Il mistero della Mary Celeste: la nave fantasma che sfidò la storia

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La Mary Celeste è forse la più celebre delle navi fantasma e il suo mistero incuriosisce tutti dal giorno del suo ritrovamento. Completamente priva di equipaggio a bordo e senza segni di lotta, che segreto nasconde?

Un enigma senza tempo

Nel vasto oceano dei misteri irrisolti, pochi hanno catturato l’immaginazione come quello della Mary Celeste, la nave fantasma per eccellenza. Il suo nome è diventato sinonimo di sparizioni inspiegabili, a metà strada tra la realtà e la leggenda.

Il 4 dicembre 1872 la nave fu trovata alla deriva nell’Atlantico, tra le Azzorre e le coste del Portogallo, dall’equipaggio del brigantino Dei Gratia. A bordo non c’era nessuno: dieci persone, tra cui il capitano Benjamin Briggs, sua moglie Sarah e la loro figlia di due anni, Sophia, erano sparite. La nave però galleggiava, il carico era quasi intatto e mancava soltanto la scialuppa. Da allora nessuno ha più rivisto quelle dieci persone.

In breve
La Mary Celeste, brigantino americano partito da New York per Genova il 7 novembre 1872 con un carico di alcol, fu trovata deserta il 4 dicembre 1872 al largo delle Azzorre. Le dieci persone a bordo non furono mai ritrovate. L’ipotesi oggi più accreditata è un abbandono precipitoso sulla scialuppa, forse per paura di un’esplosione dei vapori di alcol.

Le origini della nave, da Amazon a Mary Celeste

La Amazon nel 1861
La nave quando ancora si chiamava Amazon, nel porto di Marsiglia nel 1861. Dipinto attribuito a Honoré de Pellegrin, Marsiglia 1861. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La storia comincia sulle coste della Nuova Scozia, in Canada, nel cantiere di Joshua Dewis nel villaggio di Spencers Island. Qui il 18 maggio 1861 fu varato un brigantino di circa 30 metri, costruito con legname locale e battezzato Amazon.

La nave sembrò nascere sotto una cattiva stella. Durante il viaggio inaugurale, nel giugno 1861, il primo capitano e comproprietario Robert McLellan si ammalò e morì pochi giorni dopo. Il suo successore, John Nutting Parker, finì contro delle attrezzature da pesca al largo del Maine e, nella Manica, speronò e affondò un altro brigantino. Seguirono alcuni anni tranquilli tra le Indie occidentali, l’Inghilterra e il Mediterraneo, finché nell’ottobre 1867 una tempesta la scaraventò sulla costa dell’isola di Capo Bretone, così danneggiata che i proprietari la abbandonarono come relitto.

Il relitto passò di mano più volte, finché nel novembre 1868 lo comprò l’americano Richard W. Haines per 1.750 dollari, spendendone altri 8.825 per rimetterlo in sesto. Haines la registrò a New York come nave americana e le diede un nuovo nome: Mary Celeste. L’anno dopo i suoi creditori la sequestrarono e la vendettero a un gruppo di armatori guidato da James H. Winchester.

All’inizio del 1872 la nave fu completamente ristrutturata, con una spesa di 10.000 dollari: venne allungata fino a 31 metri e le fu aggiunto un secondo ponte. A ottobre i proprietari erano Winchester, due piccoli investitori e il nuovo capitano, Benjamin Spooner Briggs, che possedeva quattro quote su dodici.

Il capitano Briggs e il suo equipaggio

Il capitano Benjamin Briggs
Il capitano Benjamin Spooner Briggs. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Benjamin Briggs era nato a Wareham, in Massachusetts, nel 1835, figlio di un capitano di mare. Era un uomo profondamente religioso, che leggeva regolarmente la Bibbia, e un marinaio molto stimato. Nel 1862 aveva sposato la cugina Sarah Elizabeth Cobb, con cui aveva avuto due figli: Arthur, nato nel 1865, e Sophia Matilda, nata nel 1870. Per il viaggio verso Genova decise di portare con sé la moglie e la piccola Sophia, mentre Arthur, che andava a scuola, rimase a casa con la nonna. Una decisione che, con ogni probabilità, gli salvò la vita.

Briggs scelse l’equipaggio con cura. Il primo ufficiale, Albert G. Richardson, aveva già navigato con lui ed era sposato con una nipote di Winchester. Il secondo ufficiale era Andrew Gilling, newyorkese di origine danese, di circa 25 anni. Il cuoco e cambusiere era Edward William Head, appena sposato. I quattro marinai erano tedeschi delle isole Frisone: i fratelli Volkert e Boz Lorenzen, Arian Martens e Gottlieb Goudschaal. Una testimonianza successiva li descrisse come “marinai pacifici e di prima classe”. In una lettera alla madre, poco prima della partenza, Briggs si diceva molto soddisfatto della nave e degli uomini.

L’ultimo viaggio

Marinaio dell'Ottocento
Un giovane marinaio in un’immagine d’epoca ricostruita. “Sailor Boy” di saudekjan, Public Domain Mark 1.0.

Il carico era formato da 1.701 barili di alcol, caricati al molo 50 dell’East River di New York. Il 3 novembre Briggs scrisse alla madre: “la nostra nave è in ottimo assetto e spero che faremo una bella traversata”.

La mattina del 5 novembre 1872 la Mary Celeste lasciò il molo, ma il tempo era incerto e Briggs preferì gettare l’ancora davanti a Staten Island. Sarah approfittò dell’attesa per scrivere un’ultima lettera alla suocera: “Dite ad Arthur che conto molto sulle lettere che mi scriverà, e cercherò di ricordarmi tutto quello che succederà durante il viaggio e che gli farebbe piacere sapere”. Due giorni dopo, il 7 novembre, il tempo migliorò e la nave prese il largo.

Nel frattempo, nel porto di Hoboken, nel New Jersey, si trovava il brigantino canadese Dei Gratia, in attesa di un carico di petrolio per Genova. Il capitano David Morehouse e il primo ufficiale Oliver Deveau erano due marinai esperti e rispettati. Si è spesso detto che Morehouse e Briggs fossero amici e che avessero cenato insieme la sera prima della partenza, ma l’unica prova è un ricordo della vedova di Morehouse raccontato cinquant’anni dopo. La Dei Gratia partì il 15 novembre, otto giorni dopo la Mary Celeste, seguendo più o meno la stessa rotta.

Il ritrovamento: una nave senz’anima

Veliero in mare
Un veliero nell’Atlantico.

Il 4 dicembre 1872, verso l’una del pomeriggio, la Dei Gratia si trovava a 38°20′N 17°15′W, a metà strada tra le Azzorre e il Portogallo. Il timoniere segnalò una nave a circa sei miglia che procedeva in modo irregolare, con le vele disposte in modo strano. Non c’era nessuno sul ponte e nessuno rispondeva ai segnali. Morehouse mandò Deveau e il secondo ufficiale John Wright con una barca. Sulla poppa lessero il nome: Mary Celeste.

La nave era deserta. Ecco cosa trovarono:

  • vele in parte spiegate e in cattivo stato, alcune mancanti, e gran parte del sartiame danneggiato, con cime che pendevano fuori bordo;
  • il boccaporto principale chiuso, mentre quelli di prua e della cambusa erano aperti, con i coperchi appoggiati sul ponte;
  • l’unica scialuppa, una piccola iole sistemata di solito sopra il boccaporto principale, sparita;
  • la chiesuola della bussola spostata e il suo vetro rotto;
  • circa un metro d’acqua nella stiva, una quantità notevole ma non pericolosa per una nave di quelle dimensioni, e un’asta di scandaglio improvvisata abbandonata sul ponte;
  • il giornale di bordo nella cabina del primo ufficiale, con l’ultima annotazione alle 8 del mattino del 25 novembre, nove giorni prima, al largo dell’isola di Santa Maria, nelle Azzorre, a quasi 400 miglia dal punto del ritrovamento;
  • le cabine bagnate e in disordine per l’acqua entrata da porte e lucernari, ma per il resto in condizioni ragionevoli, con gli effetti personali ancora al loro posto, compresa una sciabola nel fodero sotto il letto del capitano;
  • la mancanza della maggior parte dei documenti di bordo e degli strumenti di navigazione del capitano;
  • provviste di cibo e acqua per sei mesi.

Non c’erano segni di incendio né di violenza. Tutto faceva pensare a un abbandono ordinato della nave, sulla scialuppa che mancava. Contrariamente a quanto racconta la leggenda, però, non c’erano piatti apparecchiati con il cibo ancora caldo né tazze di tè fumanti: quei dettagli arrivarono anni dopo, con la fantasia degli scrittori.

Morehouse decise di portare la nave fino a Gibilterra, a 600 miglia di distanza. Per le leggi del mare, chi recuperava una nave abbandonata aveva diritto a una parte consistente del suo valore e di quello del carico. Divise i suoi otto uomini tra le due navi: Deveau e due marinai esperti sulla Mary Celeste, lui e gli altri quattro sulla Dei Gratia. Con così pochi uomini il viaggio fu lento e faticoso. La Dei Gratia arrivò a Gibilterra il 12 dicembre, la Mary Celeste, rallentata dalla nebbia, la mattina dopo.

L’inchiesta di Gibilterra

Le udienze cominciarono il 17 dicembre 1872 davanti al presidente della corte di Gibilterra, Sir James Cochrane. A condurle era il procuratore generale Frederick Solly-Flood, un uomo che uno storico del caso ha descritto come uno che, una volta fatta un’idea, non la cambiava più. E Flood si era convinto subito che fosse stato commesso un crimine.

Fece ispezionare la nave da un perito e da un sommozzatore. Furono trovati dei tagli sui due lati della prua, che secondo il perito erano stati fatti con uno strumento affilato, e possibili tracce di sangue sulla sciabola del capitano e su una ringhiera. Il 22 gennaio 1873 Flood mandò a Londra la sua teoria: l’equipaggio si era ubriacato con l’alcol del carico, aveva ucciso la famiglia Briggs e gli ufficiali, aveva tagliato la prua per simulare una collisione ed era fuggito sulla scialuppa. Sospettava anche Morehouse e i suoi uomini, e persino Winchester, che secondo lui poteva aver assunto apposta un equipaggio di assassini.

Le sue teorie crollarono una dopo l’altra. Le analisi dimostrarono che le macchie sulla sciabola e sul resto della nave non erano sangue. Il capitano Robert W. Shufeldt della Marina americana, incaricato dal console degli Stati Uniti, concluse che i segni sulla prua erano dovuti al mare, non all’uomo. E dimenticava un particolare importante: l’alcol a bordo era denaturato, imbevibile.

Il 25 febbraio Flood dovette liberare la nave, che con un nuovo equipaggio ripartì per Genova. Il premio per il recupero fu deciso l’8 aprile: 1.700 sterline, circa un quinto del valore di nave e carico. Molto meno di quanto ci si aspettasse, e accompagnato da parole dure del giudice nei confronti di Morehouse. Per lo scrittore Brian Hicks, quel tono lasciò addosso a Morehouse e ai suoi uomini un sospetto che non se ne sarebbe più andato.

Cosa è successo davvero a bordo della Mary Celeste?

La scialuppa della Mary Celeste
L’ipotesi più accreditata: l’equipaggio abbandonò la nave sulla scialuppa.

Quasi tutti gli studiosi concordano su un punto: deve essere successo qualcosa di straordinario e spaventoso per spingere un capitano esperto ad abbandonare una nave solida, con provviste per mesi, e a salire con la moglie e la figlia di due anni su una piccola barca in mezzo all’oceano.

Un crimine?

Le teorie di omicidio non hanno mai trovato prove. I pirati avrebbero saccheggiato la nave, mentre gli oggetti di valore erano ancora a bordo. L’idea che Morehouse avesse teso un agguato alla Mary Celeste non regge, perché la Dei Gratia era più lenta ed era partita otto giorni dopo. Anche un accordo tra i due capitani per spartirsi il premio di recupero è poco credibile: come nota Hicks, nessuno avrebbe organizzato una truffa così vistosa, e Briggs non avrebbe mai abbandonato per sempre il figlio Arthur. Nel 1925 lo storico John Gilbert Lockhart ipotizzò che Briggs avesse ucciso tutti in un accesso di follia religiosa, ma dopo aver parlato con i suoi discendenti ritirò la teoria e si scusò.

Un falso allarme

Deveau partì dall’asta di scandaglio trovata sul ponte. Secondo lui Briggs aveva abbandonato la nave dopo una misurazione sbagliata, forse per un guasto alle pompe, convinto che l’acqua stesse entrando molto in fretta. Il documentario The True Story of the Mary Celeste, trasmesso dallo Smithsonian Channel nel 2007, ha sviluppato questa idea: prima dell’alcol la nave aveva trasportato carbone, la cui polvere poteva aver intasato le pompe, e una pompa fu trovata smontata sul ponte, come se qualcuno stesse cercando di ripararla. Con la stiva piena, il capitano non poteva capire quanta acqua stesse imbarcando. Se poi il cronometro era difettoso, Briggs poteva credere di essere vicino all’isola di Santa Maria, mentre in realtà si trovava 120 miglia più a ovest.

Una tromba marina o una secca

Una tromba d’acqua avrebbe spiegato l’acqua a bordo e le condizioni delle vele e del sartiame, e la bassa pressione avrebbe potuto spingere l’acqua nelle pompe, facendo credere all’equipaggio che la nave stesse affondando. Lo storico Paul Begg ha considerato anche un’altra ipotesi: la nave, ferma per mancanza di vento, sarebbe andata alla deriva verso la secca di Dollabarat, vicino a Santa Maria, e Briggs avrebbe calato la scialuppa per raggiungere terra. Ma una nave in bonaccia avrebbe tutte le vele spiegate, mentre la Mary Celeste fu trovata con molte vele raccolte.

I vapori di alcol

È l’ipotesi più famosa. Quando la nave arrivò a Genova si scoprì che nove dei 1.701 barili erano vuoti: erano di quercia rossa, un legno più poroso di quello degli altri. L’alcol poteva essere filtrato fuori, riempiendo la stiva di vapori. Già nel 1910 Arthur N. Putman, perito assicurativo di New York, ipotizzò un’esplosione, e il cugino di Briggs, Oliver Cobb, ne fu un convinto sostenitore: rumori dalla stiva, odore di vapori, forse un piccolo scoppio, sarebbero bastati a spingere il capitano a far salire tutti sulla scialuppa, magari legata alla nave con una cima per poter tornare a bordo una volta passato il pericolo. Se la cima si fosse spezzata, la nave sarebbe andata via da sola, lasciando le dieci persone alla deriva.

Il punto debole è sempre stato l’assenza di segni di fuoco. Nel 2006, però, il chimico Andrea Sella dell’University College di Londra ricostruì un modello della stiva per un documentario di Channel 5: l’esplosione di gas produsse una spettacolare onda di fiamma, ma dietro restava aria relativamente fresca, senza fuliggine né bruciature. Nel 2026 un nuovo documentario della stessa rete ha ripetuto l’esperimento con due chimici dell’Università di Manchester, usando questa volta legno ed etanolo, più vicini alla situazione reale. La conclusione è che una rapida esplosione di vapori di etanolo, senza lasciare tracce, potrebbe davvero aver terrorizzato l’equipaggio fino a farlo fuggire.

Forse la verità sta in una combinazione di fattori: vapori percepiti come una minaccia, strumenti difettosi, il timore di affondare, una decisione presa in fretta che si rivelò fatale. Ma senza testimoni e senza la scialuppa, il mistero resta.

Leggende e falsi racconti

Gran parte della leggenda della Mary Celeste nasce da un racconto di finzione. Nel 1884 un giovane Arthur Conan Doyle, non ancora padre di Sherlock Holmes, pubblicò anonimo J. Habakuk Jephson’s Statement, la falsa testimonianza di un sopravvissuto. Inventò dettagli diventati poi famosissimi, e diffuse anche il nome sbagliato Marie Celeste. Molti lettori lo presero per vero.

Nel 1913 la rivista The Strand pubblicò la presunta testimonianza di Abel Fosdyk, un altro “sopravvissuto”, piena di errori grossolani sulla nave e sull’equipaggio. Anche questa era una bufala.

Il destino della Mary Celeste

Dopo Genova la nave tornò a New York, ma la sua fama era ormai rovinata. Nessuno la voleva, e nel 1874 fu venduta in perdita. Navigò soprattutto nelle Indie occidentali e nell’oceano Indiano, perdendo regolarmente denaro. Nel 1879 il capitano Edgar Tuthill si ammalò e morì all’isola di Sant’Elena: era il terzo capitano a morire prematuramente, e l’idea della maledizione si rafforzò.

Alla fine del 1884 il nuovo capitano Gilman C. Parker e un gruppo di spedizionieri di Boston la riempirono di merce quasi senza valore, dichiarata come preziosa, e la assicurarono per 30.000 dollari. Il 3 gennaio 1885 Parker la fece incagliare deliberatamente sulla barriera corallina di Rochelois, ad Haiti, distruggendola. Gli assicuratori scoprirono la truffa e nel luglio 1885 Parker e i suoi complici finirono sotto processo a Boston. La giuria non riuscì a mettersi d’accordo e il giudice trovò un compromesso: gli imputati rinunciarono ai rimborsi e restituirono quanto avevano ricevuto. Parker, con la reputazione distrutta, morì in povertà tre mesi dopo, e dei suoi complici uno impazzì e un altro si tolse la vita. Come se la maledizione li avesse inseguiti oltre la tomba della nave.

Nell’agosto 2001 una spedizione guidata dallo scrittore e archeologo subacqueo Clive Cussler annunciò di aver trovato i resti della nave nella barriera di Rochelois. Le prime analisi sembravano confermarlo, ma lo studio degli anelli del legno, condotto da Scott St George del Servizio geologico del Canada, ha dimostrato che quel legno veniva da alberi ancora vivi nel 1894, quasi dieci anni dopo il naufragio. Il relitto della Mary Celeste, quindi, non è mai stato trovato con certezza.

La Mary Celeste nella cultura popolare

La Mary Celeste non è stata la prima nave trovata misteriosamente deserta, ma è quella che tutti ricordano. Ha ispirato radiodrammi, romanzi e film, come The Mystery of the Mary Celeste (1935) della Hammer, con Bela Lugosi nel ruolo di un marinaio squilibrato. Compare in un episodio di Doctor Who del 1965 e persino in un videogioco, Limbo of the Lost.

Nel villaggio di Spencers Island, dove fu costruita, un monumento ricorda la nave e il suo equipaggio perduto, insieme a un cinema all’aperto costruito a forma di scafo. Gibilterra e le Maldive le hanno dedicato dei francobolli.

Il mistero che non muore

Dopo un secolo e mezzo, la Mary Celeste rimane l’archetipo del mistero marittimo perfetto. Il vero potere di questa storia sta nella sua incompletezza: l’assenza di corpi e di risposte definitive l’ha trasformata in una tela bianca su cui ognuno proietta le proprie paure e teorie.

Mi viene da pensare a Sarah e alla piccola Sophia, su quella barca in mezzo all’oceano, mentre la nave si allontanava. Forse non sapremo mai cosa le spinse a lasciarla, ma la loro storia continua a navigare attraverso il tempo.

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Fonti

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