La maledizione del diamante Hope

Posted by

Il diamante Hope è famoso non solo per essere appartenuto a re e regine, ma anche per la terribile maledizione che, secondo la leggenda, colpirebbe chiunque lo possieda: morti violente, follia, suicidi, rovine finanziarie. Ma quanto c’è di vero?

In breve
Il diamante Hope è un diamante blu di 45,52 carati, estratto nel Seicento dalla miniera di Kollur, in India. Comprato da Jean-Baptiste Tavernier nel 1666, appartenne ai re di Francia, fu rubato nel 1792 e ricomparve a Londra, dove prese il nome dalla famiglia Hope. Dal 1958 è esposto allo Smithsonian di Washington. La sua “maledizione” fu in gran parte inventata dai giornali e dai gioiellieri all’inizio del Novecento.

Dall’India alla Francia

Il diamante blu di Tavernier
Il diamante blu in un disegno dello stesso Tavernier. Disegno di Jean-Baptiste Tavernier, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La storia documentata del diamante comincia nel 1666, quando il mercante francese Jean-Baptiste Tavernier lo acquistò in India, grezzo. Probabilmente veniva dalla miniera di Kollur, nell’odierno Andhra Pradesh, che faceva parte del regno di Golconda. Pesava oltre 115 carati. Nel 1668 Tavernier lo vendette al re di Francia Luigi XIV insieme a centinaia di altri diamanti.

Secondo la leggenda, però, Tavernier non lo comprò affatto: lo strappò dall’occhio di una statua della dea Sita in un tempio indiano, e i sacerdoti lanciarono una maledizione su chiunque lo avesse posseduto. Si raccontava anche che Tavernier fosse finito sbranato dai lupi, o dai cani selvatici a Costantinopoli. In realtà Tavernier morì a Mosca per cause naturali, a 84 anni.

Nel 1678 Luigi XIV fece tagliare la pietra dal gioielliere di corte Jean Pitau, ottenendo un diamante di circa 67 carati che negli inventari reali venne chiamato “il diamante blu della Corona di Francia”. Gli storici di lingua inglese lo chiamano semplicemente il “French Blue”. Luigi XV lo fece poi incastonare in un sontuoso gioiello dell’Ordine del Toson d’oro.

Alla pietra vennero attribuite anche le disgrazie di molti personaggi della corte: la caduta in disgrazia della marchesa di Montespan, amante di Luigi XIV, e del ministro delle finanze Nicolas Fouquet, la ghigliottina per Luigi XVI e Maria Antonietta, la morte atroce della principessa di Lamballe durante la Rivoluzione. Ma di nessuno di loro è documentato un legame diretto con il diamante.

Il furto e la ricomparsa

Il diamante Hope
Il diamante Hope.

Nel settembre 1792, in piena Rivoluzione francese, i gioielli della Corona furono rubati dal Garde-Meuble, il deposito reale di Parigi. Il diamante blu sparì. Fu tagliato di nuovo da sconosciuti, probabilmente per renderlo irriconoscibile, e riapparve a Londra: nel 1812 compariva nei registri del mercante di diamanti Daniel Eliason. Nel 2007 un calco in piombo del French Blue ritrovato nel Museo di storia naturale di Parigi, con un’etichetta che lo collegava a “Mr. Hope di Londra”, ha aiutato a ricostruire quegli anni misteriosi. E nel 2005 uno studio dello Smithsonian ha confermato che il diamante Hope è stato ricavato proprio dal French Blue.

La pietra entrò nella collezione del banchiere Henry Philip Hope e comparve in un catalogo della famiglia nel 1839: da allora porta il loro nome. Passò poi a Lord Francis Hope, che nel 1894 sposò la cantante americana May Yohé. Il matrimonio finì male, e Lord Francis, con molti debiti, ottenne il permesso di vendere il diamante nel 1901. Negli anni seguenti May Yohé cercò di sfruttare la storia del diamante per rilanciare la sua carriera, attribuendogli le sue disgrazie e finanziando persino un film, The Mystery of the Hope Diamond, che aggiunse alla leggenda nuovi personaggi inventati.

Le vittime inventate

È all’inizio del Novecento che la maledizione esplode davvero, grazie ai giornali. Nel 1908 il Washington Post titolò che il diamante aveva portato guai a tutti i suoi proprietari, e nel 1911 il New York Times pubblicò un lungo elenco di vittime. Ci sono i nomi che si ritrovano ancora oggi in tanti siti: il gioielliere Jacques Colot, che sarebbe impazzito e si sarebbe tolto la vita; il principe russo Kanitovski, che avrebbe ucciso la sua amante, l’attrice Lorens Ladue, e sarebbe stato poi pugnalato dai rivoluzionari; il gioielliere greco Simon Montharides, precipitato in un burrone con la moglie e il figlio; il diamantaio Wilhelm Fals, derubato dal figlio Hendrik, che poi si sarebbe ucciso.

Il problema è che quasi nessuno di questi personaggi è mai esistito, o quanto meno non ha mai avuto a che fare con il diamante. Colot era davvero un mercante di diamanti francese dell’epoca, ma non risulta nessun suo legame con la pietra. Anche il sultano ottomano Abdul Hamid II, che avrebbe perso il trono per colpa del diamante, forse non lo possedette mai: il catalogo dell’asta in cui fu venduto nel 1909 specificava anzi che era una delle due gemme della collezione mai appartenute al sultano.

Secondo molti storici l’idea del gioiello maledetto strappato a un idolo fu ispirata dal romanzo La pietra di luna di Wilkie Collins, del 1868. E c’è chi sospetta che sia stato lo stesso gioielliere Pierre Cartier ad arricchire la storia di dettagli macabri per convincere la sua ricca cliente americana a comprarlo.

Evalyn Walsh McLean

Il diamante Hope allo Smithsonian
Il diamante Hope esposto allo Smithsonian nel 1974. Smithsonian Institution Archives, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La cliente era Evalyn Walsh McLean, ereditiera di una famiglia di minatori e moglie dell’editore del Washington Post, Edward McLean. Comprò il diamante da Cartier nel 1911 e lo indossava continuamente, alle feste e nelle occasioni mondane: si racconta che a volte lo mettesse persino al collo del suo alano, Mike. Lei, però, alla maledizione credeva poco, e anzi aggiunse alla storia qualche dettaglio di sua invenzione, come l’idea che il diamante fosse appartenuto a Caterina la Grande.

Eppure la sua vita fu segnata da molte tragedie. Il figlio Vinson morì bambino, investito da un’auto; il marito, alcolizzato, finì i suoi giorni in un ospedale psichiatrico; la figlia morì giovane nel 1946 per un’overdose. Evalyn morì nel 1947, a 60 anni, e per pagare i suoi debiti i gioielli furono venduti.

Il diamante oggi

Nel 1949 il diamante fu comprato dal gioielliere newyorkese Harry Winston, che non credeva alle maledizioni. Il 10 novembre 1958 lo donò allo Smithsonian di Washington spedendolo semplicemente per posta, in una scatola avvolta nella carta da pacchi, come raccomandata assicurata per un milione di dollari. Winston morì nel 1978, di infarto, molti anni dopo.

Oggi il diamante Hope è il gioiello più visitato del National Museum of Natural History di Washington. Ha anche una caratteristica che ha forse contribuito alla sua fama sinistra: sotto la luce ultravioletta brilla di un intenso colore rosso, e continua a farlo per qualche tempo anche dopo che la luce è stata spenta, a causa del boro contenuto nella pietra, lo stesso elemento che gli dà il suo colore blu. Da quando appartiene allo Smithsonian, dicono al museo, gli ha portato solo fortuna.

🦋 Emadion vive grazie a chi lo legge. Se questa storia ti ha tenuto sveglio, offrimi un caffè: mi aiuta a portarti il prossimo incubo.

☕ Sostieni Emadion su Ko-fi

Fonti

📍Questa storia è sulla Mappa del misteroScopri dove è successo e quali altri misteri si nascondono lì vicino.Vedi sulla mappa →

One comment

  1. Nonostante tutte le storie che girano su questo gioiello non riesco a fare a meno di pensare che questo diamante sia bellissimo!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *