Primo piano di una candela accesa con lo stoppino incandescente

Mary Reeser, la donna cenere di St. Petersburg

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In breve
Il 2 luglio 1951, a St. Petersburg (Florida), la sessantasettenne Mary Hardy Reeser fu trovata ridotta quasi interamente in cenere nella poltrona del suo appartamento, mentre la stanza intorno era rimasta quasi intatta. I giornali la chiamarono «la donna cenere» e il caso divenne il più famoso esempio di presunta combustione umana spontanea. L’FBI concluse per un incidente dovuto all’«effetto stoppino», ma alcune domande non hanno mai trovato una risposta definitiva.

La maniglia scottava. È questo il dettaglio da cui comincia tutto: una mattina d’estate, un pezzo di metallo troppo caldo sotto le dita di una padrona di casa che voleva soltanto consegnare un telegramma.

Erano circa le otto del 2 luglio 1951. Pansy Carpenter si era fermata davanti alla porta della sua inquilina, al numero 1200 di Cherry Street, nel quartiere a nord-est di St. Petersburg, in Florida. Il telegramma era per Mary Hardy Reeser, 67 anni. Quando la donna sentì il calore della maniglia capì che qualcosa non andava e chiese aiuto.

Dentro, quello che trovarono non assomigliava a nessun incendio domestico conosciuto.

Una vedova lontana da casa

Mary Hardy era nata nel 1884 a Columbia, in Pennsylvania, e aveva sposato il medico Richard Reeser. Rimasta vedova, si era trasferita a St. Petersburg per stare vicino al figlio, anche lui medico, e alla sua famiglia. Viveva da sola in un piccolo appartamento in un complesso di bungalow. Chi la conosceva la descriveva come una donna un po’ sola, che soffriva il caldo umido della Florida e sognava di trascorrere l’estate più a nord.

La sera del 1° luglio il figlio passò a trovarla. La trovò già in camicia da notte. Lei gli disse di aver preso due sonniferi e che probabilmente ne avrebbe presi altri due prima di dormire. Lui la salutò e se ne andò dopo pochi minuti. Fu l’ultima persona a vederla viva.

Mary Reeser aveva l’abitudine di fumare. Quella sera, secondo la ricostruzione accettata dagli investigatori, si sedette nella sua poltrona imbottita per un’ultima sigaretta.

Bungalow storico nel quartiere Old Northeast di St. Petersburg, Florida
Un bungalow nel quartiere Old Northeast di St. Petersburg, la zona dove viveva Mary Reeser (l’edificio nella foto non è il suo). Foto: Calmuziclover, CC BY 2.0, Wikimedia Commons

Un cerchio nero sul pavimento

Della poltrona restavano soltanto le molle d’acciaio. Di un tavolino accanto, un paio di gambe carbonizzate. Sul tappeto c’era un cerchio bruciato largo circa un metro, impregnato di una sostanza grassa.

Di Mary Reeser era rimasto pochissimo: una parte del piede sinistro, ancora infilato in una pantofola, frammenti della colonna vertebrale, il cranio. Tutto il resto era cenere. Per questo i giornali dell’epoca la soprannominarono «cinder lady», la donna cenere.

La cosa più sconcertante, però, era la stanza. Le pareti e il soffitto erano anneriti dal fumo, ma solo a partire da circa un metro e venti dal pavimento: sotto quella linea quasi tutto era intatto. Le placche degli interruttori, più in alto, si erano fuse; le prese elettriche vicino al pavimento no. Alcuni oggetti di plastica lontani dal punto dell’incendio si erano ammorbiditi e deformati per il calore. Eppure il fuoco non si era propagato al resto dell’appartamento.

Un corpo umano ridotto quasi completamente in cenere, in una stanza che non era bruciata. Era come se l’incendio avesse avuto un confine preciso, disegnato attorno a una sola persona.

Il cranio «grande come una tazza da tè»

Uno dei dettagli più citati del caso è anche uno dei più discussi. Nei primi resoconti si leggeva che il cranio della donna si era «ristretto fino alle dimensioni di una tazza da tè». L’immagine ha fatto il giro del mondo ed è finita in decine di libri sul paranormale.

La sua origine, però, è incerta. Il riferimento compare in un sommario dei documenti dell’FBI, ma secondo una ricostruzione della stampa locale basata sui rapporti originali non si trova nel rapporto della polizia, e un esperto di incendi che vide la scena contestò quella descrizione. Il motivo è semplice: il fuoco tende a frantumare le ossa del cranio, non a rimpicciolirle in modo uniforme.

Secondo l’emittente locale Bay News 9, tra gli esperti interpellati ci sarebbe stato anche Wilton M. Krogman, antropologo forense dell’Università della Pennsylvania noto come «il dottore delle ossa». Krogman si sarebbe mostrato scettico sulle spiegazioni più semplici, salvo poi ridimensionare in parte i suoi dubbi. I suoi appunti sul caso, però, non sono mai stati ritrovati.

La lettera a J. Edgar Hoover

Il capo della polizia di St. Petersburg, J. R. Reichert, non sapeva da dove cominciare. Il 7 luglio spedì all’FBI una scatola con i reperti: frammenti di vetro trovati tra le ceneri, alcuni piccoli oggetti che sembravano denti, un pezzo di tappeto e la pantofola. Nella lettera indirizzata al direttore J. Edgar Hoover chiedeva in sostanza come fosse possibile che un corpo umano venisse distrutto in quel modo, con un fuoco così circoscritto e danni così limitati all’edificio e ai mobili.

Gli investigatori, intanto, escludevano le ipotesi più ovvie. I fili elettrici furono controllati, il fulmine scartato, una fuga di gas dalla cucina esclusa. Il laboratorio dell’FBI non trovò tracce di benzina, di altri idrocarburi o di sostanze chimiche usate per alimentare un incendio.

La spiegazione dell’FBI: l’«effetto stoppino»

La risposta arrivò alla fine di luglio. Secondo l’FBI, non c’era stato nulla di spontaneo: Mary Reeser si era addormentata, stordita dai sonniferi, con la sigaretta accesa. La brace aveva incendiato la camicia da notte e, da lì, il fuoco aveva trovato un combustibile inatteso, il grasso del suo stesso corpo.

È quello che gli esperti chiamano «effetto stoppino» o «effetto candela». Il meccanismo è lo stesso di una candela, ma rovesciato. I vestiti e l’imbottitura della poltrona funzionano da stoppino; il grasso corporeo, sciogliendosi, li impregna e continua ad alimentare una fiamma bassa e lenta. Una fiamma piccola ma costante, che può bruciare per ore, a temperature altissime nel punto in cui si trova, senza però avere la forza di incendiare una stanza intera. Il calore sale verso l’alto: ecco perché le pareti erano annerite solo sopra una certa altezza.

La nuora di Mary Reeser, intervistata da un quotidiano locale, riassunse la vicenda in poche parole: la sigaretta era caduta in grembo alla suocera e il suo corpo aveva fatto il resto; il pavimento era di cemento e intorno alla poltrona non c’era nulla che potesse bruciare. Anche il figlio, decenni dopo, disse di accettare la conclusione dell’FBI.

Primo piano di una candela accesa con lo stoppino incandescente
Lo stoppino di una candela: secondo l’«effetto candela», i vestiti possono svolgere lo stesso ruolo mentre il grasso corporeo fa da cera. Foto: Kreuzschnabel, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

Il maiale avvolto nella coperta

L’idea dell’«uomo candela» è stata messa alla prova anche in laboratorio. Nel 1998, per un documentario scientifico della BBC, lo scienziato forense John DeHaan avvolse la carcassa di un maiale in una coperta e le diede fuoco. La carcassa continuò a bruciare per ore. Alla fine la parte centrale, la più grassa, era scomparsa, ossa comprese, mentre le zampe, più magre, erano rimaste quasi intatte.

Il risultato ricordava in modo impressionante i resti di molte presunte vittime di combustione spontanea: il tronco consumato, le estremità risparmiate. Anche l’investigatore scettico Joe Nickell, insieme al chimico John F. Fischer, è arrivato a conclusioni simili sul caso Reeser: una sigaretta, abiti infiammabili, i sonniferi, l’imbottitura della poltrona e, forse, le finestre socchiuse che alimentavano la fiamma. E soprattutto il tempo: tra l’ultima volta in cui Mary fu vista viva e la scoperta del corpo passarono circa dodici ore.

Il patologo forense australiano Roger Byard ha descritto queste vittime con un’immagine cruda ma efficace: sono, in sostanza, candele umane. E ha ricordato un punto che pesa più di ogni teoria: nessuno ha mai visto davvero un corpo prendere fuoco da solo.

Da Cesena a Dickens, una vecchia paura

L’idea che un corpo umano possa incendiarsi dall’interno è molto più antica del caso Reeser. Tra i racconti più celebri c’è quello della contessa Cornelia Bandi di Cesena, trovata nel 1731 nella sua stanza ridotta quasi interamente in cenere. Nel Settecento e nell’Ottocento storie simili circolavano in tutta Europa: le vittime erano spesso donne anziane, a volte forti bevitrici, e molti pensavano che l’alcol rendesse il corpo infiammabile. Oggi questa teoria è considerata priva di basi scientifiche.

Il fenomeno conquistò anche la letteratura. In Casa Desolata (1852-1853) Charles Dickens fa morire così uno dei suoi personaggi, il rigattiere Krook: di lui resta solo un mucchio di cenere grassa. Lo scrittore difese la scelta nella prefazione, sostenendo che esistessero casi reali documentati.

La morte di Krook in Casa Desolata di Dickens, illustrazione di Phiz
«The Appointed Time», l’illustrazione di Hablot K. Browne (Phiz) per la morte di Krook in Casa Desolata di Charles Dickens (1852-1853). Pubblico dominio, Wikimedia Commons

La storia, del resto, non è finita nel Novecento. Nel 2010, in Irlanda, un medico legale attribuì alla combustione spontanea la morte di un uomo di 76 anni, Michael Faherty, trovato carbonizzato nella sua casa di Galway accanto al camino acceso, senza tracce di acceleranti. Una conclusione rarissima in un documento ufficiale, che riaccese per qualche settimana il vecchio dibattito.

Che cosa resta del mistero

Se l’effetto stoppino spiega molto, perché il caso di Mary Reeser continua ad affascinare? In parte per la forza delle immagini: la pantofola, le molle della poltrona, il cerchio nero sul tappeto. In parte perché alcuni dettagli, come il cranio rimpicciolito, si sono staccati dai documenti originali e hanno avuto una vita propria. E in parte perché nessuno era lì a vedere che cosa successe davvero in quelle ore di notte.

Mary Reeser fu sepolta in Pennsylvania, nella terra da cui era partita. La beffa più amara è nel telegramma che quella mattina la padrona di casa non riuscì a consegnarle: secondo la ricostruzione della stampa locale, era il messaggio di un’amica che le confermava di averle trovato un posto dove passare l’estate al fresco, lontano dalla Florida.

Oggi la scienza non ha bisogno di fuochi misteriosi per spiegare la sua morte. Ma la scena di quella stanza, con una sola poltrona bruciata in mezzo a mobili intatti, resta una delle più inquietanti mai entrate in un fascicolo dell’FBI.

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