La scuola elementare Takanawadai di Tokyo, edificio del 1935

Aka Manto, la voce nel bagno che chiede «Carta rossa o carta blu?»

Posted by
In breve
Aka Manto, il “mantello rosso”, è la voce che nei bagni delle scuole giapponesi chiede: «Vuoi la carta rossa o la carta blu?». Qualunque colore tu scelga, muori. Per salvarsi bisogna rifiutare, o far finta di niente e uscire. La leggenda ha una storia sorprendente: nasce da una voce che terrorizzò Tokyo negli anni Trenta, quella di un uomo con un mantello rosso che rapiva i bambini, e da antiche credenze sugli spiriti dei gabinetti.

Tokyo, fine anni Trenta. Nei quartieri popolari i bambini tornano a casa correndo, prima che faccia buio. Gira una voce, e i genitori la ripetono con la stessa paura dei figli: in città c’è un uomo che indossa un mantello rosso. Rapisce i bambini, li uccide e, dice qualcuno, ne beve il sangue.

Nessuno l’ha mai visto davvero. Ma la voce corre così veloce che a Osaka, racconterà anni dopo uno scrittore, la polizia arriva a sequestrare uno spettacolo per bambini che aveva come protagonista un mago con il mantello rosso. E nell’aprile del 1939 uno dei giornalisti più famosi del Giappone, Ōya Sōichi, dedica all’uomo in rosso un saggio intero su una delle riviste più importanti del paese, il Chūō Kōron.

Quell’uomo, nel giro di qualche decennio, si sarebbe trasferito in un posto molto più piccolo: l’ultimo bagno in fondo, nelle scuole elementari.

Carta rossa o carta blu?

La versione che si racconta oggi è semplice, e proprio per questo funziona. Sei in un bagno pubblico, di solito quello della scuola, quasi sempre nell’ultimo gabinetto, quello in fondo che nessuno usa. A volte è sera e la scuola è vuota. Ti accorgi che non c’è carta igienica.

Poi una voce, che sembra venire dalla parete o dal soffitto, ti chiede: «Vuoi la carta rossa o la carta blu?».

Se rispondi rossa, vieni fatto a pezzi, oppure ti tagliano la gola, finché i tuoi vestiti non sono completamente rossi di sangue. Se rispondi blu, due mani ti stringono il collo finché il viso non diventa blu, oppure ti viene succhiato via tutto il sangue fino a lasciarti livido. In alcune versioni le mani escono direttamente dal water.

Ingresso di un bagno in una vecchia scuola giapponese
Il bagno di una vecchia scuola giapponese. Foto di Yuya Tamai, Wikimedia Commons, CC BY 2.0.

I più furbi pensano di aggirare la trappola chiedendo un altro colore. Non funziona. Chi dice un colore diverso viene trascinato all’inferno da mani che escono dal pavimento. Chi risponde giallo, in una variante più umiliante che mortale, si ritrova con la testa spinta dentro il water.

In alcune versioni la domanda cambia: non la carta, ma il mantello. «Vuoi il mantello rosso o il mantello blu?». E il mantello rosso è la tua pelle, strappata dalla schiena. Altre volte è un gilet, una giacca imbottita, una mantellina.

Come si sopravvive

Esiste una via d’uscita, ed è la più semplice di tutte: rifiutare. «Non mi serve nessuna carta». Davanti a un no secco, la voce tace e se ne va.

Altri racconti dicono che si può anche fare finta di niente: non rispondere, finire in fretta e uscire senza voltarsi. Come in molte storie di fantasmi giapponesi, lo spirito ha potere solo su chi accetta di giocare con le sue regole. Chi non sceglie, non perde.

Ed è forse la parte più interessante della leggenda. Non c’è un amuleto, una preghiera o una formula magica. C’è solo il coraggio di dire di no a una domanda costruita per farti credere che le risposte siano soltanto due.

L’uomo dal mantello rosso

Per capire da dove viene Aka Manto bisogna tornare agli anni Trenta. Secondo le raccolte della scrittrice Miyoko Matsutani, che ha passato una vita a registrare storie popolari moderne, verso il 1936 a Tokyo si diceva che un uomo con un mantello rosso aggredisse la gente, lasciando corpi per le strade. C’era chi lo chiamava vampiro.

La scuola elementare Takanawadai di Tokyo, edificio del 1935
La scuola elementare Takanawadai di Tokyo, costruita nel 1935, negli anni in cui nacque la voce sull’uomo dal mantello rosso. Foto di scarletgreen, Wikimedia Commons, CC BY 2.0.

Da dove nacque la voce nessuno lo sa con certezza. Le ipotesi sono almeno tre. Secondo la prima, a fare da scintilla fu un vero delitto: l’omicidio di una bambina nel quartiere di Yanaka, a Tokyo, che sconvolse la città. Secondo la seconda, la colpa fu di uno spettacolo di kamishibai, il teatro di carta che i narratori ambulanti portavano per le strade con le loro biciclette. Uno di questi, intitolato proprio Aka Manto e scritto da Kōji Kata, raccontava la storia innocua di un mago con il mantello rosso che prendeva come allievo un ragazzino lustrascarpe. Ma bastò il titolo, mescolato al delitto, per trasformarlo in un mostro.

Un narratore di kamishibai, il teatro di carta giapponese, durante uno spettacolo
Un narratore di kamishibai, il teatro di carta giapponese. Foto di aki.sato, Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0.

La terza ipotesi va ancora più indietro, al 1906, quando nella prefettura di Fukui un uomo avvolto in una coperta blu bussò di notte a casa di una famiglia e la portò via con una scusa. I corpi furono ritrovati più tardi. L’assassino non fu mai identificato. Il caso dell'”uomo con la coperta blu” divenne una storia da raccontare per spaventare, e secondo alcuni avrebbe aperto la strada all’uomo in rosso.

Qualunque sia l’origine, la voce colpì abbastanza da attirare l’attenzione di Ōya Sōichi, giornalista e critico, considerato uno dei padri dello studio delle dicerie in Giappone. Il suo saggio del 1939, La sociologia del mantello rosso, fu uno dei primi tentativi di analizzare seriamente una leggenda metropolitana moderna. Erano anni di guerra e di nervi tesi, e c’è chi ha letto in quella paura del “rosso” anche le ansie politiche del momento.

Ritratto del giornalista giapponese Ōya Sōichi nel 1942
Il giornalista Ōya Sōichi nel 1942. Nel 1939 scrisse uno dei primi studi sulla voce dell’uomo dal mantello rosso. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Dal vicolo al gabinetto

Quasi negli stessi anni, però, nelle scuole si raccontava già qualcos’altro. Matsutani riporta che verso il 1935, in una scuola elementare della prefettura di Nagano, girava la storia di una presenza che chiedeva ai bambini: «Ti piace il mantello rosso o il mantello blu?». Chi diceva rosso veniva ucciso e ridotto a una figura insanguinata. Chi diceva blu veniva svuotato del sangue e lasciato pallido, quasi azzurro.

Gli studiosi giapponesi sono prudenti: le due storie condividono il nome e il colore, ma non è dimostrato che una derivi dall’altra. Quello che è certo è che, nel dopoguerra, l’uomo in rosso dei vicoli di Tokyo scomparve, mentre la voce nel bagno della scuola continuò a vivere, di generazione in generazione.

E il bagno non era un posto scelto a caso. In Giappone il gabinetto ha una lunga storia di spiriti. Esisteva il kawaya-gami, il dio del gabinetto, a cui in alcune zone si facevano offerte. E a Kyoto si raccontava della kainade, una mano misteriosa che nella notte di Setsubun, alla fine dell’inverno, usciva dal buco del gabinetto per accarezzare chi era seduto. Per tenerla lontana, si diceva, bisognava recitare una formula: «Vuoi la carta rossa o la carta bianca?».

La domanda, insomma, esisteva già. Era una formula per scacciare lo spirito. Con il tempo, in bocca ai bambini, è diventata la domanda dello spirito stesso.

Un mantello che cambia colore

Come tutte le storie scolastiche, Aka Manto non sta mai fermo. A volte è un uomo alto con una maschera bianca. In una versione molto diffusa, da vivo era un ragazzo bellissimo, perseguitato dalle ammiratrici, che si coprì il viso con una maschera e morì nascosto nel bagno delle ragazze. A volte non ha corpo: è solo una voce.

Dagli anni Ottanta in poi, poi, si è mescolato con l’altra grande regina dei bagni scolastici, Hanako-san, la bambina che risponde quando si bussa tre volte all’ultima porta. Ci sono storie in cui Hanako indossa una gonna rossa, storie in cui la vera identità di Hanako è proprio Aka Manto, storie in cui compare anche un fratello o un rivale, Ao Manto, il mantello blu.

E nel frattempo il mantello rosso è finito nei manga, negli anime, nei videogiochi horror indipendenti. Quando una serie coreana di successo mise i suoi personaggi davanti a una scelta tra rosso e blu, qualcuno pensò subito a lui.

Perché ci fa ancora paura

Il bagno della scuola è uno dei pochi posti in cui un bambino è davvero solo. La porta chiusa, il rumore dell’acqua, le piastrelle che rimbombano, il corridoio vuoto dopo le lezioni. È un luogo di passaggio, intimo e vulnerabile, e da sempre attira le storie di fantasmi.

E poi c’è la domanda. Aka Manto non ti insegue, non ti aspetta per strada. Ti chiede di scegliere. È una trappola perfetta perché sembra offrirti una possibilità, e invece te le toglie tutte. L’unica risposta giusta è quella che non ti ha proposto.

Forse è per questo che piace tanto ai bambini giapponesi, e che continua a passare da una classe all’altra. È una piccola lezione nascosta in una storia di paura: quando qualcuno ti dà solo due possibilità, vale la pena chiedersi se non ce ne sia una terza.

Rossa o blu?
Nel nostro gioco Sopravvivi alla leggenda la voce ti aspetta nell’ultimo bagno in fondo. Rosso, blu o un altro colore sono la fine: devi rifiutare, oppure fare finta di niente. E nella nostra versione c’è una regola in più, inventata da noi: non cercare di vedere chi parla.

Se vi piacciono i fantasmi dei bagni, leggete anche la storia di Toire no Hanako e la leggenda occidentale di Bloody Mary, che si evoca davanti allo specchio del bagno. E per un’altra domanda da cui dipende la vita, c’è Kuchisake-onna.

🦋 Emadion vive grazie a chi lo legge. Se questa storia ti ha tenuto sveglio, offrimi un caffè: mi aiuta a portarti il prossimo incubo.

☕ Sostieni Emadion su Ko-fi

Fonti

Immagine in evidenza: la scuola elementare Takanawadai di Tokyo (1935), foto di scarletgreen, Wikimedia Commons, CC BY 2.0.

📍Questa storia è sulla Mappa del misteroScopri dove è successo e quali altri misteri si nascondono lì vicino.Vedi sulla mappa →

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *