Giorgio William Vizzardelli (1922-1973), il “mostro di Sarzana”, uccise cinque persone tra il 1937 e il 1938, cominciando a 14 anni con il rettore e il portiere del collegio che frequentava. Scoperto grazie a una sostanza appiccicosa sulle chiavi del padre, fu condannato all’ergastolo nel 1940 ed evitò la pena di morte solo perché minorenne. Graziato nel 1968, morì nel 1973.
Giorgio William Vizzardelli, conosciuto anche come il mostro di Sarzana, è stato un serial killer diventato uno dei più giovani ergastolani della storia italiana. Ha ucciso 5 persone a Sarzana, in provincia di La Spezia, cominciando quando aveva appena 14 anni.
Giorgio William Vizzardelli
Giorgio nasce il 23 agosto 1922 a Francavilla al Mare, in Abruzzo, e si trasferisce con la famiglia a Sarzana, dove il padre, Guido, è direttore dell’Ufficio del Registro (che corrisponderebbe all’Agenzia delle Entrate moderna).
Il padre gli impartisce una forte disciplina, così come gliela impartiscono a scuola. Giorgio è uno studente svogliato, che si caccia spesso nei guai, ma è comunque ritenuto un bravo ragazzo. Si racconta che da bambino sia sopravvissuto a un forte terremoto, esperienza che lo avrebbe sconvolto lasciandogli frequenti mal di testa.
Crescendo coltiva due hobby: sparare con la pistola e distillare liquori in casa. Comincia anche a leggere le biografie di Al Capone, che diventa per lui un idolo da imitare.
I primi omicidi
La sera del 4 gennaio 1937, a soli 14 anni, Giorgio entra con il volto coperto e una pistola nello studio del rettore del Collegio delle Missioni di Sarzana, la scuola che frequenta. Il rettore, don Umberto Bernardelli, pensa a una rapina e prende del denaro da un cassetto per consegnarglielo. Giorgio però spara tre colpi, uccidendolo.
Gli spari fanno accorrere due collegiali, che incrociano l’assassino in fuga: lui apre il fuoco anche contro di loro, ferendone uno. Poi si imbatte nel portiere, don Andrea Bruno, che gli intima di fermarsi. Giorgio spara anche a lui. Prima di morire il portiere riesce solo a dire che conosceva l’assassino, ma non ne ricordava il nome.
Più avanti Giorgio confesserà di aver ucciso il rettore per un rimprovero ricevuto qualche settimana prima. Non aveva mai sopportato la disciplina imposta con la violenza, e uccidendo il rettore si era simbolicamente vendicato di tutti i maestri che lo avevano punito.
Dopo gli omicidi torna a casa e si comporta in modo tranquillo, come se nulla fosse accaduto.
La polizia non sospetta minimamente di lui. In paese si mormora sulla condotta morale del rettore, che si dice avesse una passione per le donne, e le indagini seguono quella pista. Così si arriva a un innocente, Vincenzo Montepagani, uno studente universitario assunto come insegnante dal rettore, che lo aveva rimproverato più volte. Ha una corporatura simile a quella descritta dai testimoni e nessun alibi, e viene accusato del duplice omicidio. Dopo diciotto mesi di carcere viene prosciolto grazie ad alcuni testimoni e risarcito dal Duce in persona.
Gli altri omicidi
Un conoscente di Giorgio, Livio Delfini, un barbiere di vent’anni, un giorno gli dice scherzando che forse l’autore degli omicidi è proprio lui. Giorgio nega, ma dal suo comportamento l’amico capisce che è davvero stato lui. Invece di denunciarlo lo ricatta, chiedendogli soldi.
Giorgio allora gli racconta di avere del denaro nascosto in una località poco lontana e gli dà un appuntamento. I due ci arrivano a bordo di un’auto a noleggio con autista. Lì Giorgio uccide il barbiere, per mettere fine al ricatto, e poi anche l’autista, Bruno Veneziani, 35 anni, perché testimone. I corpi vengono ritrovati il 20 agosto 1938.

L’ultimo omicidio avviene a fine dicembre 1938. Giorgio prende di nascosto al padre la chiave della cassaforte dell’Ufficio del Registro e ci entra per rubare dei soldi. Lì però viene scoperto dal guardiano, Giuseppe Bernardini, di 75 anni, e lo uccide a colpi di scure.
La polizia nota che la cassaforte è stata aperta con la chiave, che ha solo il direttore. Vanno subito da Guido Vizzardelli, che consegna le chiavi. Il poliziotto nota su di esse una sostanza appiccicosa, la stessa trovata sull’ascia. Perquisiscono la casa e in cantina trovano delle bottiglie vuote sporche della stessa sostanza: sono quelle che usa Giorgio per distillare i suoi liquori.
All’inizio lui nega tutto, ma ci sono troppi indizi contro di lui:
- la sostanza sulle chiavi e sull’ascia
- il fatto che la sera dell’ultimo omicidio non avesse un alibi
- conosceva il barbiere
- frequentava il collegio dove erano avvenuti i primi due omicidi
L’arresto e la condanna

Dopo poche ore di interrogatorio confessa tutto, gli omicidi e i moventi. I soldi dell’ultimo colpo gli servivano per scappare in America, la terra del suo idolo Al Capone. Quando lo arrestano dice che in Italia i suoi crimini non sono stati capiti e che, se fosse stato in America, sarebbe diventato una celebrità come lui.
Il 23 settembre 1940 viene condannato all’ergastolo, evitando la pena di morte solo perché ancora minorenne. La sentenza è confermata in appello nel gennaio 1941.
Nel 1944 i giornali pubblicano perfino la notizia, del tutto inventata, di una sua evasione, del suo arruolamento nelle Brigate nere e della sua uccisione da parte dei partigiani.
In carcere invece studia diverse lingue e traduce alcune opere letterarie. Il padre farà di tutto per farlo uscire, e il 29 luglio 1968 Giorgio ottiene la grazia dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Va a vivere a Carrara, a casa della sorella, dove si toglie la vita cinque anni dopo, l’11 agosto 1973.
Così finisce uno dei casi di cronaca nera quasi dimenticati, ma che ha contribuito alla storia criminologica italiana.
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