La morte sul rogo è una pena antichissima, prevista già dal codice di Hammurabi e dalla Bibbia. A Roma esisteva la tunica molesta e Nerone bruciò i cristiani come torce umane. Nel Medioevo e nell’età moderna fu usata contro eretici, streghe ed ebrei convertiti: tra le vittime più famose Jan Hus nel 1415, Giovanna d’Arco nel 1431 e Giordano Bruno nel 1600.
Quando pensi alla morte sul rogo, il pensiero ti va immediatamente alla caccia alle streghe del ‘500 e ‘600. Ho indovinato?
Devi sapere però che la morte sul rogo era prevista dal codice di Hammurabi, il famoso sovrano babilonese, già nel 1800 a.C.
Esecuzione della pena capitale del rogo
Non esistono molte varianti della morte sul rogo. Essenzialmente l’unica variante era l’intensità del fuoco:
- Fuoco alto: quando a essere condannate erano molte persone nello stesso momento, il fuoco era maggiore e le vittime morivano più che altro per asfissia causata dal fumo, più che per le ustioni.
- Fuoco basso: quando invece era una sola persona ad essere giustiziata, il fuoco poteva essere basso e questo comportava un tempo di morte più lungo. In questo caso, infatti, la morte avveniva a causa dell’eccessiva perdita di liquidi dovuta alle ustioni, all’infarto per calore o alla decomposizione degli organi vitali dovuta al calore.
Si hanno testimonianze dell’uso della morte sul rogo come pena capitale in Babilonia e nell’Antico Egitto già nel 1900 a.C e 1800 a.C, ma anche nella tradizione Assira ed Ebraica.
Il Codice di Hammurabi, per esempio, condannava al fuoco chi rubava in una casa che stava bruciando: il ladro veniva gettato nelle stesse fiamme. Lo stesso destino toccava alla sacerdotessa che apriva una taverna o vi entrava a bere, e a chi, dopo la morte del padre, aveva rapporti con la propria madre.
Anche la Bibbia prevede il rogo. Nel Levitico è la pena per chi sposa insieme una donna e sua madre, e per la figlia di un sacerdote che si prostituisce. In Egitto, invece, un’iscrizione racconta che il principe Osorkon, durante una guerra civile nel IX secolo a.C., fece bruciare vivi diversi ribelli.
Il rogo nell’Antica Roma
Anche nell’Antica Roma era usato il rogo come pena capitale e in alcune occasioni veniva usata la Tunica Molesta.
Questa pratica prevedeva che il condannato venisse legato a un palo con indosso una tunica cosparsa di pece. Una volta legato, i boia cominciavano a fargli colare resina o grasso incandescenti sul volto e per essere certi che non abbassasse la testa, gli venivano posti dei chiodi sotto al mento.
Veniva poi dato fuoco alla tunica, cominciando il rogo direttamente sulla pelle del condannato.
Questo metodo veniva usato spesso anche per giustiziare i martiri cristiani.
L’episodio più famoso lo racconta lo storico Tacito. Dopo il grande incendio di Roma del 64 d.C., l’imperatore Nerone accusò i cristiani e li fece giustiziare in modi atroci: alcuni furono sbranati dai cani, altri crocifissi, altri ancora cosparsi di materiale infiammabile e bruciati di notte, nei suoi giardini, per fare luce come torce umane.
Il rogo e le streghe

Durante il medioevo il rogo è stato invece largamente usato per bruciare streghe ed eretici.
Non solo, in Spagna venivano bruciati i musulmani e gli ebrei che non si erano voluti convertire al cristianesimo o quelli che lo avevano fatto ma non avevano convinto l’Inquisizione.
Il primo auto da fé di cui si ha notizia si tenne a Siviglia nel febbraio 1481: sei conversos, ebrei convertiti accusati di praticare ancora in segreto la loro religione, furono bruciati vivi. Nei mesi successivi, nella stessa città, i condannati al rogo furono centinaia.
Tra i roghi più celebri della storia europea c’è quello del teologo boemo Jan Hus, bruciato a Costanza il 6 luglio 1415. Era arrivato al Concilio con un salvacondotto dell’imperatore, convinto di poter difendere le sue idee. Fu arrestato, processato per eresia e mandato al rogo. Le sue ceneri furono gettate nel Reno, perché i suoi seguaci non potessero conservarle come reliquie.

E in Italia? Il 17 febbraio 1600, a Roma, in Campo de’ Fiori, fu bruciato vivo il filosofo Giordano Bruno, condannato dall’Inquisizione dopo otto anni di processo. Secondo le cronache fu portato al rogo con la lingua bloccata da una morsa, perché non potesse parlare alla folla. Oggi, nel punto esatto in cui morì, c’è la sua statua, con il cappuccio calato sul volto, rivolta verso il Vaticano.

Una delle condanne più famose per eresia è quella di Giovanna D’Arco. Dai racconti che ci sono pervenuti è stata bruciata da sola e non le era stata usata la cortesia, come a volte si faceva, di farle perdere i sensi o di soffocarla prima di farla bruciare.
La Pulzella bruciò quindi viva, a 19 anni, sentendo tutto il dolore delle fiamme che le lambivano il corpo e gridando in mezzo al fuoco fino a morire.
Era il 30 maggio 1431, nella piazza del Vecchio Mercato di Rouen. Secondo i testimoni, Giovanna chiese una croce, che un soldato inglese le costruì con due pezzi di legno, e mentre le fiamme salivano continuò a invocare il nome di Gesù. Dopo la sua morte il boia, per dimostrare alla folla che non era fuggita, spostò le braci per mostrare il corpo carbonizzato. Poi la bruciò di nuovo, e le ceneri furono gettate nella Senna.
La “cortesia” del boia
Come hai visto con Giovanna d’Arco, non sempre il condannato veniva bruciato vivo e cosciente. In molti casi il boia lo strangolava con una corda poco prima di accendere il fuoco, oppure lo faceva morire soffocato dal fumo. Era una forma di “grazia” che a volte si poteva ottenere, o comprare.
In Inghilterra si usava anche un altro metodo: legare al collo del condannato un sacchetto di polvere da sparo, che esplodendo lo uccideva in fretta. Il caso più famoso è quello dei vescovi protestanti Hugh Latimer e Nicholas Ridley, bruciati insieme a Oxford il 16 ottobre 1555 sotto la regina Maria la Sanguinaria. Latimer morì quasi subito. Per Ridley il fuoco era stato acceso male: bruciava solo dalla vita in giù, e il vescovo agonizzò a lungo, pregando che le fiamme lo raggiungessero, finché la polvere da sparo non esplose.

Sempre in Inghilterra, fino alla fine del Settecento, il rogo era la pena prevista per le donne che uccidevano il marito, un crimine considerato una forma di “tradimento”. Di solito venivano strangolate prima, ma non sempre andava così: nel 1726 Catherine Hayes, condannata per l’omicidio del marito, fu bruciata viva perché il fuoco raggiunse il boia prima che riuscisse a strangolarla.
In Germania l’ultima condanna al rogo è stata pronunciata nel 1835, ma probabilmente non è mai stata portata a termine. L’ultima persona bruciata viva in Germania è stata Johannes Thomas, nel 1804, condannato per incendio doloso.
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- Rogo, Wikipedia
- Death by burning, Wikipedia (inglese)
- Tacito, Annali, libro XV
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