- Cos’è: il Liber Linteus Zagrabiensis, il “libro di lino di Zagabria”, il testo etrusco più lungo che si conosca.
- Quando: scritto intorno al 250 a.C., ma il lino è ancora più antico.
- Dove si trova: al Museo Archeologico di Zagabria, in Croazia, in una stanza refrigerata.
- Il mistero: fu usato per avvolgere una mummia egizia.
- Cosa dice: si pensa sia un calendario religioso, ma l’etrusco non è ancora del tutto compreso.
Il Liber Linteus Zagrabiensis (libro di lino di Zagabria) è il più lungo testo etrusco mai ritrovato ed è l’unico libro di lino giunto fino a noi, forse il più antico libro europeo esistente. La sua datazione risale al III secolo a.C. e, a causa della scarsa conoscenza della lingua etrusca, rimane a tutt’oggi in gran parte non tradotto.
Scoperta
Nel 1848 un funzionario croato della Cancelleria reale ungherese, Mihajlo Barić, lasciò il suo lavoro e decise di girare il mondo. Una delle sue tappe fu l’Egitto e, mentre si trovava ad Alessandria, comprò come souvenir un sarcofago contenente la mummia di una donna.
Barić, una volta a casa, a Vienna, mise il sarcofago nel soggiorno, in posizione verticale in un angolo, per mostrarlo agli ospiti.
La mummia era avvolta in bende di lino, che l’ufficiale decise di togliere e di mostrare in una teca separata. Tuttavia non si accorse delle iscrizioni presenti sulla tela e la lasciò in esposizione fino alla sua morte, nel 1859, quando passò in eredità a suo fratello Ilija, un prete della Slavonia.
Ilija non aveva nessun interesse per la mummia e nel 1867 decise di donarla all’Istituto nazionale di Croazia, Slavonia e Dalmazia di Zagabria, l’attuale Museo Archeologico. Nel catalogo la mummia era descritta così:
“Mummia di una giovane donna (con bende rimosse) in una teca di vetro e tenuta in posizione verticale da una barra di ferro. In un’altra teca sono presenti le bende nelle quali la mummia era avvolta, recanti iscrizioni in una lingua sconosciuta e mai decifrata, che rappresentano un notevole tesoro del Museo Nazionale”.

I primi studi
Quello stesso anno la mummia e le bende furono studiate dall’egittologo tedesco Heinrich Brugsch, il quale notò le strane iscrizioni. Tuttavia pensò che fossero geroglifici e non approfondì oltre.
Nel 1877 però Brugsch stava parlando di rune con l’esploratore e linguista Richard Burton e questo gli fece tornare in mente le bende esaminate anni prima: quello che aveva visto non erano geroglifici.
Si resero conto che il testo poteva essere molto importante e alla fine conclusero, sbagliando, che si trattasse del Libro dei Morti egiziano trascritto in caratteri arabi.
Nel 1891 le bende furono inviate a Vienna, dove vennero meglio esaminate da Jakob Krall, un esperto di lingua copta, il quale pensava che le iscrizioni fossero in copto, libico o cario. Dopo un attento esame, nel 1892, si accorse però che si trattava di etrusco, e fu lui a rimettere insieme le strisce di stoffa.
Ma cosa ci facevano delle bende con iscrizioni etrusche in Egitto?
Ipotesi
Si pensò che la mummia potesse essere quella di una donna etrusca scappata dalla sua terra per qualche motivo e finita in Egitto, dove morì e venne sepolta con le bende recanti iscrizioni nella sua lingua.
Si scoprì poi che il testo era un calendario religioso e che la mummia era in realtà quella di una donna egizia.
Un papiro ritrovato nel sarcofago, un Libro dei Morti, la identificava come Nesi-hensu, la moglie di Paher-hensu, un sarto di Tebe. Studi più recenti però hanno mostrato che il papiro è di quasi un secolo più recente della mummia, quindi potrebbe non trattarsi di lei. La donna aveva tra i 30 e i 40 anni quando morì, portava una collana e tra i capelli aveva tracce di fiori e d’oro. Tra i resti della sua ghirlanda c’era perfino il cranio di un gatto.
La spiegazione più probabile è semplice: nell’Egitto tolemaico, il lino del libro fu tagliato a strisce e riutilizzato per avvolgere la mummia. Ed è proprio grazie a questo che si è conservato fino a oggi.
Le bende

Analizzando il testo, grazie alla menzione di alcuni dei locali, si è giunti alla conclusione che sia stato scritto in una piccola zona della Toscana sud-orientale, vicino al lago Trasimeno, dove si trovavano quattro grandi città etrusche: le attuali Arezzo, Perugia, Chiusi e Cortona.
In base alla scrittura il testo è datato intorno al 250 a.C., ma la datazione al radiocarbonio ha mostrato che il lino era stato tessuto ancora prima, intorno al 390 a.C. È composto da 12 colonne, scritte da destra a sinistra, ognuna delle quali rappresenta una sorta di pagina. Purtroppo quasi tutte le prime tre colonne sono mancanti e non si sa come il “libro” cominci. Verso la fine invece il testo è quasi completo.
In tutto ci sono 230 linee di testo con 1.330 parole leggibili, ma solo circa 500 parole o radici diverse, scritte con inchiostro nero, mentre il rosso è usato per le righe e i segni. Il libro invece di essere arrotolato come un papiro veniva piegato in modo che le “pagine” fossero una sopra l’altra, come un libro moderno. Si pensa che si sia conservato solo il 60% circa del testo.
Nonostante la lingua etrusca sia ancora un grande mistero, è stato possibile capire il tema principale delle iscrizioni: date e nomi di divinità fanno pensare a un calendario liturgico, con le cerimonie e i riti da celebrare in ogni giorno. Negli ultimi decenni la conoscenza dell’etrusco è cresciuta molto, e lo studioso olandese L. B. van der Meer ne ha pubblicato un’analisi parola per parola. È dunque tutto qui il mistero, o questa mummia nasconde altri segreti?
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