Meno famose delle linee di Nazca, ma quindici volte più estese. Le linee di Sajama, nell’altopiano della Bolivia occidentale, sono uno dei più grandi e meno conosciuti misteri archeologici del Sudamerica. Migliaia, forse decine di migliaia, di sentieri quasi perfettamente rettilinei si intrecciano in una ragnatela che copre più di 22.500 chilometri quadrati intorno al Nevado Sajama, il vulcano spento che con i suoi 6.542 metri è la montagna più alta della Bolivia.

Le linee di Sajama sono una rete di migliaia di sentieri rettilinei tracciati dalle popolazioni indigene intorno al vulcano Sajama, in Bolivia, nel corso di oltre 3.000 anni. Coprono circa 22.500 km², con una lunghezza complessiva stimata di 16.000 km. Probabilmente erano percorsi sacri di pellegrinaggio, ma il loro scopo esatto resta sconosciuto.
Una ragnatela sull’altopiano
A differenza dei celebri geoglifi di Nazca, che in parte raffigurano animali, queste linee non formano figure: sono una fitta rete di tracciati rettilinei. Secondo le stime, messi in fila sarebbero lunghi circa 16.000 chilometri, più o meno tre volte la larghezza degli Stati Uniti. Per questo sono considerate il più grande sito archeologico delle Ande, e c’è chi le definisce la più grande opera d’arte del mondo.
Furono realizzate spostando la vegetazione e lo strato superficiale scuro di terra e roccia ossidata, per far emergere il terreno più chiaro che sta sotto. Molte linee sono lunghe dieci o venti chilometri, forse anche di più, eppure restano incredibilmente dritte nonostante il terreno accidentato e gli ostacoli naturali. Da terra è difficile rendersi conto della loro estensione, ma dall’alto, o da una collina, lo spettacolo è impressionante.

Chi le ha tracciate e perché
Le linee sono state tracciate in modo continuo per più di 3.000 anni dalle popolazioni indigene che vivevano intorno al vulcano. Come per Nazca, però, né il loro scopo né il modo in cui i loro costruttori ottennero tanta precisione sono stati chiariti del tutto.
L’ipotesi più diffusa è che fossero usate per i pellegrinaggi sacri. Lungo la rete, proprio nei punti in cui le linee si incontrano, si trovano infatti wak’as, piccoli santuari, chullpas, le torri funerarie tipiche delle Ande, e piccoli villaggi. Un paesaggio sacro, insomma, dove i sentieri collegano i luoghi dei vivi e quelli dei morti. Ancora oggi la regione è poco abitata, ma alcune linee sono usate come normali sentieri.

La scoperta e lo studio
La prima menzione in inglese delle linee di Sajama è di un viaggiatore, Aimé Felix Tschiffely, nel 1932. Negli stessi anni l’antropologo Alfred Métraux le fece conoscere agli studiosi, pubblicando le sue ricerche sui popoli Aymara e Chipaya della regione di Carangas. Negli anni Settanta lo scrittore e regista britannico Tony Morrison tornò a parlarne.
In tempi più recenti la Landmarks Foundation, insieme all’Università della Pennsylvania, ha avviato il progetto “Tierra Sajama”. Con sistemi informativi geografici e altri strumenti digitali i ricercatori hanno creato un database di mappe, vegetazione e topografia, hanno studiato i possibili allineamenti tra le linee e i santuari sulle cime delle montagne, e hanno proposto strategie per proteggere il sito.
Un patrimonio fragile
Le linee sono minacciate dall’erosione, dal vandalismo, da progetti di sviluppo e dal turismo non controllato, anche perché manca un vero piano di gestione del sito. Secondo i partecipanti al progetto, con una buona tutela le linee potrebbero diventare una ricchezza sia per i visitatori di tutto il mondo sia per le comunità locali.
Mi colpisce l’idea che generazioni e generazioni di persone, per tremila anni, abbiano continuato a camminare e a tracciare questi sentieri dritti verso le montagne sacre. Non sono state costruite per impressionare qualcuno dall’alto, ma per essere percorse, passo dopo passo.
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