Sakakibara – il killer bambino dal Giappone

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In breve

  • Chi: un ragazzo di 14 anni di Kobe, noto come “ragazzo A” o con lo pseudonimo Seito Sakakibara.
  • Vittime: Ayaka Yamashita, 10 anni, e Jun Hase, 11 anni, uccisi tra marzo e maggio 1997; altre tre bambine ferite.
  • Dove: nel quartiere di Suma, a Kobe, in Giappone.
  • Arresto: 28 giugno 1997.
  • Oggi: rilasciato nel 2004, vive con un nome che le autorità tengono segreto.

Seito Sakakibara è lo pseudonimo con il quale si firmava un quattordicenne giapponese, colpevole di avere torturato e ucciso due bambini delle scuole elementari. Nel processo e nei media il suo nome non è stato reso noto ed è stato chiamato, come d’uso in Giappone per i minorenni, solamente “ragazzo A”.

Le prime aggressioni

Tutto cominciò il 10 febbraio 1997 a Suma, un quartiere di Kobe, quando il ragazzo colpì alla testa due bambine di dodici anni che tornavano a casa da scuola.

Il 16 marzo aggredì con un martello Ayaka Yamashita, una bambina di 10 anni, che morì una settimana dopo. Dieci minuti più tardi ferì con un pugnale un’altra bambina di nove anni.

Quel giorno scrisse nel suo diario di aver compiuto “esperimenti sacri per confermare quanto siano fragili gli esseri umani”. Quando seppe che Ayaka era morta, ringraziò nel diario “Bamoidōkishin”, una specie di divinità che diceva di aver creato dal suo odio quando era bambino, perché nessuno lo aveva scoperto.

L’omicidio di Jun Hase

Il 24 maggio incontrò per strada Jun Hase, un bambino di 11 anni che frequentava le classi per bambini con disabilità della scuola elementare Tainohata, la stessa che aveva frequentato anche lui. Con la scusa di fargli vedere una tartaruga lo portò su una collina vicina e lo strangolò con i lacci delle sue stesse scarpe. Nascose il corpo in una stazione di ripetitori televisivi abbandonata.

Il giorno dopo tornò sul posto e gli tagliò la testa con un seghetto rubato in un supermercato, sfregiandogli poi il viso.

Il 27 maggio, alle due di notte, uscì di nascosto dalla finestra della sua camera e portò la testa davanti al cancello della sua scuola media, la Tomogaoka, perché voleva che i compagni la vedessero entrando. A trovarla, qualche ora dopo, fu invece un passante. Nella bocca del bambino c’era un foglio con una nota scritta in penna rossa, firmata Sakakibara, che diceva:

Questo è l’inizio del gioco… Provate a fermarmi se ci riuscite, stupidi poliziotti… Ho una voglia disperata di vedere morire la gente, per me è un brivido uccidere. Serve un giudizio sanguinario per i miei anni di grande amarezza.

Inoltre recava la scritta in inglese “SHOOLL KILL”, con la parola “school”, scuola, scritta male: credeva che significasse “assassino della scuola”. Con “verdure”, in un’altra frase del biglietto, intendeva le persone intorno a lui: aveva preso l’idea dai genitori, che una volta gli avevano consigliato di immaginare la gente come verdure per non sentirsi nervoso.

Il 6 giugno 1997 Sakakibara inviò una lettera al giornale “Kobe Shinbun” in cui affermava di essere il responsabile dell’omicidio e della decapitazione del piccolo Jun. Inoltre annunciò che avrebbe ucciso di nuovo. La polizia notò come lo stile di questo killer ricordava quello dello Zodiac, il killer che terrorizzò San Francisco alla fine degli anni ’60 dello scorso secolo, il quale inviava lettere ai giornali vantandosi dei suoi omicidi e annunciandone altri. In effetti, secondo i suoi amici, il ragazzo era affascinato da quel caso.

La lettera, di tre pagine, era scritta sempre con inchiostro rosso e conteneva il nome Sakakibara Seito, già presente nella nota ritrovata nella testa di Jun. Gli ideogrammi usati per quel nome, presi singolarmente, significano “alcol”, “diavolo”, “rosa”, “santo” e “lotta”.

La lettera

Ora, è l’inizio di un gioco. Sto mettendo a rischio la mia vita per il bene di questo gioco… se mi catturano sarò probabilmente impiccato… la polizia dovrebbe essere più arrabbiata e più zelante nel cercarmi… È solo quando uccido che sono liberato dal costante odio di cui soffro e che sono capace di raggiungere la pace. È solo quando do dolore alla gente che calmo il mio dolore.

La lettera conteneva anche delle critiche al sistema educativo giapponese, che secondo lui dava un’educazione forzata dalla quale egli stesso era stato formato: una persona invisibile. Una televisione locale aveva letto male il suo nome come “Onibara”, “la rosa del Diavolo”, e Sakakibara insistette nel farsi chiamare con il nome che lui aveva deciso: se avessero sbagliato ancora a pronunciarlo, si sarebbe arrabbiato e avrebbe ucciso tre “verdure” alla settimana, mettendo in chiaro che non uccideva solo bambini.

All’inizio i giornalisti pensavano che fosse un uomo istruito sulla trentina, per gli ideogrammi complicati che usava. In realtà erano espressioni comuni nei manga.

Arresto di Sakakibara

Il 28 giugno il ragazzo venne convocato dalla polizia. All’inizio negò, ma quando gli dissero che la sua calligrafia corrispondeva a quella delle lettere scoppiò a piangere e confessò non solo l’omicidio di Jun ma anche quello di Ayaka Yamashita e le aggressioni alle altre bambine. Le armi, tre martelli e un pugnale, furono ritrovate in uno stagno.

Il padre di Ayaka aveva detto di poter riconoscere il colpevole e aveva chiesto alla scuola di Sakakibara di fargli vedere gli studenti, ma la scuola aggirò la richiesta. Ovviamente il caso ebbe un grosso impatto sull’opinione pubblica, che diede la colpa ai film violenti, proprio come nel caso di Tsutomu Miyazaki.

Le visite mediche non trovarono nulla di anomalo nel suo cervello. Gli psichiatri gli diagnosticarono un disturbo della condotta. Era in cura da uno psichiatra infantile già dal 1995 e aveva una lunga storia di violenze sugli animali: ammise di aver ucciso almeno venti gatti. Non mostrò alcun rimorso, dicendo che era colpa di Jun, che aveva accettato di seguirlo.

Cosa è successo dopo

Il 13 ottobre 1997 il tribunale per i minorenni di Kobe lo fece rinchiudere a tempo indeterminato in un istituto medico di rieducazione. Nel 1999 la famiglia di Ayaka ottenne un risarcimento di 80 milioni di yen. I genitori del ragazzo divorziarono e il padre scrisse un libro, donando tutti i guadagni alla famiglia di Ayaka.

In seguito a questo caso, nel 2000, l’età dalla quale si può essere ritenuti penalmente responsabili in Giappone è scesa da 16 a 14 anni.

L’11 marzo 2004, a 21 anni, il ministero della Giustizia annunciò che sarebbe stato rilasciato, e dal 1° gennaio 2005 è tornato completamente libero. La sua identità e il luogo in cui vive sono ancora oggi tenuti segreti.

Nel giugno 2015, a 32 anni, ha pubblicato un’autobiografia intitolata Zekka, in cui diceva di essere pentito ma raccontava gli omicidi nei minimi dettagli. Nonostante la famiglia di Jun avesse cercato di bloccarne l’uscita, il libro è finito in cima alle classifiche, facendogli guadagnare circa 10 milioni di yen.

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Fonti

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