Psicofonia, voci dall’aldilà (con audio!)

Posted by
In breve
La psicofonia, o EVP (Electronic Voice Phenomenon), è la presunta registrazione di voci di defunti su nastri e dispositivi elettronici. Fu resa famosa dal pittore e produttore svedese Friedrich Jürgenson nel 1959 e dallo psicologo lettone Konstantin Raudive negli anni Sessanta e Settanta. Per la scienza però si tratta di pareidolia acustica: il nostro cervello sente parole dove c’è solo rumore.

La psicofonia o EVP, dall’inglese Electronic Voice Phenomenon (fenomeno delle voci elettroniche), sarebbe un fenomeno paranormale nel quale delle voci non umane, attribuite agli spiriti, comparirebbero nelle registrazioni fatte con strumenti elettronici.

Le origini

L’idea di usare la tecnologia per parlare con i morti è antica quanto la registrazione del suono. Ai tempi dello spiritismo persino a Thomas Edison fu chiesto se le sue invenzioni potessero servire a comunicare con gli spiriti. Il fotografo americano Attila von Szalay, invece, cominciò a provarci nel 1941 e nel 1956, con un registratore a bobine, disse di esserci riuscito.

Il padre della psicofonia

Un magnetofono a bobine
Un magnetofono a bobine, lo strumento usato dai primi studiosi di psicofonia Foto touhotus, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Nel 1959 il pittore e produttore cinematografico svedese Friedrich Jürgenson stava registrando il canto di alcuni uccellini con un magnetofono.

Riascoltando il nastro sentì delle voci lontane e dei mormorii che non aveva sentito durante la registrazione. Gli sembrò di riconoscere la voce del padre morto e poi quella della moglie defunta che lo chiamava per nome.

Da allora fece moltissimi esperimenti, convinto che le voci registrate fossero quelle dei defunti, e nel 1964 pubblicò il libro “Voci dallo spazio”. Nonostante Jürgenson sia considerato il padre della psicofonia, questo fenomeno viene spesso associato a un altro studioso: Konstantin Raudive.

Perché è famoso Konstantin Raudive?

Konstantin Raudive era uno psicologo e scrittore lettone, allievo di Carl Jung, che dopo la guerra insegnava all’Università di Uppsala, in Svezia. Nel 1964 lesse il libro di Jürgenson, ne rimase colpito e l’anno dopo cominciò a collaborare con lui.

A partire dalla metà degli anni Sessanta registrò su nastro decine di migliaia di voci, oltre 72.000 secondo i suoi scritti, in diverse lingue, che lui riteneva provenire da un’altra dimensione.

Ma perché oggi associamo il nome di Raudive all’EVP?

Perché a lui si attribuiscono i primi esperimenti condotti con un circuito elettronico particolare, il cosiddetto “diodo di Raudive”, e perché fece conoscere il fenomeno in tutto il mondo con il libro “Breakthrough”, uscito in tedesco nel 1968 e in inglese nel 1971.

Lo studioso pensava che ciò che sopravvive dopo la morte fisica potesse essere rilevato con l’uso di questo circuito.

Raudive non inventò il diodo, che è alla base di tutta la radiotecnica, ma fu il primo a usarlo a questo scopo. Poi registrava i suoni captati su nastro magnetico. Alcune registrazioni furono fatte persino in un laboratorio schermato dalle onde radio. Morì nel 1974.

Dallo Spiricom ai ghost hunter

Negli anni Ottanta l’americano William O’Neil costruì lo “Spiricom”, un apparecchio con cui diceva di parlare con uno scienziato morto, che gli avrebbe dettato le istruzioni per costruirlo. Nessuno riuscì mai a ripetere i suoi risultati. Nel 2002 arrivò la “Frank’s Box”, o “Ghost Box”, una radio modificata che salta continuamente da una frequenza all’altra.

Oggi le registrazioni si fanno anche con smartphone, tablet e computer, e l’EVP è diventato uno degli strumenti preferiti dei programmi televisivi di caccia ai fantasmi.

Le voci

Le voci registrate possono avere timbri maschili o femminili, a volte sono cantilenanti, altre volte così rapide che per capirle bisogna rallentare il nastro. Di solito sono brevissime, una parola o una frase corta.

Molte persone attribuiscono questi suoni a voci di defunti. Per gli scienziati però l’ipotesi più probabile è che si tratti di apofenia, cioè attribuire un significato a dati casuali, o di pareidolia acustica, cioè interpretare suoni casuali come una voce che parla la nostra lingua.

Questo succede perché il nostro cervello tende sempre a dare un significato a suoni o immagini incomprensibili. A volte, poi, si tratta di interferenze radio, di difetti degli strumenti o di veri e propri scherzi.

Non siete convinti? Guardate questo piccolo esperimento di pareidolia acustica:

🦋 Emadion vive grazie a chi lo legge. Se questa storia ti ha tenuto sveglio, offrimi un caffè: mi aiuta a portarti il prossimo incubo.

☕ Sostieni Emadion su Ko-fi

Fonti

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *