Scopri cosa si cela dietro la Fuente Magna – la stele di Rosetta delle Americhe

Posted by
In breve

  • Cos’è: un grande vaso di pietra, simile a un recipiente per libagioni, con incisioni che ricordano la scrittura cuneiforme.
  • Dove fu trovato: vicino a Chua, sulle rive del lago Titicaca, in Bolivia, intorno al 1950.
  • Dove si trova: al Museo de Metales Preciosos di calle Jaén, a La Paz.
  • Datazione: sconosciuta; non è mai stato datato in modo scientifico.
  • Per gli esperti: le iscrizioni non sono vero cuneiforme e il vaso sarebbe probabilmente un falso o un oggetto locale.

Fuente Magna è il nome dato ad un grande vaso ritrovato intorno al 1950 in Bolivia, con la particolarità di avere delle iscrizioni che ricordano un alfabeto cuneiforme insieme a dei segni che sembrerebbero di una lingua locale, e dei disegni di animali tipici delle Americhe. Al centro, all’interno, è scolpito un volto.

Questo sarebbe un reperto importantissimo in quanto potrebbe dimostrare delle correlazioni fra i Sumeri e le popolazioni dell’America precolombiana. Per questo è stato soprannominato la “Stele di Rosetta delle Americhe”.

La Fuente Magna al museo di La Paz
La Fuente Magna esposta al Museo de Metales Preciosos di La Paz. Foto Yastay, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il ritrovamento

Il vaso venne ritrovato per caso da un contadino mentre lavorava in un terreno vicino a Chua, a circa 70 chilometri da La Paz, sulle rive del lago Titicaca, in una tenuta che apparterrebbe alla famiglia Manjón. Il proprietario lo avrebbe poi consegnato al comune di La Paz nel 1960, secondo alcune versioni in cambio di nuove terre.

La voce di questo ritrovamento cominciò a spargersi e giunse all’orecchio di un archeologo boliviano, Max Portugal Zamora, che decise di andare a vederlo per studiarlo.

Cercò di tradurre le iscrizioni ma, purtroppo, non ebbe successo. Il vaso rimase così custodito nel “Museo de Metales Preciosos” per diversi anni, finché altri due studiosi, Bernardo Biados e Freddy Arce, decisero di studiarlo a loro volta.

Si recarono quindi sul posto e cominciarono a cercare informazioni sul reperto. Furono messi in contatto con Maximilian, un anziano di 92 anni, che aveva riconosciuto la foto del vaso. Maximilian raccontò di avere usato il vaso come piatto per dar da mangiare ai maiali, ma non ricavarono altre informazioni.

La traduzione

I due studiosi mandarono poi le foto del reperto a un altro studioso, Clyde Ahmed Winters, nella speranza che potesse decifrarne le iscrizioni cuneiformi. Winters disse di essere riuscito a decifrare le iscrizioni, ma non sappiamo con certezza se la sua traduzione sia esatta.

In ogni caso, secondo lui la lingua sarebbe proto-sumero e risalirebbe a circa 5000 anni fa. Nella sua traduzione, Winters indica che il vaso veniva usato per delle libagioni nei riti per la dea Nia.

Questo significherebbe che i Sumeri raggiunsero le Americhe già 5000 anni fa? Questo spiegherebbe il vaso, ma non solo: secondo i sostenitori di questa teoria anche la lingua locale, l’aymara, presenterebbe molte somiglianze con la lingua sumera.

Gli scettici

Come per tutte le grandi scoperte ci sono anche degli scettici, e in questo caso sono la grande maggioranza degli esperti. Le interpretazioni di Winters non sono mai state accettate dagli specialisti del Vicino Oriente antico.

Gli archeologi interpellati negli Stati Uniti, in Germania e in Israele, tra cui lo studioso di cultura sumera James Ritter, hanno concluso che i segni non corrispondono a una vera scrittura cuneiforme e che sarebbero stati incisi dopo il ritrovamento. I cunei puntano nella direzione sbagliata, quelli che sembrano corretti sono capovolti, quasi nessun segno compare in una lista di segni conosciuta e in mezzo ci sono simboli che con il cuneiforme non c’entrano nulla.

L’archeologo Keith Fitzpatrick-Matthews ha scritto che le iscrizioni sembrano fatte da qualcuno che aveva visto un testo cuneiforme e cercava di copiarlo su una superficie che non sapeva lavorare: in poche parole, un falso. Lo storico Alexander H. Joffe ha suggerito che i segni siano semplici decorazioni geometriche o un’imitazione senza senso, e che il volto all’interno ricordi piuttosto lo stile della cultura locale di Tiwanaku, fiorita tra il 200 e il 1000 d.C.

C’è poi il problema della provenienza: i ricercatori non hanno trovato traccia della tenuta né della famiglia Manjón nei registri di proprietà della zona, e il vaso, essendo di pietra e senza un contesto di scavo, non può essere datato. Le traduzioni proposte, infine, cambiano da un autore all’altro e spesso si contraddicono, nonostante il sumero sia una lingua ben conosciuta.

Dopotutto i Sumeri erano abili navigatori e si sa per certo che commerciavano via mare con la valle dell’Indo, che chiamavano Meluhha. Da qui a circumnavigare l’Africa e attraversare l’Atlantico, o il Pacifico, però, ce ne passa, e finora non c’è nessuna prova concreta di contatti tra i Sumeri e il Nuovo Mondo.

Che alcuni di loro siano davvero arrivati nel nuovo continente, influenzando lingua e religioni locali? Questo vaso, per molti, ne sembrerebbe la prova. Per gli archeologi, invece, è solo un’imitazione poco convincente. A voi la scelta.

🦋 Emadion vive grazie a chi lo legge. Se questa storia ti ha tenuto sveglio, offrimi un caffè: mi aiuta a portarti il prossimo incubo.

☕ Sostieni Emadion su Ko-fi

Fonti

📍Questa storia è sulla Mappa del misteroScopri dove è successo e quali altri misteri si nascondono lì vicino.Vedi sulla mappa →

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *