linee di Nazca

Le linee di Nazca

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Nel cuore del deserto peruviano, a circa 400 chilometri da Lima, si nasconde uno dei più grandi enigmi dell’archeologia: le Linee di Nazca. Giganteschi geoglifi tracciati sul terreno tra il 500 a.C. e il 500 d.C., raffigurano animali, piante, figure geometriche e persino una misteriosa figura umanoide soprannominata “l’astronauta”.

Queste opere, che si apprezzano davvero solo dall’alto, sollevano domande che hanno fatto discutere per quasi un secolo: perché furono create? Come fece un’antica civiltà a disegnare forme così immense con tanta precisione? E per chi erano fatte?

Dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1994, le Linee di Nazca continuano a dividere studiosi e appassionati. E negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ne ha fatte scoprire centinaia di nuove.

In breve
Le linee di Nazca sono geoglifi tracciati dalla cultura Nazca nel deserto del Perù meridionale tra il 500 a.C. e il 500 d.C., rimuovendo le pietre scure per far emergere il terreno chiaro. Raffigurano linee, forme geometriche, animali e figure umane. Grazie all’intelligenza artificiale, dal 2019 a oggi sono stati scoperti centinaia di nuovi geoglifi: nel 2025 il totale conosciuto ha raggiunto 893.

La scoperta delle linee di Nazca

Linee di Nazca dall'alto
Una delle grandi figure di Nazca vista dall’alto.

Per secoli le linee rimasero nascoste sotto gli occhi di tutti. I primi a notarle con attenzione, nel Novecento, furono i piloti militari e civili peruviani. Nel 1927 l’archeologo peruviano Toribio Mejía Xesspe le vide durante un’escursione sulle colline e ne parlò in una conferenza a Lima nel 1939.

Il primo a studiarle davvero fu lo storico americano Paul Kosok. Nel 1940-41 si trovava in Perù per studiare gli antichi sistemi di irrigazione, sorvolò le linee e si accorse che una di esse aveva la forma di un uccello. Un’altra osservazione casuale gli fece notare che alcune linee convergevano sull’orizzonte nel punto in cui tramontava il sole al solstizio d’inverno australe. Fu lui a coinvolgere la matematica e archeologa tedesca Maria Reiche, che viveva a Lima.

Statua di Maria Reiche
Una statua dedicata a Maria Reiche in Perù. Foto Kevo287, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Reiche dedicò il resto della vita alle linee. Le pulì, le misurò, le documentò una per una, tanto da essere chiamata “la Dama di Nazca”, e si batté per proteggerle. Ancora oggi gli archeologi che lavorano a Nazca la considerano il punto di partenza di tutto.

Come furono create

Il deserto di Nazca è coperto da pietre scure, ricche di ossido di ferro. I Nazca tracciavano i disegni togliendo quelle pietre e scoprendo il terreno chiaro che sta sotto. In una delle zone più aride del mondo, quasi senza vento e senza pioggia, quei solchi si sono conservati per due millenni.

Il mistero più grande è sempre sembrato il come: come si fa a disegnare figure lunghe centinaia di metri senza poterle vedere dall’alto? In realtà la risposta è più semplice di quanto sembri. Bastano paletti, corde e qualche calcolo. Lo studioso americano Joe Nickell, esperto di misteri e falsi miti, ha riprodotto alcune figure usando solo strumenti e tecniche che i Nazca avevano a disposizione, smentendo l’idea che servisse una tecnologia “impossibile”.

Il colibrì di Nazca
Il colibrì, uno dei geoglifi più famosi di Nazca. Foto Unukorno, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

L’enigmatico “astronauta” di Nazca

Tra le centinaia di geoglifi, uno ha un alone particolare: la figura chiamata “l’Astronauta”. Alta una trentina di metri e incisa sul pendio di una collina, mostra un essere con una testa rotonda, due grandi occhi e un braccio alzato come in un saluto. Il suo aspetto ha alimentato le teorie più fantasiose su antichi contatti con gli alieni.

L'astronauta di Nazca
Il cosiddetto “astronauta”, inciso sul fianco di una collina. Foto Unukorno, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Gli archeologi propongono spiegazioni più terrene: potrebbe rappresentare uno sciamano, una divinità o persino un uomo-gufo, come suggerisce il suo altro soprannome, “Owlman”. La sua posizione su un pendio, diversa da quella delle figure in pianura, fa pensare a un significato rituale particolare.

Teorie e interpretazioni

Il calendario astronomico. Kosok e Reiche pensavano che le linee fossero marcatori astronomici, che indicassero sull’orizzonte i punti in cui sorgevano il sole e altri astri in date importanti. Studi successivi hanno però mostrato che solo alcune linee corrispondono davvero a fenomeni celesti.

I percorsi rituali e l’acqua. In una regione così arida la sopravvivenza dipendeva dall’acqua. Nel 1985 l’archeologo Johan Reinhard ha mostrato che il culto delle montagne e delle fonti d’acqua era centrale nella religione dei Nazca: per lui le linee e le figure sarebbero legate al culto dell’acqua e della fertilità e alle montagne sacre, e venivano percorse a piedi durante i rituali.

Gli alieni. Alla fine degli anni Sessanta lo scrittore svizzero Erich von Däniken, nel suo bestseller Gli extraterrestri torneranno, ipotizzò che le linee fossero piste di atterraggio o segnali per visitatori dallo spazio. Un’idea che ha conquistato il pubblico, ma che non trova alcun riscontro scientifico.

L’intelligenza artificiale e le nuove scoperte

Negli ultimi anni lo studio delle linee ha fatto un salto enorme grazie al gruppo di ricerca dell’Università di Yamagata, in Giappone, guidato dall’archeologo Masato Sakai, che lavora a Nazca dal 2004. In collaborazione con IBM, il gruppo ha addestrato un sistema di intelligenza artificiale ad analizzare migliaia di fotografie aeree ad alta risoluzione e a indicare i punti in cui potrebbero esserci geoglifi ancora sconosciuti. Ogni segnalazione viene poi verificata sul posto, a piedi.

I risultati sono stati impressionanti. Nel settembre 2024 la rivista PNAS ha pubblicato la scoperta di 303 nuovi geoglifi figurativi, trovati in pochi mesi: quasi quanti ne erano stati scoperti in tutto il secolo precedente. Nel luglio 2025, all’Expo di Osaka, il gruppo ha annunciato altri 248 geoglifi, portando il totale conosciuto a 893. Tra le nuove figure ci sono esseri umani, lama, uccelli, un’orca con un coltello e una serie di scene di sacrifici umani, tra cui un sacerdote che porta in mano una testa umana. Secondo Sakai, restano ancora centinaia di punti da verificare, e i geoglifi potrebbero superare il migliaio.

Le nuove scoperte hanno anche chiarito un aspetto importante. Le grandi figure lineari, lunghe centinaia di metri e che rappresentano soprattutto animali selvatici, si concentrano intorno a Cahuachi, il grande centro cerimoniale della cultura Nazca. Le figure piccole, di solito lunghe una decina di metri e fatte a “rilievo”, con zone chiare e scure, si trovano invece lungo gli antichi sentieri, come se raccontassero storie a chi passava. Per Sakai i geoglifi non sono opere isolate, ma un mezzo per trasmettere la fede e i ricordi di chi li ha tracciati.

La sfida della conservazione

Le linee sono fragili e sono state danneggiate più volte. Nel 2012 e nel 2013 i fuoristrada della Dakar ne hanno rovinate alcune fuori dall’area protetta. Nel dicembre 2014 alcuni attivisti di Greenpeace hanno steso uno striscione accanto al colibrì, danneggiando il terreno: l’organizzazione si è scusata e uno degli attivisti è stato condannato. Nel gennaio 2018 un camionista ha lasciato profondi segni di pneumatici su tre geoglifi; fu arrestato, ma poi rilasciato perché si trattò di un errore.

Nel 2025 le linee hanno corso un altro rischio: il governo peruviano aveva deciso di ridurre quasi della metà l’area protetta, ma a giugno è tornato sui suoi passi dopo le proteste. Una buona notizia, perché ogni anno che passa le scoperte dimostrano che il deserto di Nazca custodisce ancora molti segreti.

Le linee di Nazca sono certamente le più famose, ma ci sono anche altre figure tracciate sul terreno e visibili soprattutto dall’alto, come il Cavallo Bianco di Uffington, l’Uomo lungo di Wilmington, il gigante di Cerne Abbas e le linee di Sajama.

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Fonti

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