- Chi: Leonarda Cianciulli (Montella, 18 aprile 1894 – Pozzuoli, 15 ottobre 1970).
- Soprannome: “la saponificatrice di Correggio”.
- Vittime: tre donne, Faustina Setti, Francesca Soavi e Virginia Cacioppo, uccise tra il 1939 e il 1940.
- Movente: secondo lei, sacrifici umani per salvare i figli; secondo l’accusa, il denaro delle vittime.
- Condanna: 30 anni di carcere e almeno 3 di manicomio criminale, dove rimase fino alla morte.
Leonarda Cianciulli è stata una serial killer italiana, conosciuta come la saponificatrice di Correggio in quanto trasformò almeno una delle sue vittime in sapone.
Quasi tutto quello che sappiamo di lei viene dal suo memoriale, “Confessioni di un’anima amareggiata”, più di 700 pagine scritte in carcere. Molti però dubitano che l’abbia scritto davvero lei, visto che aveva studiato solo fino alla terza elementare: potrebbe essere opera dei suoi avvocati.
Biografia della saponificatrice

Leonarda nasce il 18 aprile 1894 a Montella, in provincia di Avellino, ultima di sei figli di Mariano Cianciulli, allevatore, e Serafina Marano. Da bambina soffre di epilessia e, nonostante la famiglia povera, secondo le fonti vive un’infanzia meno infelice di quanto racconterà lei stessa nel memoriale.
Nel 1917 sposa Raffaele Pansardi, un impiegato del catasto del paese, suscitando l’ira dei genitori che la volevano in sposa ad un suo cugino.
Nonostante il parere contrario Leonarda si sposa con Raffaele e successivamente si trasferiranno a Lauria, in provincia di Potenza, il paese di lui.
Secondo il memoriale, la madre la maledice alla vigilia delle nozze e la Cianciulli da quel momento interrompe tutti i contatti con lei, e questo la segna profondamente.
Dal 1921 al 1930, data in cui si stabiliscono a Correggio, si trasferiranno più volte, prima a Lauria e poi a Lacedonia, anche a causa delle voci che girano sul conto di Leonarda:
è una donna impulsiva, ribelle all’autorità del marito, di facili costumi e dedita alla truffa.
Le prove di questi suoi comportamenti sono nelle varie condanne a suo nome: per furto nel 1912, per minacce con un pugnale nel 1919 e per truffa nel 1927, quando sconta dieci mesi di carcere per aver raggirato una contadina. Nel 1930 il terremoto del Vulture distrugge la loro casa e la famiglia si trasferisce a Correggio, in provincia di Reggio Emilia.
Leonarda ha 17 gravidanze, ma solo 4 figli sopravvivono: prima di loro soffre 3 aborti spontanei e 10 morti nella culla, sorte che le era stata predetta da una zingara che una volta le disse:
Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi.
Dopo l’incontro con una maga locale però sarebbe stata in grado di dare alla luce i suoi quattro figli, che avrebbe protetto a qualsiasi costo. Da allora si appassiona a chiromanzia, astrologia e sortilegi, convinta di poter così neutralizzare la maledizione.
La nuova vita
A Correggio, mentre il marito lavora all’Ufficio del Registro con uno stipendio modesto e si dà al vino, Leonarda decide di aprire un piccolo negozio di mobili e vestiti, offrendo anche letture della mano, e gli affari cominciano ad andare bene.
Leonarda è benvoluta da tutti in paese, considerata una madre esemplare e una fervente fascista, e accoglie spesso in casa visitatori che intrattiene con aneddoti e pasticcini. Fra questi vi sono 3 signore non più giovani e sole, stanche della loro routine e desiderose di rifarsi una vita altrove, che Leonarda farà cadere nella sua trappola.
Nel 1939, allo scoppio della guerra, mentre la figlia femmina e i due più piccoli non corrono rischi, il più grande e il più amato, Giuseppe, studente di Lettere a Milano, rischia di essere chiamato al fronte e questo getta Leonarda nel terrore più totale.
Ricordando di come la maga aveva interrotto la maledizione della zingara, decise di ricorrere alla magia per salvare il figlio, facendo dei sacrifici umani.
Gli omicidi
La prima vittima fu Faustina Setti, una donna di settant’anni, sola e quasi analfabeta, alla quale Leonarda disse di avere trovato un marito a Pola. Le consigliò di vendere tutto ma di non dire niente a nessuno per non suscitare invidie, e si fece firmare una delega per gestire i suoi beni.
Il 17 dicembre 1939, giorno della partenza, Faustina si recò da Leonarda che la convinse e aiutò a scrivere delle cartoline in cui diceva ad amici e parenti di stare bene. Dopodiché la uccise con un’ascia, la trascinò in uno stanzino, la sezionò in nove parti e raccolse il suo sangue in un catino.
Sciolse il corpo in un pentolone con sette chili di soda caustica e ne gettò i resti in un pozzo nero, poi fece seccare il sangue nel forno, lo polverizzò e lo usò come ingrediente, insieme a farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, per i pasticcini che offriva alle signore che venivano a trovarla. Ne mangiarono anche lei e il figlio Giuseppe.
Mandò poi il figlio più grande, Giuseppe, a imbucare le lettere della vittima.
La seconda vittima era Francesca Soavi, una maestra d’asilo che cercava un lavoro fuori da Correggio. Leonarda le disse di averle trovato un posto in un collegio femminile a Piacenza ma di non dire niente a nessuno e, quando Francesca venne a salutarla il 5 settembre 1940, le fece scrivere delle cartoline, le offrì del vino drogato e la uccise con l’ascia.
Mandò poi il figlio a Piacenza per imbucare le lettere e disse in paese di essere stata incaricata da Francesca di vendere tutti i suoi averi.
La terza vittima si chiamava Virginia Cacioppo, una vedova di 59 anni che era stata un soprano di successo: aveva debuttato nella Carmen nel 1904 e cantato opere di Verdi, Puccini e Mozart in Italia, in Libano e in Egitto. Anche lei venne abbindolata con la promessa di un lavoro a Firenze come segretaria di un impresario teatrale, dietro promessa di non dire niente a nessuno, e nell’autunno del 1940 si recò da Leonarda per salutarla (il 30 settembre secondo alcune fonti, il 30 novembre secondo altre).
Anche Virginia venne uccisa e disciolta con la soda caustica ma, come scriverà nel memoriale, dato che la sua carne era “grassa e bianca”, aggiunse alla pentola un flacone di colonia e ne ricavò saponette cremose che regalò ad amici e vicini, oltre a usarne il sangue per i suoi dolci. “Quella donna era veramente dolce”, aggiunse.
La cattura

Fu proprio a causa di Virginia che Leonarda venne sospettata. Nel 1941 in paese cominciavano a girare voci sulla scomparsa delle tre donne e la cognata della Cacioppo, Albertina Fanti, non avendo più sue notizie, decise di avvisare il questore di Reggio Emilia. La polizia sospettò subito di Leonarda in quanto amica non solo della Cacioppo ma anche delle altre due donne scomparse.
La Cianciulli negò di avere niente a che fare con questa storia, minacciando di denunciare gli investigatori e sfidandoli, e finì quindi arrestata. Il commissario Serrao la interrogò, ma lei negò tutto.
La svolta arrivò da un buono del tesoro della Cacioppo, presentato in banca da un parroco: il prete disse di averlo avuto da un amico della Cianciulli, che a sua volta disse di averlo ricevuto da lei per saldare un debito. A quel punto Leonarda confessò solo l’ultimo omicidio e solo dopo molti estenuanti interrogatori confesserà anche gli altri due, fornendo i particolari. In casa vennero trovati anche sangue e una dentiera delle vittime.
Quando un agente le chiese che fine avessero fatto le tre donne, Leonarda rispose:
Ebbene me le sono mangiate le mie amiche, se vuole essere mangiato anche lei, son pronta a divorarlo […], le scomparse me le avevo mangiate una in arrosto, una a stufato, una bollita.
Il figlio Giuseppe venne considerato complice, anche perché aveva spedito le lettere delle vittime e fatto lavare i loro vestiti, e per questo farà 5 anni di galera prima di venire scarcerato per insufficienza di prove. La madre fece di tutto per convincere i giudici di essere l’unica colpevole.
Il processo
Il processo si aprì a Reggio Emilia il 12 giugno 1946. L’accusa sosteneva che Leonarda avesse ucciso per tenersi i soldi delle vittime, ma la saponificatrice disse di averlo fatto come tributo di sangue.
Secondo lei infatti le sarebbe apparsa in sogno la madre morta che le avrebbe detto che se non avesse versato in suo onore sangue innocente, si sarebbe presa le vite dei suoi figli.
Si racconta anche che, per dimostrare di aver fatto tutto da sola, sia stata portata di nascosto in obitorio, dove avrebbe sezionato un cadavere in appena dodici minuti, ma è probabilmente una leggenda.
Lo psichiatra Filippo Saporito, direttore del manicomio criminale di Aversa, la riteneva totalmente inferma di mente, ma la giuria riconobbe solo la seminfermità. Il 20 luglio 1946 venne ritenuta colpevole dei tre omicidi, del furto dei beni delle vittime e del vilipendio di cadavere, e condannata a 30 anni di carcere e ad almeno 3 anni in un manicomio criminale.
La morte
In realtà entrerà nel manicomio e non ne uscirà più. Morì il 15 ottobre 1970 nel manicomio di Pozzuoli, per un’apoplessia cerebrale. Venne sepolta in una tomba per poveri e, quando nel 1975 nessuno ne reclamò i resti, finì nell’ossario comune.
Una suora la ricordava così: in manicomio preparava dolci buonissimi, ma nessuna delle altre detenute osava mangiarli, perché erano convinte che contenessero qualcosa di magico.

Gli strumenti che usò per i tre omicidi sono conservati dal 1949 al Museo criminologico di Roma. Alla sua storia si è ispirato anche il film Gran bollito di Mauro Bolognini, del 1977.
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