Il parto nella bara

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In breve

  • Cos’è: l’espulsione di un feto morto dal corpo in decomposizione di una donna incinta.
  • Nome scientifico: espulsione fetale post-mortem.
  • La causa: la pressione dei gas prodotti dai batteri durante la putrefazione.
  • Quando: di solito dai due ai cinque giorni dopo la morte, quando il corpo comincia a gonfiarsi.
  • Quanto è raro: rarissimo, e oggi ancora di più grazie all’imbalsamazione moderna.

Il parto nella bara o, più precisamente, “espulsione del feto post-mortem” è l’espulsione di un feto morto dal corpo in decomposizione di una donna incinta.

Come e perché avviene

Questo parto post-mortem accade molto raramente, ma è comunque storicamente documentato. Quando qualcuno muore il processo di decomposizione inizia: i tessuti restano senza ossigeno e i batteri anaerobici presenti nello stomaco e nell’intestino si moltiplicano, producendo gas come anidride carbonica, metano e idrogeno solforato.

Questi batteri cominciano anche a “digerire” i tessuti, indebolendoli. I gas si diffondono nel corpo, che si gonfia: di solito succede dai due ai cinque giorni dopo la morte, a seconda della temperatura, dell’umidità e delle altre condizioni ambientali. Con l’aumentare della pressione, i liquidi del corpo cominciano a uscire da tutti gli orifizi naturali.

Questi gas fanno pressione all’interno del corpo e nel caso di una donna possono spingere l’utero verso il basso, fino a rovesciarlo e a farlo uscire dal canale vaginale.

Se a morire è una donna incinta, la pressione di questi gas spingerà il feto fuori dal corpo, simulando un parto: la differenza è che invece delle contrazioni saranno i gas del corpo putrefatto a far nascere il feto. Succede più spesso nelle donne che avevano già partorito, perché il loro collo dell’utero è più elastico.

Casi documentati

Come accennavo prima è un evento raro, ma è documentato dai medici sin dal XVI secolo, ed è stato osservato in varie tombe in diversi scavi archeologici. Molti casi storici sono raccolti nel compendio medico Anomalies and Curiosities of Medicine, pubblicato nel 1896.

Il primo caso documentato risale al 1551 quando una donna incinta venne condannata all’impiccagione dall’Inquisizione spagnola:

4 ore dopo la morte, con il corpo ancora impiccato, vennero visti due feti morti fuoriuscire dal corpo della donna.

Questo è un caso anomalo dato il poco tempo passato dalla morte, ma ci possono essere state delle condizioni per cui la putrefazione è stata accelerata, ad esempio ambientali, o altri fattori a noi sconosciuti e non descritti.

Un altro caso si è verificato a Bruxelles, nel 1633.

Una donna incinta morì di convulsioni e tre giorni più tardi il feto venne espulso spontaneamente dal corpo.

Nel 1861 invece a Weissenfels, in Germania, si osservò un parto post-mortem dopo 60 ore dalla morte di una donna incinta. Quasi tutti i casi avvengono prima della sepoltura, con il corpo ancora sul letto di morte o già nella bara, e abbiamo solo poche testimonianze di parto post-mortem scoperto dopo una riesumazione.

Alla fine dell’Ottocento si diffuse l’imbalsamazione moderna, che sostituisce i liquidi del corpo con sostanze conservanti e disinfettanti come la formaldeide, eliminando così anche i batteri che producono i gas. Il fenomeno divenne quindi ancora più raro: nel 1904 il manuale di ostetricia di John Whitridge Williams gli dedicava ancora una sezione, che però sparì dalle edizioni successive al 1966.

Il parto nella bara in archeologia

Non era raro che un neonato e la madre morti venissero sepolti insieme e quindi non sempre quando le ossa di un bambino vengono trovate in una bara adulta sono segno di parto nella bara.

Per capire se si tratta di questo fenomeno bisogna guardare la posizione delle ossa del bambino: se sono interamente dentro il bacino della madre, il feto è morto prima del parto. Se invece si trovano subito sotto il bacino, in linea con esso, con la testa rivolta verso i piedi della madre, tra le sue gambe, potrebbe trattarsi di un parto nella bara. Il segno più chiaro è un feto rimasto a metà, con la testa fuori dal bacino e le gambe ancora dentro.

Casi del genere sono stati trovati in un cimitero medievale a Kings Worthy, in Inghilterra, in un sito neolitico in Germania, in Danimarca, in Irlanda, in una sepoltura romana nell’Hertfordshire e in un cimitero di vittime della peste nera del Trecento a Genova.

Uno dei casi più famosi è stato scoperto nel 2010 a Imola, in una tomba di epoca longobarda del VII o VIII secolo. Lo scheletro di una donna tra i 25 e i 35 anni aveva tra le cosce le piccole ossa di un feto di circa 38 settimane, con la testa e il busto già fuori dal bacino e le gambe ancora dentro.

La donna aveva anche un foro di 4,6 millimetri al centro della fronte, con i primi segni di guarigione: secondo i ricercatori delle università di Ferrara e Bologna, che hanno pubblicato lo studio nel 2018, era il segno di una trapanazione del cranio, fatta forse una settimana prima della morte per curare l’eclampsia, una grave complicazione della gravidanza che provoca convulsioni e pressione alta.

Parto nella bara nell’attualità

Nonostante oggigiorno si usino dei fluidi antibatterici per rimpiazzare quelli naturalmente presenti nel corpo per ritardare la putrefazione, è stato possibile osservare qualche caso di parto post-mortem, soprattutto quando il corpo di una donna incinta resta per giorni senza essere scoperto.

Nel 2005 ad Amburgo, in Germania, una donna di 34 anni incinta di otto mesi venne ritrovata morta di overdose nel suo appartamento, già in stato di decomposizione. Durante l’autopsia si scoprì che la testa e le spalle del feto erano state espulse dal corpo, in seguito ai gas provocati dalla decomposizione. La donna aveva già partorito due volte. È stato il primo caso moderno in cui i medici hanno potuto documentare il fenomeno mentre era in corso.

Nel 2008 invece venne ritrovato in un campo, a Panama, il corpo di una donna di 38 anni incinta di sette mesi, scomparsa da casa quattro giorni prima.

La donna era stata imbavagliata e aveva un sacchetto di plastica sulla testa, e il caso venne classificato come omicidio. Il clima caldo e umido aveva accelerato le condizioni di putrefazione e

durante l’autopsia venne ritrovato il feto negli indumenti intimi della donna.

Anche il feto era in decomposizione, ma il cordone ombelicale venne ritrovato intatto e ancora attaccato alla placenta nell’utero. Fu il primo caso forense in cui si poté concludere con certezza che c’era stato un parto nella bara.

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