- Chi: Cayetano Santos Godino, detto “el Petiso Orejudo” (Buenos Aires, 31 ottobre 1896 – Ushuaia, 15 novembre 1944).
- Crimini: quattro omicidi di bambini, sette tentati omicidi e sette incendi, tra il 1904 e il 1912.
- Età: aveva tra i 7 e i 16 anni quando commise i crimini.
- Condanna: dichiarato non imputabile, finì in manicomio, poi in carcere a tempo indeterminato e dal 1923 nel penale di Ushuaia, dove morì.
Cayetano Santos Godino, conosciuto anche con il soprannome di “Petiso Orejudo” (il piccoletto dalle orecchie grandi), è stato un serial killer argentino che cominciò a colpire quando era ancora un bambino. È considerato uno dei più giovani assassini seriali della storia.
Infanzia di Cayetano Santos Godino
I suoi genitori, Fiore e Lucia Godino, erano emigrati dall’Italia, precisamente da San Demetrio Corone, in provincia di Cosenza, nel 1888, ma non avevano fatto fortuna e vivevano in povertà nei quartieri di Almagro e Parque Patricios, allora ai margini della città.
Il padre era alcolizzato e violento e aveva contratto la sifilide prima della nascita di Cayetano, che venne al mondo con gravi problemi di salute e nei primi anni rischiò più volte di morire per un’enterite. Il fratello maggiore, Antonio, era epilettico e crebbe diventando un alcolizzato come il padre.
Entrambi sfogavano la loro rabbia su Cayetano, che picchiavano e umiliavano costantemente.
All’età di 5 anni Cayetano cominciò a frequentare varie scuole, ma veniva sempre espulso per la sua mancanza di interesse verso lo studio e per il suo carattere ribelle. Cominciò quindi a vagare per le strade e i terreni abbandonati di Buenos Aires, che sarebbero stati teatro dei suoi crimini.

I primi tentati omicidi
Il primo tentativo di omicidio lo fece alla tenerissima età di 7 anni.
Il 28 settembre 1904 portò con l’inganno il piccolo Miguel Depaola, di quasi due anni, in un terreno abbandonato e lo picchiò, per poi buttarlo su dei rovi. Fortunatamente un poliziotto passando di lì vide la scena e portò entrambi in commissariato, dove le rispettive madri vennero a prenderli.
Il secondo tentativo di omicidio avvenne l’anno successivo, quando aggredì con una pietra una bambina vicina di casa di 18 mesi, Ana Neri. Anche questa volta un poliziotto lo fermò e lo portò in commissariato, ma Cayetano, data la giovane età, venne lasciato libero la sera stessa.
Il primo omicidio
Purtroppo il suo rilascio diede l’occasione a Cayetano di commettere il suo primo omicidio, quello di María Rosa Face, di soli tre anni, il 29 marzo 1906. Secondo la sua confessione, la portò in un terreno abbandonato e, non essendo riuscito a strangolarla, la seppellì in un fosso. Quando la polizia andò sul posto, anni dopo, al suo posto c’era una casa a due piani. Il corpo della bambina non è mai stato ritrovato.
Nonostante questo sia stato il suo primo omicidio, venne scoperto solo quando Cayetano lo confessò dopo il suo arresto. In commissariato, però, era rimasta la denuncia di scomparsa della piccola.
Pochi giorni dopo, il 5 aprile, il padre del Petiso Orejudo lo denunciò per aver ucciso degli uccelli domestici. Aveva trovato in una scarpa del figlio un uccellino morto e, sotto al suo letto, una scatola piena di altri cadaveri di uccellini.
Il verbale, tuttora conservato, recita che Fiore Godino, padre di Cayetano, si presentò al commissariato per denunciare il figlio in quanto totalmente ribelle all’autorità paterna. Affermò che il figlio dava fastidio ai vicini, tirando loro oggetti e ingiuriandoli, e chiese aiuto alla polizia.
Dopo questa denuncia Cayetano venne rinchiuso per poco più di due mesi. Quando venne liberato tornò a vagabondare per le strade.
Gli altri tentati omicidi e il riformatorio
Il 9 settembre 1908 tentò di uccidere Severino González Caló, di due anni. Lo portò in una cantina e cercò di affogarlo in un abbeveratoio per cavalli, coprendolo poi con un’asse di legno. Fortunatamente arrivò il proprietario, che salvò il piccolo, ma Cayetano affermò di non avere colpa e dichiarò che a portare lì il bambino fosse stata una “signora vestita di nero”. Venne portato alla polizia e riconsegnato ai genitori il giorno dopo.
Sei giorni più tardi bruciò con una sigaretta le palpebre di Julio Botte, un bimbo di 22 mesi. La madre della vittima lo vide, ma Cayetano riuscì a fuggire.
Il 6 dicembre i genitori, stanchi del suo comportamento, lo consegnarono di nuovo alla polizia, che lo mandò nella colonia per minori di Marcos Paz, dove rimase tre anni. Lì imparò un poco a leggere e a scrivere, ma il riformatorio, invece di cambiarlo, lo indurì.
Il 23 dicembre 1911, su richiesta dei genitori, venne liberato e tornò a casa con loro. Gli avevano trovato lavoro in una fabbrica, sperando così che si calmasse; purtroppo però il ragazzo perse il lavoro tre mesi più tardi e ricominciò a vagabondare per le strade e a bere. Cominciò a soffrire di forti mal di testa che, raccontò poi, si trasformavano in voglia di uccidere, soprattutto dopo aver bevuto.
Il 1912
Il 1912 fu l’anno peggiore. Il 17 gennaio diede fuoco a una cantina di calle Corrientes: l’incendio impiegò quattro ore per essere domato. Il 26 gennaio venne ritrovato, in una casa sfitta, il corpo di Arturo Laurora, un ragazzo di 13 anni, con un pezzo di corda stretto attorno al collo. Cayetano avrebbe poi confessato anche questo omicidio.
Il 7 marzo diede fuoco ai vestiti di Reyna Bonita Vainicoff, una bambina di cinque anni, che morì all’Ospedale dei Bambini dopo sedici giorni di agonia.
Nei mesi successivi appiccò altri incendi, uccise una cavalla a coltellate e tentò di uccidere altri tre bambini, Roberto Russo, Carmen Ghittone e Catalina Naulener, che furono salvati dall’intervento di passanti o di un vigilante. Ogni volta, per mancanza di prove o grazie alle sue bugie, riuscì a tornare libero.
L’ultimo omicidio e l’arresto
Il suo ultimo crimine, il meglio documentato, è l’omicidio di Gesualdo Giordano, di soli tre anni, il 3 dicembre 1912.
Il Petiso Orejudo lo aveva convinto a seguirlo con la promessa di caramelle, poi lo aveva portato in una tenuta abbandonata, la Quinta Moreno, dove cercò di strangolarlo con la cordicella che usava come cintura. Non riuscendovi, uscì a cercare qualcos’altro con cui finirlo.
Fuori incontrò il padre di Gesualdo, che gli chiese se avesse visto suo figlio. Cayetano negò e gli consigliò di fare denuncia alla polizia.
Poi tornò dentro con un vecchio chiodo di 10 centimetri, lo conficcò con una pietra nella tempia del bambino e scappò a casa.
Il corpo venne ritrovato lo stesso giorno e Cayetano andò alla veglia funebre del piccolo, ma dopo aver visto la salma scappò piangendo. Come confessò in seguito, voleva vedere se il chiodo fosse ancora lì.
Il vicecommissario Peire e l’ispettore Ricardo Bassetti avevano già collegato questo caso ai precedenti, e all’alba del 4 dicembre perquisirono la casa dei Godino e lo arrestarono. In tasca gli vennero ritrovati un ritaglio di giornale sull’omicidio e, nei pantaloni, un pezzo della corda usata per uccidere Gesualdo.
La condanna
Dopo il suo arresto confessò quattro omicidi e numerosi tentati omicidi. I medici che lo visitarono lo descrissero come un “imbecille” e un “degenerato ereditario”, estremamente pericoloso per chi gli stava intorno. Nel novembre 1914 il giudice lo dichiarò non imputabile e lo fece rinchiudere nell’ospizio delle Mercedes, nel padiglione dei malati di mente criminali.
Lì aggredì due pazienti, uno costretto a letto e l’altro su una sedia a rotelle, e cercò di fuggire. In appello la Corte stabilì all’unanimità che venisse rinchiuso in un penitenziario a tempo indeterminato, e così finì nella Penitenciaría Nacional di Buenos Aires.

Il penale alla fine del mondo
Nel 1923 venne trasferito nel penale di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, conosciuto come “il carcere della fine del mondo”. Nel 1927 i medici del penale, convinti dalle teorie di Lombroso che la sua malvagità dipendesse dalle orecchie, gli fecero perfino un intervento di chirurgia estetica per rimpicciolirle. Ovviamente non servì a nulla.
Nel 1936 chiese di essere liberato, ma la richiesta venne respinta. Nel 1933, secondo una delle poche testimonianze sulla sua vita in carcere, aveva ucciso il gatto mascotte del penale gettandolo nel fuoco, e gli altri detenuti lo picchiarono così forte che rimase in ospedale per più di venti giorni.
Passò i suoi ultimi anni da solo, senza amici, senza visite e senza lettere, spesso maltrattato e abusato dagli altri carcerati, e morì senza mai mostrare rimorso.
Le circostanze della sua morte, il 15 novembre 1944, non sono chiare: secondo la versione ufficiale morì per un’emorragia interna causata da un’ulcera, ma c’è chi sostiene che sia stato picchiato a morte dagli altri carcerati. Il penale venne chiuso nel 1947, e quando il cimitero fu smantellato le sue ossa risultarono trafugate.

Oggi l’ex penale è un museo, e tra le sue celle c’è anche una statua a grandezza naturale del Petiso Orejudo. La sua storia ha ispirato anche il film spagnolo “El niño de barro” del 2007.
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