Illustrazione di una donna dalla bocca tagliata nel libro illustrato Ehon Sayoshigure del periodo Edo

Kuchisake-onna, la donna dalla bocca tagliata

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In breve
Kuchisake-onna è una donna con la mascherina che ferma i passanti al tramonto e chiede: «Sono bella?». Sotto la mascherina, la bocca è tagliata da un orecchio all’altro. Storie di donne dalla bocca squarciata esistevano già nel periodo Edo, ma la leggenda moderna esplose in Giappone nel 1979: in pochi mesi passò dalla prefettura di Gifu a tutto il paese, con scuole che facevano tornare i bambini a casa in gruppo e pattuglie della polizia per strada. Per salvarsi ci sono regole precise: mai dirle di no, rispondere «sei nella media», lanciarle delle caramelle.

Nel giugno del 1979, a Himeji, la polizia fermò una donna di 25 anni che girava per strada con un coltello da cucina. Aveva il viso coperto da una mascherina e si era truccata in modo da sembrare qualcun’altra. Non stava cercando una vittima precisa. Stava interpretando un personaggio che, in quei mesi, tutti i bambini del Giappone conoscevano a memoria.

Altrove le cose non andavano meglio. A Koriyama, nella prefettura di Fukushima, e a Hiratsuka, vicino a Tokyo, le auto della polizia pattugliavano le strade all’uscita delle scuole. A Kushiro, in Hokkaido, e a Niiza, vicino a Saitama, i bambini venivano riaccompagnati a casa in gruppo, scortati da genitori e insegnanti.

Tutto per una donna che, molto probabilmente, non esisteva.

«Sono bella?»

La scena è sempre la stessa, ed è questa la sua forza. Stai tornando a casa al tramonto, magari dalla scuola serale. In una via poco illuminata ti si avvicina una donna alta, con i capelli lunghi e neri, un cappotto lungo e il viso coperto da una mascherina. Ha occhi bellissimi.

Ti chiede: «Watashi, kirei?». Sono bella?

Se rispondi di no, tira fuori un paio di forbici, o un coltello, o una falce, e ti uccide. Se rispondi di sì, si sfila la mascherina. La bocca è tagliata da un orecchio all’altro, i denti scoperti. E ti fa la seconda domanda: «Kore demo?». E adesso?

Se a quel punto dici di no, o urli, è la fine. Se dici di sì, in molte versioni ti taglia la bocca nello stesso modo, così sarete uguali. In altre ti lascia andare, ma ti segue fino a casa e torna di notte.

Scappare non serve. Una delle caratteristiche più ripetute dai bambini giapponesi è la sua velocità: correrebbe cento metri in tre secondi, sei nelle versioni più generose. Ovunque tu vada, lei è già davanti a te.

Vicolo stretto e illuminato di notte a Kichijoji, Tokyo
Il vicolo Harmonica Yokocho di Kichijoji, Tokyo, di notte. Foto di ITA-ATU, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Come salvarsi

Come ogni leggenda nata tra i banchi di scuola, Kuchisake-onna ha le sue regole. E i bambini del 1979 le conoscevano tutte.

La più famosa è la risposta di mezzo. Né sì né no: «Mā mā desu», sei così così, sei nella media. Davanti a una risposta che non si aspetta, la donna resta confusa abbastanza a lungo da permetterti di andartene. Qualcuno suggerisce di farle la stessa domanda: «E io, sono bello?».

Poi ci sono le caramelle. Kuchisake-onna andrebbe matta per le bekko ame, caramelle di zucchero cotto color ambra. Se gliele lanci, si ferma a raccoglierle una a una, e tu hai il tempo di sparire. Lo stesso funzionerebbe con le monete.

Caramelle giapponesi bekko ame color ambra, a forma di guscio di tartaruga
Bekko ame, le caramelle di zucchero caramellato che secondo la leggenda distraggono Kuchisake-onna. Foto di Miyuki Meinaka, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Altri giuravano che bastasse dirle di essere in ritardo, di avere un appuntamento, e andarsene. E poi c’è la regola più strana di tutte: ripetere tre volte la parola «pomata», nel senso della brillantina per capelli. Lei la odierebbe. Il motivo arrivò dopo, come sempre succede: si disse che il chirurgo che le aveva rovinato il viso usava proprio la brillantina, e che lei non ne sopportava l’odore.

Le varianti si moltiplicarono. Scrivere “pomata” sul palmo della mano. Disegnarsi sulla mano il carattere giapponese per “cane”. Rifugiarsi al secondo piano di un edificio, perché lei può inseguirti solo per strada. Più la storia girava, più si arricchiva.

Da dove viene la bocca tagliata

Sull’origine del personaggio circolano molte storie, e quasi nessuna è verificabile. La più romantica la colloca in un passato lontano, nel periodo Heian o in quello Edo: una donna bellissima e vanitosa, moglie di un samurai, lo tradisce. Lui la scopre e le taglia la bocca con la spada, chiedendole chi l’avrebbe trovata bella adesso. Lei muore e torna come onryō, uno spirito vendicativo.

Le versioni moderne parlano invece di un’operazione di chirurgia estetica finita male, di una donna fuggita da un ospedale psichiatrico che si dipingeva la bocca di rossetto, perfino di esperimenti medici. Negli anni Settanta la chirurgia estetica stava diventando comune nelle grandi città giapponesi, e una donna con il viso coperto da una mascherina poteva facilmente diventare, nell’immaginazione, una donna con una cicatrice da nascondere.

Donne dalla bocca squarciata compaiono davvero in alcuni racconti del periodo Edo. In molti di quei casi, però, non si trattava di un fantasma ma di una volpe, la kitsune, che prendeva forma umana per spaventare i viandanti e farsi una risata. Una di queste figure compare anche nell’Ehon Sayoshigure, un libro illustrato del 1801.

Illustrazione di una donna dalla bocca tagliata nel libro illustrato Ehon Sayoshigure del periodo Edo
Una donna dalla bocca tagliata nell’Ehon Sayoshigure, libro illustrato del periodo Edo (1801). Foto di Tanapat, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Gli studiosi giapponesi, però, tendono a tenere separate le due cose. La Kuchisake-onna che conosciamo oggi, con la mascherina, la domanda e le forbici, non viene dritta dal folclore antico. È un mostro moderno, figlio della fine degli anni Settanta.

Sei mesi che spaventarono un paese

La sua storia si può ricostruire quasi giorno per giorno. Nel dicembre del 1978, in un paese della prefettura di Gifu, si diffuse la voce che un’anziana contadina avesse visto una donna dalla bocca tagliata vicino al gabinetto esterno della sua casa, e che fosse svenuta dalla paura. Il 26 gennaio 1979 un giornale locale, il Gifu Nichinichi Shimbun, citò in una rubrica una strana voce che girava tra i bambini.

A marzo arrivò il settimanale nazionale Shukan Asahi, poi altre riviste. Ogni articolo moltiplicava i racconti, e ogni racconto aggiungeva un dettaglio. A giugno la storia era arrivata dall’estremo nord all’estremo sud del Giappone. Il 29 giugno lo Shukan Asahi le dedicò un lungo servizio. Una settimana prima, a Himeji, era stata fermata la donna con il coltello.

Poi, ad agosto, tutto finì. Le scuole chiusero per le vacanze estive e la leggenda si sgonfiò quasi da un giorno all’altro. Il motivo, secondo lo studioso Yoshiyuki Iikura, è semplice: a farla correre erano stati i juku, le scuole serali di preparazione agli esami. Lì si incontravano bambini di quartieri e scuole diversi, che poi portavano le voci a casa propria. Chiusi i juku, si interruppe anche il passaparola.

Ricerche più recenti, come quelle dello scrittore Yoshida Yūki, hanno mostrato che voci su una “donna dalla bocca tagliata” giravano già da qualche anno prima del 1979. In una delle versioni più vecchie arrivate ai giornali non c’era niente di soprannaturale: si avvertiva di fare attenzione a una donna che si truccava la bocca come se fosse squarciata per spaventare la gente. Il 1979 trasformò una persona in un mostro.

Che cosa racconta davvero

Chi studia la leggenda ci vede dentro molte paure dell’epoca. Bambini che tornavano a casa da soli, la sera tardi, dopo il juku. Famiglie in cui entrambi i genitori lavoravano. La pressione sulla bellezza femminile e la diffusione della chirurgia estetica. E la paura più antica di tutte: lo sconosciuto che ti ferma per strada.

C’è anche un’ipotesi più maliziosa, raccontata in Giappone: che a far girare la voce fossero state alcune famiglie che non potevano permettersi il juku, per spaventare i figli dei vicini più ricchi e tenerli a casa la sera. Non c’è nessuna prova, ma dice molto di quanto il tema fosse sentito.

E poi c’è la mascherina. Già allora in Giappone era comune indossarla per un raffreddore o per l’allergia. Proprio per questo una donna mascherata non dava nell’occhio. Era una persona qualunque, finché non si toglieva la mascherina.

Una leggenda che non muore

Kuchisake-onna non è mai sparita davvero. Il folklorista Tōru Tsunemitsu la mise al centro dei suoi studi sulle storie di paura delle scuole, che negli anni Novanta divennero un fenomeno editoriale. È tornata nei film, nei manga, nei videogiochi.

E ancora oggi, dicono, c’è chi la incontra. Al tramonto, in una via stretta, una donna alta con la mascherina ti guarda negli occhi e aspetta una risposta. Se ti capita, ricordati: non è né bella né brutta. È nella media.

Che cosa le risponderesti?
Nel nostro gioco Sopravvivi alla leggenda la incontrerai in un vicolo di Tokyo. Le regole sono quelle della leggenda: mai dirle di no, non scappare, non restare in silenzio. Rispondi «nella media», lanciale le caramelle o inventati un appuntamento.

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Fonti

Immagine in evidenza: donna dalla bocca tagliata nell’Ehon Sayoshigure (1801), foto di Tanapat, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

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2 comments

  1. Il mito della Kuchisake-onna è forse uno dei più affascinanti di tutto il folklore giapponese. Se si trattasse di un gioco, si potrebbe dire che ci troviamo davanti un “gioco a schema non vincente” dove l’unico modo per “vincere” è quello di non giocare! In questo caso, penso che il “divertimento” per noi vittime possa essere decisamente più appagante. Da prede ci ritroveremmo all’istante ad essere predatori (un po’ come un gatto che gioca con la sua pallina), come? Semplicemente rispondendo alla sua prima domanda con un’altra domanda (ad esempio: “ed io ti sembro bello?”), alla quale seguirebbe poi una raffica di domande. Sono certo che alla povera Kuchisake-onna verrebbe un esaurimento nervoso e si allontanerebbe da noi in meno di un secondo! 🙂

  2. emadion mi sono cagato addosso Comunque sei molta coraggiosa nello scrivere questi articoli, brava

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