Il mistero del passo Dyatlov – alieni coinvolti?

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In breve

  • Quando: la notte tra l’1 e il 2 febbraio 1959.
  • Dove: sul versante orientale del monte Cholat Sjachl, negli Urali settentrionali, a circa 1,7 km dal passo che oggi porta il nome di Igor’ Dyatlov.
  • Vittime: nove escursionisti esperti, quasi tutti studenti e laureati del Politecnico degli Urali.
  • Cause di morte: sei per ipotermia, tre per gravi traumi.
  • Versione ufficiale (2020): una valanga a lastroni avrebbe costretto il gruppo a fuggire dalla tenda di notte, con il buio e la tormenta.

Sebbene l’incidente del passo Dyatlov sia accaduto la notte del 2 febbraio 1959, e se ne sia molto discusso per la sua particolarità, io l’ho scoperto pochissimo tempo fa. E ne sono rimasta affascinata.

Il mistero

Tutto comincia con la spedizione di 9 escursionisti ritrovati morti sul versante di un monte nella parte settentrionale degli Urali, il Cholat Sjachl, che nella lingua dei Mansi, il popolo indigeno della zona, significa “montagna morta”. Il passo vicino venne poi chiamato “Passo Dyatlov”, dal nome del capo della spedizione.

I nove escursionisti sono stati ritrovati a centinaia di metri dalla loro tenda, alcuni in biancheria intima, scalzi, in calzini o con una sola scarpa, senza vestiti adatti a temperature che quella notte arrivarono intorno ai -30 °C, con vento fortissimo, né oggetti di sopravvivenza.

Il mistero nasce, oltre che per la strana ubicazione dei cadaveri, dal fatto che in quel periodo molte persone dichiararono di avere avvistato strane sfere luminose arancioni nel cielo, dal ritrovamento di tracce radioattive sui vestiti di una delle vittime e dalla colorazione brunastra che, secondo un testimone, avevano i cadaveri durante il funerale.

Mappa del passo Dyatlov
Mappa dell’area dell’incidente, con la posizione della tenda, del cedro e del burrone dove furono trovati i corpi. Foto Merikanto, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La spedizione

Dieci giovani, otto uomini e due donne, quasi tutti studenti o laureati del Politecnico degli Urali di Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), avevano organizzato questa spedizione con gli sci di fondo per raggiungere il monte Otorten, una decina di chilometri più a nord. Il capo era Igor’ Dyatlov, studente di radiotecnica di 23 anni. Tutti erano escursionisti esperti e, al ritorno, avrebbero ottenuto il terzo grado, il più alto dell’epoca in Unione Sovietica. Il percorso, di circa 300 km, era classificato come il più difficile, e febbraio è il periodo peggiore per affrontarlo.

Dai diari e dalle macchine fotografiche ritrovati è possibile ricostruire le tappe del viaggio fino al giorno prima dell’incidente: il 25 gennaio raggiunsero in treno la cittadina di Ivdel’, il 26 arrivarono in camion a Vižaj, l’ultimo centro abitato, e il 27 gennaio si misero in marcia.

Il giorno dopo uno dei componenti, Jurij Judin, si sentì male per forti dolori alle ginocchia e alle articolazioni e abbandonò la spedizione, salvandosi inconsapevolmente la vita. Fu l’unico sopravvissuto, e per tutta la vita cercò di capire cosa fosse successo ai suoi amici. È morto nel 2013.

Il 31 gennaio raggiunsero il limite di un altopiano e lasciarono del cibo e dell’attrezzatura in un deposito nel bosco per il viaggio di ritorno, e il giorno dopo cominciarono a percorrere il passo.

Inizialmente avevano pensato di valicare il passo e accamparsi dall’altro lato, ma le condizioni meteorologiche peggiorarono, con una tormenta di neve che fece loro perdere l’orientamento, spingendoli verso ovest, verso la cima del Cholat Sjachl.

Quando capirono di essere sulla via sbagliata decisero di accamparsi sul pendio, invece di scendere di un chilometro e mezzo fino al bosco, dove sarebbero stati più riparati. Da quel momento nessuno sa con certezza cosa sia successo loro.

Le prime ricerche

Dyatlov_Pass_incident_01

Dyatlov aveva promesso di mandare un telegramma alla loro associazione sportiva al ritorno a Vižaj, al più tardi il 12 febbraio. Ritardi di qualche giorno erano normali e all’inizio nessuno si preoccupò, ma il 20 febbraio, su pressione delle famiglie, partirono le ricerche: prima studenti e professori volontari, poi esercito, polizia, aerei ed elicotteri.

La tenda fu ritrovata il 26 febbraio, mezza crollata e coperta di neve. Dentro c’erano ancora tutti gli effetti personali e le scarpe. Gli investigatori stabilirono che era stata tagliata dall’interno. Da lì partivano le impronte di nove persone in calzini, con una sola scarpa o addirittura a piedi nudi, che scendevano verso il bosco, a circa un chilometro e mezzo.

La tenda del gruppo Dyatlov
La tenda del gruppo Dyatlov come la trovarono i soccorritori il 26 febbraio 1959. Foto investigatori sovietici, 1959, Public domain, via Wikimedia Commons

Al limite del bosco, sotto un grande cedro siberiano, vennero ritrovati i resti di un piccolo fuoco e i primi due cadaveri, quelli di Jurij Krivoniščenko e Jurij Dorošenko, scalzi e in biancheria intima. I rami del cedro erano spezzati fino a cinque metri d’altezza, come se uno di loro fosse salito per cercare di vedere la tenda.

Altri tre corpi, quelli di Igor’ Dyatlov, Zinaida Kolmogorova e Rustem Slobodin, furono ritrovati fra il cedro e l’accampamento, in posizioni che fanno pensare che stessero cercando di ritornare alla tenda.

Gli altri 4 corpi non vennero ritrovati che il 4 maggio, sotto quattro metri di neve, in un burrone a circa 75 metri dal cedro, sul fondo di un ruscello: erano quelli di Ljudmila Dubinina, Semën Zolotarëv, Aleksandr Kolevatov e Nikolaj Thibeaux-Brignolle. Erano vestiti meglio degli altri, e alcuni indossavano i vestiti dei compagni morti prima: Ljudmila aveva i pantaloni bruciati e strappati di Krivoniščenko e un piede avvolto in un pezzo di giacca.

Le autopsie

I primi cinque erano morti di ipotermia. Slobodin aveva una piccola frattura al cranio, ritenuta non mortale. Le autopsie dei quattro corpi trovati a maggio cambiarono però tutto.

Thibeaux-Brignolle aveva gravissime lesioni al cranio, mentre Dubinina e Zolotarëv avevano la cassa toracica pesantemente fratturata. Il medico legale Boris Vozroždennyj disse che tali lesioni erano paragonabili a quelle provocate dall’impatto di un incidente stradale, ma non era presente nessuna ferita esterna, come se i corpi fossero stati schiacciati da una pressione enorme.

Tutti e quattro avevano anche danni ai tessuti molli della testa e del viso. A Ljudmila Dubinina mancavano la lingua, gli occhi, parte delle labbra e dei tessuti del viso e un frammento di osso cranico; a Zolotarëv mancavano gli occhi, a Kolevatov le sopracciglia. Secondo il medico legale queste lesioni erano avvenute dopo la morte, perché i corpi erano rimasti per mesi nell’acqua corrente del ruscello.

La polizia cominciò a investigare e vennero stabiliti i seguenti elementi:

  • la tenda era stata lacerata dall’interno e tutti erano usciti di loro volontà, a piedi, ma senza i vestiti adatti e le attrezzature per poter sopravvivere;
  • le vittime erano morte tra le sei e le otto ore dopo l’ultimo pasto, e non vi era nessuna traccia di altre persone nelle vicinanze;
  • inoltre, alcuni vestiti di una vittima presentavano tracce di contaminazione radioattiva.

All’inizio si sospettò dei Mansi, che allevavano renne nella zona, ma attorno alla tenda c’erano solo le impronte degli escursionisti e nessun segno di lotta. Secondo il medico legale, inoltre, le lesioni mortali non potevano essere state causate da esseri umani. L’inchiesta si chiuse nel maggio 1959 concludendo che i ragazzi erano morti a causa di una “forza naturale irresistibile”, e i fascicoli finirono in un archivio segreto.

Questi elementi, in aggiunta alle testimonianze di luci provenienti dalla zona, hanno spinto la gente a formulare varie teorie, fra cui l’ipotesi UFO. Un altro gruppo di escursionisti, una cinquantina di chilometri più a sud, raccontò di aver visto quella notte strane sfere arancioni nel cielo verso nord, e sfere simili vennero avvistate nella zona di Ivdel’ per tutto febbraio e marzo 1959, anche da militari e dal servizio meteorologico. Queste testimonianze però non entrarono nell’inchiesta e saltarono fuori solo anni dopo.

Ipotesi

Per decenni nessuno ha saputo dare una spiegazione certa: qualcuno parla di una slavina, altri di UFO o forze soprannaturali.

Un altro dato scoperto dopo l’incidente è stato che in quella zona l’esercito sovietico stava facendo alcuni esperimenti, tra cui test di mine a paracadute, che esplodono in aria e provocano gravi lesioni interne con pochi segni esterni. Possono essere stati questi a spaventare gli escursionisti?

In questi esperimenti erano coinvolti UFO o alieni? Qualcosa ha spaventato 9 escursionisti esperti tanto da spingerli a tagliare la loro tenda dall’interno e scappare quasi nudi, di notte, a -30 gradi, senza attrezzature.

Perché hanno dovuto tagliare la tenda? Perché non usare l’entrata? Era forse bloccata da qualcosa o da qualcuno? E perché alcuni erano in biancheria intima?

Qualsiasi escursionista (esperto e non) sa perfettamente che uscire senza adeguate protezioni, a meno 30 gradi e per di più di notte con scarsa visibilità, equivale alla morte. Che cosa ha terrorizzato tanto questi 9 giovani?

La valanga

La risposta ufficiale arriva sessant’anni dopo. Nel 2019, su richiesta delle famiglie, le autorità russe hanno riaperto il caso e l’11 luglio 2020 il procuratore Andrej Kurjakov ha annunciato la conclusione: una valanga. Gli investigatori hanno ricostruito che quella notte c’era una tormenta con vento fino a 100 km/h e temperature vicine ai -40 °C, condizioni che chi arrivò sul posto tre settimane dopo, col bel tempo, non poteva immaginare.

Scavando nella neve la piazzola per la tenda, i ragazzi avrebbero indebolito il manto nevoso sopra di loro. Durante la notte una lastra di neve, appesantita dalla neve fresca, avrebbe cominciato a scivolare lentamente premendo sulla tenda a partire dall’entrata. Con l’ingresso bloccato e il terrore di essere sepolti vivi, i ragazzi avrebbero tagliato la tela e sarebbero scesi verso il bosco, in cerca di riparo, con quello che avevano addosso.

“È stata una lotta eroica. Non c’è stato panico, ma non avevano alcuna possibilità di salvarsi in quelle circostanze”, ha detto Kurjakov. Secondo questa ricostruzione, tutto quello che fecero dopo era da manuale: si allontanarono dalla zona a rischio, si ripararono nel bosco, accesero un fuoco e scavarono una tana nella neve. I quattro trovati a maggio sarebbero caduti in una cavità nella neve sopra il ruscello, riportando le fratture.

Nel 2021 i ricercatori svizzeri Johan Gaume dell’EPFL e Alexander Puzrin dell’ETH di Zurigo hanno pubblicato su Communications Earth & Environment una simulazione al computer che mostra come anche una piccola lastra di neve su un pendio di 28 gradi possa danneggiare la tenda e provocare lesioni come quelle subite dal gruppo.

Non tutti però sono convinti. Sul posto non furono trovati segni evidenti di una valanga, i primi corpi erano coperti solo da un sottile strato di neve, e in più di cento spedizioni successive nessuno ha mai segnalato condizioni da valanga in quel punto. Le impronte, inoltre, sembrano quelle di persone che camminano a passo normale, non di chi scappa nel panico.

Le altre ipotesi

Nel 2019 una spedizione russo-svedese ha proposto un violento vento catabatico, una corrente d’aria fredda che scende a valle con forza improvvisa, simile a quello che nel 1978 uccise otto escursionisti sul monte Anaris, in Svezia. Lo scrittore Donnie Eichar, nel libro “Dead Mountain” del 2013, ha ipotizzato invece che il vento attorno alla cima abbia prodotto infrasuoni capaci di provocare attacchi di panico.

Un elemento anomalo che ha catturato maggiormente l’attenzione degli studiosi è stata la presenza di tracce radioattive sui vestiti. Come potevano essersi contaminati? Uno di loro aveva lavorato in un impianto nucleare, è vero, ed è possibile che alcuni suoi vestiti fossero contaminati. Chi sostiene l’ipotesi di test con armi radiologiche fa notare però che una contaminazione del genere avrebbe colpito tutti, non solo alcuni vestiti di una persona.

E il colorito brunastro dei cadaveri? Un colore della pelle che va dal marrone all’arancione è in realtà tipico di chi muore per il freddo estremo.

Forse sono stati avvelenati da qualche sostanza che ha provocato loro allucinazioni, ma non è stato rilevato niente durante l’autopsia.

L’assenza della lingua, che ha fatto nascere le teorie più macabre, si spiega con la permanenza del corpo per mesi in un ruscello, dove l’acqua e gli animali necrofagi attaccano per primi proprio i tessuti molli del viso.

O forse, ricollegando tutti i punti, potrebbe essere stata prelevata volontariamente da qualcuno? Ma da chi? Non sono state trovate tracce di esseri umani nei dintorni. Potrebbe trattarsi invece di esseri non umani?

Il monumento al gruppo Dyatlov
Il monumento al gruppo Dyatlov nel cimitero Michajlovskoe di Ekaterinburg, dove riposa gran parte dei ragazzi. Foto Dmitrij Nikišin, Public domain, via Wikimedia Commons

Quel che è certo è che qualcosa ha spaventato a morte i 9 giovani, una valanga, il vento o qualcosa di più oscuro, portandoli a fuggire nella notte verso una fine terribile. Oggi sul posto c’è una lapide in loro memoria, e a Ekaterinburg la Fondazione Dyatlov continua a cercare risposte.

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Fonti

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