Karina Buduchyan (Barduchian), uccisa e mangiata da due goth a San Pietroburgo

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La notte tra il 19 e il 20 gennaio 2009, a San Pietroburgo, la sedicenne Karina Buduchyan (spesso chiamata per errore “Barduchian”) fu annegata in una vasca da bagno da Maksim Glavatskikh e Yury Mozhnov, due ragazzi di 19 anni vicini all’ambiente goth ed emo. Smembrarono il corpo e ne mangiarono una parte. Nel maggio 2010 furono condannati a 19 e 18 anni di colonia penale.

La sera del 19 gennaio 2009 Karina, 16 anni, dice alla madre che passerà la notte da un’amica. Frequenta l’ultimo anno di scuola a San Pietroburgo e va bene. Da qualche mese è innamorata di un ragazzo più grande, un cantante che i goth della città chiamano “Chérie”. Quella notte va nell’appartamento che lui divide con un amico sul Prospekt Kosmonavtov. A casa non tornerà mai più. Due settimane dopo il Comitato investigativo russo annuncia che i due giovani hanno confessato di averla uccisa e di averne mangiato una parte.

La stampa russa lo chiamò il caso dei “goth cannibali”. In Italia e nel mondo anglosassone è conosciuto come l’omicidio di Karina Barduchian. Ma quel cognome è sbagliato, e lo sono anche diversi altri dettagli che girano da anni in rete. Non è successo a Mosca, non è successo nel 2008 e uno dei due assassini viene spesso chiamato con il nome sbagliato. Ecco la storia, ricostruita dalle fonti russe.

Il suo nome è Karina Buduchyan, non “Barduchian”

In russo il suo nome è Карина Будучьян. Traslitterato diventa Karina Buduchyan, o Budutchyan, o Buduchian, a seconda del sistema. È un cognome armeno. La grafia “Barduchian”, con una “r” in più, comparve nei lanci delle agenzie internazionali nel 2009 e nel 2010 e fu copiata da molti siti inglesi e italiani. Non corrisponde all’originale.

Lo stesso vale per uno degli imputati. Il suo nome è Максим Главатских, Maksim (o Maxim) Glavatskikh. Le prime dichiarazioni della polizia lo chiamarono per errore Golovatskikh, ed è il nome usato dalla maggior parte dei media stranieri. L’altro è Юрий Можнов, Yury Mozhnov.

Chi era Karina

Karina frequentava l’undicesima classe, l’ultimo anno della scuola russa. Secondo il quotidiano moscovita MK era una brava studentessa e distribuiva volantini per guadagnare qualche soldo. Viveva con i genitori, Nadezhda e il marito, e aveva un fratello, Sergei. Intervistato nel 2024 dal settimanale Argumenty i Fakty, lui l’ha descritta come un’appassionata della cultura emo, con le pareti della camera coperte di poster.

Dall’estate del 2008 Karina aveva cominciato a frequentare i gruppi giovanili informali della città, emo e goth. Quell’autunno conobbe Maksim Glavatskikh. Lui aveva 19 anni, cantava in una band ed era molto popolare tra le ragazze. Karina perse la testa per lui. La madre trovò in seguito sul suo computer delle poesie che gli aveva scritto. Secondo il fratello, lui non ricambiava.

I due imputati

Maksim Glavatskikh, nato nel 1989, lavorava come fiorista per un’azienda di San Pietroburgo e si definiva goth. Secondo l’agenzia Interfax era già stato ricoverato in un ospedale psichiatrico e aveva già avuto problemi con la legge. Chi lo conosceva lo descriveva come instabile.

Yury Mozhnov, suo coetaneo, era disoccupato o, secondo il quotidiano economico Kommersant, faceva lavoretti nell’edilizia. Si considerava un emo. In tribunale avrebbe detto che dall’autunno del 2008 faceva da “guardia del corpo” all’amico.

Le prime notizie confusero i ruoli. Nel febbraio 2009 il Moscow Times scrisse che Mozhnov era un fiorista con precedenti penali e Glavatskikh un macellaio al mercato. Le fonti successive, compresi i resoconti del processo sulla stampa russa, indicano invece Glavatskikh come fiorista e Mozhnov come disoccupato.

I due vivevano insieme nell’appartamento 135 al numero 66 del Prospekt Kosmonavtov, nel quartiere Moskovsky, nel sud della città. L’appartamento apparteneva a una ragazza, Ekaterina Zinovieva (Екатерина Зиновьева), che viveva lì con loro.

La notte tra il 19 e il 20 gennaio 2009

Il 19 gennaio 2009 nell’appartamento c’era un piccolo gruppo di amici. Karina telefonò a Maksim, che le spiegò come arrivare. Il fratello però sostiene che fu Zinovieva a chiamare Karina per invitarla. Una testimone, Inna Bondar, raccontò in aula che dopo la telefonata Glavatskikh fece una battuta sulla “carne che sta arrivando”, che lei sul momento non capì. Quando Karina arrivò, Maksim mandò a casa gli altri ospiti.

Quello che successe dopo è stato ricostruito dagli inquirenti soprattutto dalle prime confessioni. Durante la notte i due ragazzi, che avevano bevuto, attirarono Karina nella vasca da bagno e la tennero sott’acqua finché smise di respirare. Per gli investigatori fu un omicidio premeditato: la vasca, sostenevano, era stata riempita in anticipo.

Poi i due smembrarono il corpo con un’ascia. Una parte dei resti venne cotta in forno con le patate e mangiata. È il dettaglio che ha reso il caso famoso in tutto il mondo. Secondo i lanci delle agenzie internazionali, che citavano le prime dichiarazioni della polizia, i due ne avrebbero servito un po’ anche a Zinovieva, che l’avrebbe mangiata senza sapere cosa fosse. In tribunale lei disse di non essere in casa in quel momento; secondo il fratello di Karina, le prove dicono il contrario.

Secondo Interfax, i vicini avevano chiamato più volte la polizia per i rumori e le urla che venivano da quell’appartamento, senza risultato.

La mattina dopo i resti furono divisi in sacchi e abbandonati nel quartiere: nei cassonetti, in un terreno incolto e, secondo il Comitato investigativo, in uno stagno. I due presero anche le cose di Karina: telefono, macchina fotografica, lettore musicale, alcuni vestiti e gioielli, per un valore di circa 21.000 rubli. Una parte fu venduta.

Le ricerche e il ritrovamento

La madre di Karina ne denunciò subito la scomparsa. La data varia leggermente: Kommersant scrive che uscì di casa il 18 gennaio, dicendo che andava a studiare da una compagna; quasi tutte le altre fonti parlano della sera del 19. Per giorni la famiglia la cercò senza notizie.

Il 31 gennaio 2009 alcuni sacchi con resti umani furono trovati in un terreno abbandonato all’angolo tra via Ordzhonikidze e via Lensoveta, sempre nel quartiere Moskovsky. Pochi giorni dopo altri resti furono trovati tra i cassonetti vicino al numero 9 di via Altaiskaya. Secondo il fratello, furono dei volontari a fare la scoperta e una zia riconobbe Karina. I genitori non ebbero la forza di vedere il corpo.

L’arresto e la confessione, “Avevamo fame”

Yury Mozhnov

Alle indagini partecipò anche l’FSB, il servizio di sicurezza federale russo. Glavatskikh fu arrestato a Sosnovy Bor, una cittadina sul golfo di Finlandia a ovest di San Pietroburgo. Mozhnov fu preso a Kronštadt, sull’isola di Kotlin.

Il 3 febbraio 2009 il Comitato investigativo diffuse i loro nomi e li descrisse come membri dei gruppi giovanili informali “goth” ed “emo”. In conferenza stampa Andrei Lavrenko, capo del Comitato investigativo di San Pietroburgo, disse che entrambi avevano confessato l’omicidio e il cannibalismo e lo avevano spiegato dicendo che avevano fame. Sergei Strelin, vicecapo della polizia criminale cittadina, aggiunse che avevano ammesso tutto subito, dicendo di essere ubriachi e affamati. Quella frase fece il giro del mondo.

Il panico per goth ed emo

La notizia arrivò in un momento delicato. Per tutto il 2008, come notava il Moscow Times, in Russia era cresciuta una specie di isteria intorno alla cultura emo e goth. Politici e alti funzionari vedevano piercing e vestiti neri come una minaccia. Un caso come questo sembrava confermare tutte le paure.

Non tutti però condividevano questa lettura. Il 3 febbraio 2009 Carl Schreck del Moscow Times si chiedeva con ironia quante sottoculture fossero davvero note per omicidi del genere. Il sito di San Pietroburgo Fontanka.ru intervistò Vladimir Gushchin, esperto locale di sottoculture giovanili, secondo cui crimini del genere erano del tutto estranei a quei gruppi. Gushchin avanzò un’ipotesi: i due potevano aver ucciso Karina durante una lite e poi essersi inventati il cannibalismo per farsi dichiarare infermi di mente.

Fontanka riportò anche un’altra idea, che il Moscow Times definì “molto dubbia”: la sera prima i due avrebbero guardato Paura e delirio a Las Vegas, che contiene una scena in una vasca da bagno.

Con il proseguire delle indagini, l’idea di uno scontro tra sottoculture o di un rito satanico svanì. Alla fine gli inquirenti parlarono di “ostilità personale”. Nelle prime confessioni i due dissero di essere irritati dall’insistenza con cui Karina mostrava il suo interesse per Maksim. Anche il fratello trova poco credibile la pista del delitto rituale.

Le perizie psichiatriche

Durante le indagini entrambi furono sottoposti a perizia psichiatrica. Secondo l’edizione di San Pietroburgo della Komsomolskaya Pravda, furono esaminati nell’ospedale psichiatrico del carcere. Il risultato, riferito dal fratello di Karina e confermato dal fatto che entrambi furono processati e condannati come capaci di intendere e di volere, fu che erano sani di mente. Se Gushchin aveva ragione su una follia simulata, il piano non funzionò.

Il processo con la giuria

Il caso arrivò in tribunale l’11 febbraio 2010, più di un anno dopo l’omicidio. Le accuse erano omicidio commesso in gruppo e con accordo preventivo, secondo l’articolo 105, comma 2, del codice penale russo, che prevede fino all’ergastolo, e furto. Gli imputati chiesero di essere giudicati da una giuria popolare. Il processo si tenne al tribunale cittadino di San Pietroburgo davanti al giudice Arkady Kurguzov. L’accusa era sostenuta da Svetlana Efimenko, la famiglia era rappresentata dall’avvocato Dmitry Kuzmin.

Il dibattimento si aprì il 25 marzo 2010. Efimenko definì l’omicidio una “mostruosa atrocità” che aveva sconvolto la città. La madre di Karina raccontò di avere passato mesi in una clinica per disturbi nervosi. Mentre gli imputati venivano portati fuori, dal pubblico qualcuno gridò: “Cannibali, siate maledetti!”

All’inizio di aprile un giurato si sentì male mentre guardava le fotografie dell’accusa e l’udienza dovette essere sospesa. Il video del ritrovamento dei resti fu poi mostrato alla giuria solo in audio, per evitare uno shock troppo forte.

Ci furono episodi inquietanti anche fuori dall’aula. Secondo Kommersant alcuni testimoni dell’accusa furono minacciati, e la madre di Karina ricevette online dei messaggi che sembravano arrivare dalla figlia morta.

Le ritrattazioni, ognuno accusa l’altro

Il 15 aprile 2010, dopo che tutti i testimoni erano stati sentiti, gli imputati cambiarono versione. Ritrattarono le confessioni e si accusarono a vicenda.

Glavatskikh disse di avere invitato lui Karina, ma che a ucciderla era stato Mozhnov: geloso delle ammiratrici dell’amico, l’avrebbe annegata per sbaglio mentre cercava di spaventarla. Glavatskikh ammise di avere aiutato a smembrare il corpo, ma non l’omicidio.

Mozhnov raccontò il contrario. Disse di essere stato sotto l’influenza di Glavatskikh, di avere trovato i due nella vasca, di essere stato mandato via e di avere saputo dell’omicidio solo dopo, dall’amico. Ammise di avere proposto di fare a pezzi il corpo, ma disse che la maggior parte del lavoro l’aveva fatta Glavatskikh.

Entrambi negarono il cannibalismo: la carne cucinata quella notte, dissero, era stata comprata in un negozio. L’accusa rispose con i verbali e le registrazioni dei primi interrogatori, in cui entrambi avevano descritto il movente e ammesso tutto.

Il verdetto e le condanne

Il 30 aprile 2010 la giuria dichiarò all’unanimità entrambi colpevoli di omicidio premeditato in concorso e di furto. Ritenne provati anche lo smembramento e il consumo di parte del corpo, e respinse qualsiasi attenuante. Secondo il quotidiano Vzglyad, però, quattro giurati su dodici ritenevano che Mozhnov fosse un gregario e meritasse una pena più lieve.

Dopo il verdetto le due madri si scontrarono nel corridoio del tribunale. Nadezhda Buduchyan urlò che sperava che il figlio dell’altra finisse all’inferno. La madre di Mozhnov, che guidava un gruppo di sostegno per il figlio, accusò la famiglia della vittima di “sete di sangue”.

L’accusa chiese 22 anni per Glavatskikh e 20 per Mozhnov. Il 5 maggio 2010 il giudice Kurguzov condannò Maksim Glavatskikh a 19 anni e Yury Mozhnov a 18 anni di colonia penale a regime duro, dicendo che potevano essere rieducati solo se tenuti lontani dalla società. La famiglia aveva chiesto 5 milioni di rubli di risarcimento; il tribunale ne riconobbe 1 milione per danno morale da ciascun imputato, più 21.000 rubli per il danno materiale.

I due sorrisero durante la lettura della sentenza. Portato davanti ai giornalisti, Glavatskikh si coprì il volto con un foglio con un insulto rivolto al conduttore televisivo Andrei Malakhov: una protesta contro il talk show di Primo Canale Pust’ govoryat (“Lasciateli parlare”), che si era occupato del caso prima del verdetto.

La nonna di Karina definì la sentenza “cinica”: la famiglia si aspettava l’ergastolo. L’avvocato Kuzmin si disse nel complesso soddisfatto. La Corte suprema russa confermò in seguito le condanne.

Che fine hanno fatto Glavatskikh e Mozhnov

Maksim Glavatskikh fu mandato in una colonia penale nella regione di Murmansk, nell’estremo nord della Russia. Secondo MK, con l’appoggio dell’amministrazione carceraria partecipava ad attività artistiche e aveva persino formato una band. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo 2017 fu trovato morto nell’edificio della scuola professionale all’interno della colonia penale n. 17. Secondo la testata indipendente Mediazona furono trovati dei biglietti d’addio e il Comitato investigativo non rilevò segni di omicidio. La sua morte fu registrata come suicidio.

Yury Mozhnov fu rinchiuso in una colonia a Koryazhma, nella regione di Arcangelo. Lì, scriveva Fontanka nel 2020, aveva imparato a cucire e aveva una buona condotta. Ma non ha mai smesso di cercare di uscire. Nel novembre 2012 fece causa a Fontanka per 800.000 rubli per un articolo pubblicato prima del verdetto, sostenendo che ledeva il suo onore. Il 28 febbraio 2013 un tribunale distrettuale respinse la richiesta, osservando che Mozhnov non contestava i fatti riportati.

Nel settembre 2019 chiese di essere trasferito in una “colonia-insediamento”, una forma di detenzione più leggera, e gli fu negato. A ottobre chiese di convertire la parte della pena relativa al furto in lavori obbligatori; anche questa richiesta fu respinta, vista la pericolosità del reato. Nel gennaio 2020 il suo ricorso in cassazione fu rinviato perché solo la Corte suprema poteva esaminarlo. Secondo MK, nel gennaio 2026 Mozhnov era ancora in carcere. Considerato l’arresto nel febbraio 2009, la sua pena di 18 anni dovrebbe finire nel 2027.

La famiglia di Karina

I genitori di Karina riebbero i resti della figlia solo nell’agosto 2009 e la seppellirono in una bara chiusa. Riposa nel cimitero Krasnenkoye, nel quartiere Avtovo di San Pietroburgo.

Il fratello Sergei ha raccontato ad Argumenty i Fakty che dopo la sua morte entrambi i genitori furono ricoverati in una clinica psichiatrica. Circa sei mesi dopo il padre ebbe un ictus che lo lasciò parzialmente paralizzato; oggi vive a casa dell’ex moglie, che si prende cura di lui. La madre, ha detto Sergei, ha lasciato la Russia e lui non sa dove viva.

“Case of Chérie”, il documentario che mette in dubbio la versione ufficiale

Nel 2018 la regista Tanya Bazhenova ha presentato al festival Artdocfest un documentario di 72 minuti intitolato in inglese Case of Chérie, dal soprannome di Glavatskikh. Bazhenova ha avuto accesso agli atti del processo e propone una ricostruzione alternativa: secondo il film, entrambi gli imputati hanno continuato a dichiararsi innocenti e sostengono che nel fascicolo non ci siano prove materiali dirette contro di loro.

Il documentario non ha cambiato l’esito giudiziario. La condanna è definitiva, confermata dalla Corte suprema, e si basa in parte sulle confessioni raccolte nei primi giorni.

Una storia ancora raccontata male

A più di quindici anni di distanza, l’omicidio di Karina Buduchyan resta uno dei delitti più noti e brutali della storia di San Pietroburgo, e uno dei più distorti in rete. Sui siti internazionali Karina ha un cognome che non è il suo, l’omicidio viene spostato a Mosca e anticipato al 2008, e quello che resta è soprattutto l’immagine di due “goth cannibali” che hanno ucciso perché avevano fame.

Dietro quella frase c’è una ragazza di 16 anni che scriveva poesie per un ragazzo, che una sera di gennaio disse alla madre che avrebbe dormito da un’amica, e una famiglia che l’ha cercata per giorni e non si è mai ripresa.

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