Pioggia, vapore e velocità di William Turner, il treno come mostro dell'Inno a Satana

Inno a Satana di Carducci, la poesia che scandalizzò l’Italia

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È una notte di settembre del 1863, a Bologna. Un giovane professore di ventotto anni, già noto per il carattere spigoloso e per la penna velenosa, prende un foglio e scrive un brindisi. Non è dedicato a un amico, né a una donna, né alla patria. È dedicato al diavolo.

Quel professore si chiama Giosuè Carducci. Quarantatré anni dopo sarà il primo italiano a ricevere il premio Nobel per la letteratura, il poeta che generazioni di studenti incontreranno sui banchi di scuola come una specie di monumento nazionale. Ma prima di diventare un monumento, Carducci è stato l’uomo che ha scritto l’Inno a Satana, la poesia che ha fatto gridare allo scandalo un intero paese.

Un brindisi al diavolo

Carducci era nato nel 1835 a Valdicastello, in Toscana, figlio di un medico patriota. Dal 1860 insegnava Eloquenza italiana all’Università di Bologna, una città appena uscita dal dominio del papa. In quegli anni l’Italia si stava facendo, Roma era ancora nelle mani di Pio IX e lo scontro tra i patrioti e la Chiesa era durissimo.

Fu in questo clima che nacque l’Inno. Secondo il racconto dello stesso Carducci, i versi gli uscirono di getto, «come mi ruppe dal cuore, proprio dal cuore», dopo anni di dubbi e di ricerche: era il grido di chi, finalmente, aveva trovato la propria fede. Una fede, però, che con il cielo aveva poco a che fare. Il poemetto nacque per essere letto a tavola tra amici, con il bicchiere in mano, e infatti si apre proprio così, mentre il vino scintilla nelle coppe:

A te, de l’essere
principio immenso,
materia e spirito,
ragione e senso…

Lo scandalo del 1869

L’Inno uscì una prima volta nel 1865, quasi in sordina. Il vero scandalo arrivò quattro anni dopo. L’8 dicembre 1869 a Roma si apriva il Concilio Vaticano I, quello che avrebbe proclamato l’infallibilità del papa. E proprio in quei giorni il giornale radicale bolognese Il Popolo ripubblicò l’Inno a Satana, firmato con uno pseudonimo che a Bologna non ingannava nessuno: Enotrio Romano. Non era un caso: era una provocazione, e tutti la capirono come tale.

Le reazioni furono furiose. I giornali cattolici gridarono alla bestemmia, ma anche molti patrioti presero le distanze. Il più celebre fu Quirico Filopanti, matematico ed eroe della Repubblica Romana del 1849, che scrisse a Carducci una lettera pubblica tanto cortese quanto pungente: voleva restargli amico, gli disse, ma a patto di non dover diventare amico anche di Satanasso. Lui, per parte sua, restava fedele al motto di Mazzini, «Dio e Popolo».

Carducci gli rispose con una lunga lettera, cortese ma senza fare un passo indietro, e la polemica fece il giro d’Italia. Nel frattempo, a quanto si legge negli scritti di quei mesi, una parte dei bolognesi rispose al Concilio a modo suo: mandando l’autore dell’Inno a Satana in consiglio comunale.

Chi è il Satana di Carducci?

Satana nell'illustrazione di Gustave Doré per il Paradiso perduto

Chi si aspetta un rito nero rimarrà deluso. Il Satana di Carducci non ha corna, non vuole anime e non promette patti di sangue. È un simbolo. Rappresenta tutto ciò che la Chiesa dell’Ottocento condannava: la ragione, la scienza, il libero pensiero, la bellezza dei sensi, l’amore, la natura e il progresso. È il ribelle che si oppone al potere dei «rei pontefici» e dei «re crüenti», e che attraversa i secoli accendendo la mente degli uomini.

Nel corso delle cinquanta brevi strofe, il diavolo prende mille volti. È accanto alla strega pallida, all’alchimista chino sui suoi alambicchi, al mago ribelle. Consola perfino Eloisa, la monaca innamorata. E soprattutto vive negli eretici e nei riformatori che hanno sfidato Roma: Wycliffe e Jan Hus, fra’ Girolamo Savonarola, Martin Lutero che getta la tonaca. Satana è in tutti loro. Ed è anche nella poesia stessa:

Tu spiri, o Satana,
nel verso mio,
se dal sen rompemi
sfidando il dio
de’ rei pontefici,
de’ re crüenti:
e come fulmine
scuoti le menti.

Il ritmo è martellante: duecento versi brevissimi, di cinque sillabe, raccolti in quartine. Si legge quasi come una canzone da osteria, ed era proprio questo l’effetto voluto.

Il gran finale: il diavolo è una locomotiva

Ma il momento più sorprendente arriva alla fine. Dopo aver attraversato i secoli, Satana si incarna nell’invenzione più moderna dell’epoca: il treno. Una creatura di ferro e fuoco che corre sulla terra e sul mare, che sbuffa e lampeggia come un mostro uscito dall’inferno.

Un bello e orribile
mostro si sferra,
corre gli oceani,
corre la terra…

È un’immagine potentissima: per Carducci il vero diavolo è il progresso, che nessun anatema può fermare. E l’Inno si chiude con un saluto che è quasi un grido di battaglia, seguito da una sfida finale ancora più blasfema: Satana, dice il poeta, «hai vinto il Geova de i sacerdoti».

Salute, o Satana,
o ribellione,
o forza vindice
de la ragione!

Un diavolo in buona compagnia

Carducci non era solo. Nell’Ottocento il diavolo era diventato un personaggio letterario di moda: non più il mostro del Medioevo, ma il grande ribelle, l’angelo caduto che sfida il cielo in nome della libertà. Pochi anni prima, nel 1857, Charles Baudelaire aveva inserito nei Fiori del male le sue Litanie di Satana. Il Satana di Baudelaire, però, è il consolatore dei disperati e degli esclusi, malinconico e notturno. Quello di Carducci è solare, combattivo e pieno di fiducia nel futuro.

Il poeta si pente?

Con gli anni Carducci prese le distanze dal suo Inno. Lo giudicò severamente dal punto di vista poetico, arrivando a definirlo una «chitarronata», cioè una cosa rumorosa e grossolana. La sua poesia divenne più ampia e più serena, tanto che nel 1897, nella Chiesa di Polenta, arrivò a cantare la dolcezza dell’Ave Maria.

Ma non rinnegò mai davvero le idee di quel brindisi notturno. Rimase per tutta la vita un laico convinto e un avversario del potere temporale della Chiesa, divenne senatore del Regno e morì a Bologna nel 1907, celebrato come il poeta dell’Italia unita. Oggi la casa dove visse i suoi ultimi anni, lungo le mura di Bologna tra Porta Maggiore e Porta Santo Stefano, è un museo.

E l’Inno a Satana? È ancora lì, nelle antologie scolastiche, con il suo diavolo ferroviario e il suo ritmo da osteria. Forse non è la poesia più bella di Carducci. Ma è sicuramente la più coraggiosa, e quella che più di tutte ci ricorda che anche i monumenti, un tempo, sono stati giovani e ribelli.

E voi, l’avete studiato a scuola? Vi sembra ancora una poesia scandalosa, o il suo diavolo oggi fa quasi tenerezza?

Se ti interessa il diavolo nell’arte e nella storia, leggi anche Lo spartito del Diavolo di Lucedio e I Diavoli di Loudun.

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Fonti

  • Giosuè Carducci, A Satana (1863), testo su Wikisource.
  • G. Carducci, Satana e polemiche sataniche, con la lettera di Quirico Filopanti e la risposta dell’autore.
  • Voce “Giosuè Carducci”, Wikipedia.
  • Casa Carducci – Museo civico del Risorgimento, Bologna.

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