Uno speleosub con le bombole laterali in un passaggio stretto di una grotta sommersa

L’ultima immersione di Rob Parker nel Four Sharks Blue Hole

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In breve
Il 17 agosto 1997 il grande speleosub inglese Rob Parker entrò nel Four Sharks Blue Hole, al largo di South Andros, alle Bahamas, insieme al compagno Dan Malone. Voleva esplorare una spaccatura che nessuno aveva mai mappato. Malone riuscì a tornare in superficie. Parker no.

Visto dalla barca, sembra solo una macchia. Il turchese della barriera corallina, a un tratto, diventa blu scuro, quasi nero, come se qualcuno avesse versato l’inchiostro in mare. Gli abitanti di Andros, la più grande isola delle Bahamas, conoscono bene queste aperture: le chiamano blue holes, buchi blu, e per generazioni hanno raccontato che lì sotto vive la Lusca, una creatura metà squalo e metà piovra che trascina sul fondo chi si avvicina troppo.

La leggenda ha una spiegazione molto concreta. Molti blue holes di Andros “respirano” con la marea: per ore aspirano acqua, creando vortici in superficie, poi la soffiano fuori con forza. Chi si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato può davvero essere risucchiato.

Uno di questi buchi si trova a circa cinque chilometri a nord-ovest di Dolly Cays, al largo di South Andros. Si chiama Four Sharks Blue Hole, e nell’agosto del 1997 si è preso la vita di uno dei migliori speleosub del mondo.

Il Guardian Blue Hole sull'isola di Andros, alle Bahamas
Il Guardian Blue Hole, uno dei tanti blue holes dell’isola di Andros. Foto di R Pollack, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Che cosa c’è sotto il Four Sharks Blue Hole

L’ingresso è un bacino profondo una decina di metri. Scendendo si entra in una grande caverna: circa 70 metri di lunghezza, 20 di larghezza e fino a 60 di profondità. In fondo alla caverna, a 40 metri, una stretta fenditura nella roccia porta in una spaccatura, una “rift”, che scende ancora più giù. Nel 1997 quella parte non era ancora stata mappata.

Un posto così, per uno speleosub, è insieme un invito e una minaccia: buio totale, passaggi larghi poco più delle spalle, correnti di marea e profondità a cui l’aria che respiri comincia a giocarti brutti scherzi.

Rob Parker, l’uomo che andava oltre

Rob Parker aveva 35 anni, veniva da Bristol ed era considerato uno dei migliori speleosub al mondo. Era anche un ottimo arrampicatore: nel 1992 un fotografo lo immortalò mentre scalava le pareti di una ex chiesa di Bristol trasformata in palestra di arrampicata.

In Inghilterra il suo nome era legato soprattutto a Wookey Hole, nel Somerset, una delle grotte allagate più famose del Regno Unito. A metà degli anni Ottanta Parker si spinse fin quasi a 70 metri di profondità, stabilendo un record britannico, e si fermò solo davanti a una frana di massi che bloccava il passaggio. Ci vollero quasi vent’anni perché altri sub riuscissero ad andare oltre quel punto.

Aveva esplorato grotte in Messico e conosceva bene i blue holes delle Bahamas. Chi si immergeva con lui lo descriveva come un atleta, competitivo, con uno spirito da pioniere. Il necrologio che gli dedicò la rivista britannica Descent si intitolava “The Man with the Edge”, l’uomo che stava sul filo.

Un viaggio per ricordare un amico

Il 1997 era già stato un anno nero. A maggio era morto nel Mar Rosso Rob Palmer, amico di Parker e grande esploratore dei blue holes di Andros. Ad agosto un gruppo di sub tornò alle Bahamas per girare un documentario sui blue holes in suo onore. Con loro c’era anche Stephanie Schwabe, la vedova di Palmer.

Parker non era lì solo per ricordare l’amico. Voleva esplorare la parte sconosciuta del Four Sharks Blue Hole, quella oltre la fenditura. Secondo la ricostruzione dell’incidente, temeva che la troupe del documentario gli avrebbe impedito un’immersione così rischiosa, e decise di farla prima che arrivassero.

17 agosto 1997

Il 17 agosto Parker scese nel Four Sharks Blue Hole insieme al compagno d’immersione Dan Malone. Due sub di supporto, Tom Iliffe e Gene Flipse, rimasero ad aspettarli nella caverna principale.

Entrambi avevano due bombole: una di trimix, una miscela con elio che riduce l’effetto “ubriacante” dell’azoto in profondità, e una di aria normale. Il piano prevedeva di passare all’aria a 67 metri e di scendere fino a circa 76. Lungo il percorso c’era una strozzatura, a 50 metri, larga appena 60 centimetri.

Passare all’aria a quelle profondità è una scelta che oggi farebbe rabbrividire molti istruttori. Più si scende, più l’azoto agisce sul cervello come un alcolico: è la narcosi d’azoto, che i sub chiamano “ebbrezza degli abissi”. Rallenta i riflessi, confonde, fa sbagliare le cose più semplici.

I due arrivarono alla fine della sagola, la corda guida che segna il percorso, e dopo una ventina di minuti cominciarono a risalire. Fu allora che Malone si accorse che qualcosa non andava. A circa 55 metri Parker aveva perso conoscenza e stava affondando nel buio.

La corsa nel buio

Malone si lanciò dietro di lui. Lo afferrò per una caviglia, poi per il giubbotto equilibratore, e cominciò a trainarlo verso la sagola scalciando con tutta la forza che aveva. Nella lotta perse entrambe le pinne. Era arrivato a circa 70 metri di profondità.

Come se non bastasse, uno dei suoi erogatori di trimix si guastò. Continuò con l’altro, senza dire niente a Parker, e quando finì il trimix dovette passare all’aria a 76 metri, più in basso del previsto.

Poi, quasi incredibilmente, Parker si riprese. Riaprì gli occhi vicino alla sagola e ricominciò a nuotare da solo. Per un momento sembrò che il peggio fosse passato.

Arrivati alla strozzatura, i due presero strade diverse: Parker passò sopra la sagola, Malone sotto. L’ultima volta che Malone vide il suo compagno, Parker era dentro il passaggio e sembrava faticare per attraversarlo.

Malone non poteva fare altro. Aveva ancora pochissima aria, circa 300 psi, una riserva minima. Attese circa cinque minuti, poi andò ad avvisare i sub di supporto e cominciò a risalire, usando una bombola di decompressione lasciata a 37 metri. Per tornare in superficie in sicurezza dovette restare in acqua più di tre ore.

Rob Parker non riemerse.

Il recupero

Il giorno dopo, il 18 agosto, Dan Malone tornò giù insieme a Stephanie Schwabe e a Brian Kakuk, un sub americano esperto nel recupero di corpi nelle grotte. Trovarono Rob a 45 metri, a testa in giù, incastrato in una fessura verticale larga tra i 60 e i 75 centimetri, rivolto verso l’interno della grotta.

Il sub Brian Kakuk che riavvolge la sagola durante un'immersione
Brian Kakuk, il sub che recuperò il corpo di Rob Parker, durante una spedizione alle Bermuda nel 2011. Foto di Jill Heinerth, NOAA-OER, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Non potevano portarlo fuori subito. Il blue hole “respira”, e il recupero andava calcolato sulle maree. Il 19 agosto Kakuk, Malone, Schwabe e Iliffe tornarono e riuscirono a liberarlo, togliendogli l’attrezzatura per farlo passare dalla fessura. Lo trasportarono per una cinquantina di metri fino alla caverna principale. L’attrezzatura, invece, scivolò nella spaccatura e non fu più ritrovata.

Così, a pochi mesi di distanza, Stephanie Schwabe aveva perso il marito e aveva dovuto riportare in superficie uno dei suoi amici più cari.

Perché Rob Parker è morto?

Non c’è una risposta sicura. Non fu fatta l’autopsia, e l’attrezzatura di Parker non fu mai recuperata. Un malore, un guasto, un errore: tutte le ipotesi restano aperte.

L’investigatore della Guardia Costiera statunitense Mike Popovich e i sub presenti, però, si convinsero di una cosa: Parker era sotto l’effetto della narcosi d’azoto. Confuso, disorientato, invece di seguire la via d’uscita si sarebbe infilato nella spaccatura sbagliata, da cui non riuscì più a uscire.

Brian Kakuk lo descrisse come un sub bravissimo, con più di mille immersioni alle spalle, specializzato proprio nei blue holes profondi. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante della storia: il Four Sharks Blue Hole non si è preso un principiante imprudente, ma uno dei migliori.

La leggenda continua

Oggi la storia di Rob Parker gira moltissimo su YouTube e TikTok, con ricostruzioni in 3D e titoli sempre più drammatici. Ne parla un episodio della serie documentaria Scary Interesting, intitolato proprio “Four Sharks Hole”, e un ebook l’ha riassunta con una frase che sembra presa da un film horror: due sono entrati, uno solo è tornato.

Gli abitanti di Andros probabilmente direbbero che è stata la Lusca. La verità è più semplice e forse più spaventosa: laggiù non serve un mostro. Bastano il buio, la roccia, la marea e una manciata di metri di troppo.

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Fonti

Immagine in evidenza: uno speleosub in configurazione sidemount in un passaggio stretto, foto di Pete Nawrocky, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

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