consenso né il suo rifiuto.

Ucciderlo prima che morisse da solo significava avere del sangue da bere. Gli altri tre membri dell’equipaggio si dissetarono con il suo sangue e poi si nutrirono del suo corpo, Dudley e Brooks più di tutti.

Anni dopo Dudley raccontò di non aver mai dimenticato quella scena: erano come lupi impazziti, padri di famiglia che non erano più in sé.

Il 29 luglio avvistarono una vela: era la nave tedesca Moctezuma, che li trasse in salvo e il 6 settembre li sbarcò a Falmouth, in Cornovaglia.

Il processo

Appena arrivati, i tre raccontarono tutto con sincerità agli ufficiali della dogana, convinti che quello che avevano fatto fosse giustificato dalla necessità: in mare il cannibalismo per sopravvivere era considerato una consuetudine. Un poliziotto però sentì il racconto e li fece arrestare per omicidio.

L’opinione pubblica si schierò fortemente con loro, soprattutto dopo che il fratello di Richard, Daniel, anche lui marinaio, si presentò in tribunale e strinse loro la mano. Il governo però volle comunque un processo, per mettere fine a quell’usanza.

Brooks venne usato come testimone e solo Dudley e Stephens furono processati. Il caso, chiamato R v Dudley and Stephens, stabilì un principio ancora oggi valido nei paesi di common law: lo stato di necessità non giustifica un omicidio.

Dudley e Stephens vennero condannati a morte, ma con una raccomandazione di clemenza. La pena fu poi commutata in 6 mesi di carcere.

La lapide di Richard Parker
La lapide in memoria di Richard Parker nel cimitero della Jesus Chapel a Peartree Green, Southampton. Foto Hethurs, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

A Southampton, nel cimitero della Jesus Chapel di Peartree Green, c’è ancora una lapide che ricorda il giovane Richard Parker.

Coincidenza o premonizione?

In questa vicenda c’è però una stranezza. Lo scrittore Edgar Allan Poe scrisse un romanzo, “Le avventure di Gordon Pym”, in cui una nave fa naufragio e solo 4 membri dell’equipaggio si salvano, restando alla deriva.

Per sopravvivere decidono di estrarre a sorte uno di loro perché gli altri possano cibarsene. Viene estratto un marinaio di nome Richard Parker.

Cosa c’è di strano? Il romanzo fu scritto nel 1838, 46 anni prima del naufragio.

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Fonti

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